Sinigo

Se qualcuno si fosse aggirato nella zona di Sinigo all’inizio del ‘900 vi avrebbe trovato un territorio selvaggio e inospitale. Unici segni di presenza umana la cava di pietra dell’impresa Covi, alcune case sparse a ridosso della montagna, le fatiscenti baracche di operai e scalpellini. Stretta fra il rio Nova, il rio Sinigo e l’Adige una palude fatta di pozze e laghetti, popolata di canne, pesci, rane e fastidiose zanzare.

La concezione di Sinigo come “zona industriale” di Merano affonda le sue radici nei primi anni ‘20. Ma già da prima della Grande Guerra l’Azienda elettrica di Bolzano e Merano (“Etschwerke”) si era interessata alla costruzione di una centrale a Marlengo che sfruttasse il dislivello esistente tra Tel e la conca meranese. L’idea viene ripresa nel dopoguerra e fatta propria dalla Montecatini, che intende utilizzare l’energia per una fabbrica di prodotti chimici. Con l’assenso del Comune i lavori a Marlengo possono cominciare nell’autunno del 1923, cosa che di lì a poco scatena una delle ricorrenti polemiche cui anche oggi siamo abituati: allora si trattava di conciliare gli interessi economici del grande gruppo industriale con quelli turistici del luogo di cura. La fabbrica, si dice, deturperà il volto della città turistica e inoltre porterà con sé l’immigrazione di centinaia, forse migliaia di persone di basso ceto sociale.

Per allontanare il più possibile lo stabilimento da Merano, dopo aver vagliato altre ipotesi, finalmente la decisione cade sulla zona di Sinigo. La Montecatini garantisce la salvaguardia del luogo di cura e assume l’obbligo di “effettuare tutte le misure di sicurezza, qualunque esse sieno, richieste dalla tecnica moderna”. I numerosi incidenti, anche molto gravi, accaduti negli anni successivi porteranno spesso a dubitare sulla buona fede di questo solenne impegno.

In ogni caso tra il 1925 ed il 1926 fervono i lavori di costruzione e presto inizia la produzione di concimi azotati.

Passano pochi mesi ed il destino del nuovo insediamento di periferia si intreccia con una nuova iniziativa, pure collocata tra il rio Sinigo e il rio Nova. Questa volta si tratta di un’opera di bonifica e dell’insediamento sui terreni strappati alla palude (ed in parte espropriati ad alcuni contadini) di coloni dell’Opera Nazionale Combattenti (ONC). In tal modo convergono tra loro alcuni aspetti caratteristici della politica fascista a livello nazionale e locale: la politica di industrializzazione e modernizzazione; la politica agraria, della “colonizzazione interna” e della “bonifica integrale”; la politica di italianizzazione del Sudtirolo. Tutte realizzazioni che, come si vedrà negli anni successivi, rimarranno a metà strada.

La fabbrica, tanto per cominciare, continua a creare problemi. Da un lato fino ad anni ’30 inoltrati, si lamenta la poca sicurezza degli impianti, le emissioni incontrollate di gas ed il danno al turismo. Sono gli stessi operai ad esprimere il loro malcontento, sia per le paghe ritenute insufficienti, sia per il trattamento subito da parte della proprietà e per le precarie condizioni sanitarie e di sicurezza. Un disagio che si acutizza nel novembre del 1936, quando una paurosa esplosione distrugge parte dello stabilimento e uccide una decina di lavoratori. Il ricordo di quell’evento è ancora ben vivo nella memoria dei vecchi sinighesi.

D’altra parte le famiglie operaie sono legate a filo doppio, per la loro esistenza, alla Montecatini, che dispone degli strumenti per tenere sempre tutti sotto controllo. Gli operai della fabbrica possono (o devono) fare acquisti di generi di prima necessità nella cosiddetta “cooperativa” aziendale. All’interno dello stabilimento, soprattutto in seguito alle proteste, non mancano le strutture sanitarie ed assistenziali. Agli operai specializzati, ai periti e agli ingegneri la fabbrica offre anche l’alloggio nel cosiddetto “Villaggio Montecatini” che si snoda lungo la via Nazionale. Gli operai semplici si arrangiano, vivendo sparsi tra Maia Bassa, Lana e Postal.

In definitiva la vita delle semplici maestranze della fabbrica è talmente grama che spesso, soprattutto negli anni ’30, persino i cosiddetti “sindacati fascisti” alzano la voce contro il colosso industriale, ammettendo di fatto che la tanto decantata presenza dello Stato corporativo trova a Sinigo un’attuazione solo di facciata.

Anche l’azione di bonifica e di colonizzazione agraria non va oltre il rio Sinigo. La progettazione (1926) di quello che sarà chiamato Borgo Vittoria avviene nell’ambito di un più vasto piano di bonifica di tutta la valle dell’Adige. Di borgate rurali ne sono previste tre: oltre a Sinigo anche quelle di Terlano e Castelfirmiano. Come si sa, una sola è stata realizzata e nemmeno seguendone scrupolosamente il progetto. Delle 33 case coloniche previste ne vengono costruite 24 e meno di una decina di esse vengono adibite ad uso agricolo.

Quanto alle condizioni di vita dei primi coloni esse non si discostano molto rispetto a quelle degli operai della fabbrica. Hanno un severo contratto di mezzadria e subiscono i rigidi controlli dei funzionari dell’ONC, dalla quale dipendono. Ogni sgarro è soggetto a pesanti sanzioni. In più, soprattutto i primi anni, la terra è ancora improduttiva e le coppie di buoi che trainano l’aratro si impantanano nel fango per diverse spanne.

L’ultima beffa ai danni dei coloni sarà la mancata concessione delle terre in proprietà. Come avvenuto in altre zone di bonifica, anche a Sinigo i mezzadri vivono nella prospettiva di divenire, un giorno, proprietari della terra che lavorano. Ma si tratta di promesse fatte a voce. Dopo la seconda guerra mondiale, sciolta l’ONC, i terreni passano alla Provincia che, è cronaca recente, sottrae di fatto la terra agli eredi dei primi coloni, sottovalutando certamente il negativo impatto culturale di una simile scelta.

Si diceva che la bonifica di Sinigo sarebbe dovuta essere un contributo “alla italianizzazione delle terre alto-atesine”. Ma che i sinighesi, già negli anni ’30, avessero in mente ben altro che non le velleità italianizzatrici del regime e le idee fasciste, se ne accorgono ben presto anche gli stessi funzionari del regime. Alcuni di essi considerano la fabbrica nient’altro che una possibile fucina di sovversivi e “il sentimento fascista – annota un maestro nel 1933 – è una vernice fina fina da usarsi con precauzione quando si esce di casa come la cipria delle signore…”

Ciò che invece piano piano si forma è una comunità di paese. Sinigo cresce, a monte della fabbrica, con la sua piazza (che è una delle più ampie di Merano), la scuola, l’asilo, le abitazioni, i negozi, la chiesa.

Spesso passandosi la voce l’un l’altro, i sinighesi arrivano soprattutto dai paesi del Veneto, ma anche, in misura minore, dall’Emilia Romagna, dal Trentino e da altre località dell’Alto Adige, a seconda che si tratti di operai, contadini od altro.

Che non sia un popolo di privilegiati è già evidente da quanto detto finora, ma ciò avrebbe dovuto avere una tragica conferma il 4 aprile del 1945. E’ di quel giorno l’unico bombardamento aereo toccato in sorte al comune di Merano. Ad essere colpita è la fabbrica di Sinigo. Lasciano la vita diverse persone.

Dal secondo dopoguerra agli anni ‘70 la frazione di Sinigo non conosce trasformazioni degne di nota. La piccola comunità rimane numericamente stabile e, a parte lo sviluppo di alcune attività artigianali, il riferimento lavorativo fondamentale resta la fabbrica. Nel dopoguerra la produzione passa al silicio, elemento di importanza determinante per la nuova elettronica. La fabbrica cambia più volte denominazione e proprietà. Durante gli anni ‘70, quando lo stabilimento rischia la chiusura definitiva, scoppiano aspre lotte sindacali.

Come si è detto l’ONC viene sciolta e i terreni passano di proprietà provinciale. A partire dagli anni ’80, infine, Sinigo diventa zona di espansione urbanistica, una caratteristica che mantiene fino ai nostri giorni.

Le nuove case introducono una novità significativa: il quartiere, inizialmente solo italiano, diviene pian piano bilingue. Considerata a torto semplice “periferia”, in realtà Sinigo è sempre stato un luogo particolarmente ricco sul piano umano. Per prima la comunità di Sinigo, ad esempio, ha saputo raccontarsi la propria storia. Emblema della Sinigo che parte dalle sue radici per guardare al futuro è la nuova chiesa, recentemente inaugurata. Essa si inserisce perfettamente nel contesto urbanistico della piazza; completa, anziché sostituire, la chiesa vecchia, ed ha l’obiettivo ambizioso ma non irrealistico di essere una casa comune per i sinighesi, vecchi e nuovi, di tutte le lingue.

pv – 2009

Indicazione bibliografica. Paolo Bill Valente, Sinigo. Con i piedi nell’acqua. Storia di un insediamento italiano nell’Alto Adige degli anni Venti, ed. Alpha Beta, Merano 2010