Scrivere sul confine

Merano 27.10.2018 – Un secolo di difficile convivenza – Accademia di studi italo-tedeschi

Dal confine al confine

Il libro Alto Adige Südtirol. Una guida letteraria, scritto con Ferruccio Delle Cave, propone un itinerario che parte dal confine e arriva sul confine o meglio: alla “città sul confine”. Il confine di partenza è il Brennero, che è frontiera politica da cento anni. La “città sul confine” è Merano[1].

Il Brennero come cerniera, come punto di transito e comunicazione o come muro, luogo dove la comunicazione si interrompe. Spesso chi passa il Brennero scendendo dal Nord, fa una prima (per quanto parziale) esperienza del Sud. Il 15 settembre 1876 il poeta, scrittore, drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906) scrive al suo editore danese Frederik Hegel da Colle Isarco:

La regione qui al confine con l’Italia è meravigliosamente bella e il clima è il più gradevole che si possa immaginare[2].

Chi viene dal Sud, man mano che si avvicina al Brennero fa esperienza del Nord per il progressivo estinguersi della vegetazione meridionale o mediterranea. Giovanni De Castro, letterato veneto dell’800, l’anno dopo l’apertura della nuova ferrovia percorre la via da Verona a Innsbruck.

Scrive De Castro:

Il Brennero ci aspetta. Al di là di Bressanone comincia a salire la via che supera uno dei varchi più importanti della cerchia alpina. Affrettiamoci a dare un saluto ai castani ed alle viti; fra poco non ci si faranno innanzi che praterie e boschi di pini, e sulle cime più eccelse diademi di ghiaccio e di neve[3].

L’ossessione del confine

Parlando di scrittura sul confine – e su questo confine – non si può fare a meno di citare Claudio Magris, che ben conosce l’Alto Adige, il suo retroterra e i suoi microcosmi. Il testo che segue ha vent’anni, ma rimane per molti versi attuale.

Gli scrittori tirolesi godono di una fortuna invidiabile ossia di un gretto establishment culturale che, proclamando le incorrotte e schiette virtù della Heimat e della sua tradizione, conferisce involontariamente importanza e autenticità a ogni deviazione, anche banale ma comunque liberatoria, da questo modello. Grazie al conservatorismo talora retrivo della cultura ufficiale sudtirolese, è facile essere uno scrittore osteggiato e meritarsi considerazione in virtù della prepotente ostilità dei benpensanti. Atteggiamenti letterari che in un contesto culturale diverso sarebbero puberali o patetici, in Alto Adige hanno ancora un valore contestativo. […]

Gli scrittori tirolesi sono ossessionati dal confine – dalla necessità e difficoltà di varcarlo – e dall’identità e ricercano quest’ultima nella negazione dell’identità compatta cara al potere culturale del loro paese. Con la sofferta ma abusata e facile retorica frequente negli scrittori di frontiera, per esempio quelli triestini, si collocano anch’essi volentieri dall’altra parte, addolorati ma pure compiaciuti di sentirsi italiani fra i tedeschi e tedeschi fra gli italiani, avidi di essere brutalmente attaccati dai custodi delle memorie patrie per poter dire, con declamata sincerità, che soffrono di non saper dire a quale mondo appartengono.

Tutto ciò è letteratura, spesso buona. Finché esiste, aggressiva e potente, la livida ideologia della Heimat, devono esserci poeti che, come Kaser, propongono di arrostire l’aquila tirolese; sono certo essi i veri eredi di quell’aquila, perché la letteratura tirolese, anche senza risalire ai suoi grandi del Medioevo come Oswald von Wolkenstein, è stata ricca di voci duramente critiche nei confronti della visceralità e dell’angustia sociale del proprio mondo, come i drammi di Schönherr o Kranewitter e i loro desolati quadri di brutalità contadina. Ma ormai sarebbe ora che l’aquila tirolese venisse arrostita, mangiata e digerita una volta per tutte, senza più bisogno di sputare sui suoi ossi, così come sarebbe ora di scrollarsi di dosso la fissazione polemica del confine, smettendo di considerarla una peculiarità tirolese o triestina e rendendosi conto che essa può riguardare un milanese non meno di un abitante di Antholz [Anterselva, nda.] o del Carso[4].

Quella di Magris è una verità che vale per la letteratura e nella politica. Il confine può essere certo un’ossessione oppure semplicemente uno strumento di marketing politico, culturale e anche letterario. Ciò non toglie che in Alto Adige o Sudtirolo il confine sia il contesto necessario, venga esso tematizzato o meno a livello letterario.

La città sul confine

A Merano il confine è metafora e fatto oggettivo. La frontiera politica tra Austria e Italia scorre oggi a una dozzina di chilometri (in linea d’aria) a nord dalla città. Sul crinale dei monti. Ai primi dell’800, nei giorni di Napoleone imperatore e re, la frontiera tra l’effimero regno d’Italia e la Baviera dei Wittelsbach fu tracciata a poche miglia a sud di Merano. Ma già molti secoli addietro il confine era qui. Probabilmente già nell’età del ferro esso correva tra i misteriosi popoli dei venosti e degli isarci, di cui si fa cenno nell’iscrizione del Tropaeum Alpium di La Turbie.

In età romana la conca di Merano segnava il bordo settentrionale del municipio di Tridentum, la frontiera tra la provincia della Rezia e la Decima Regione italica, successivamente, col IV secolo, tra la Raetia Prima e la Raetia Secunda, o tra la Raetia e la Venetia.

Questa regione, in quell’epoca cominciò a chiamarsi “Maia”. La città di maggio, al confine tra primavera ed estate. E sul colle che sovrasta la gola del fiume prese forma il leggendario Castrum maiense. Si era alla vigilia delle grandi migrazioni, quando poi Maia divenne frontiera tra i domìni di franchi, bavari e longobardi, più tardi del ducato di Trento, infine delle contee di Bolzano, Appiano e Venosta. Il fiume, da allora e fino ai primi decenni dell’800, marcò il limite tra la diocesi cisalpina di Trento e quella transalpina di Coira.

Non è un caso che il corso d’acqua che attraversa la città si chiami Passirio – in tedesco Passer – una parola che contiene in sé il verbo che risuona su ogni confine: passare.

L’ossessione del confine deriva da un dato di fatto: siamo sul confine e il confine è il luogo della contraddizione e delle contraddizioni. Lo è da sempre e già da quando il confine – quello italo-austriaco stabilito cent’anni fa – non era ancora stato imposto.

Stefan Zweig nei primi mesi del 1908 soggiorna brevemente tra i vigneti di castel Labers. Pur negando l’esistenza di una linea che divide, Zweig descrive uno degli aspetti più caratteristici – ma meno citati – della frontiera. Il confine come luogo di pace. Scrive di Merano:

La città stessa, antichissima come rivelano i portici ed i castelli, ha pure residenze nobiliari e nuove ville di buon gusto e quindi   fonde passato e presente in un insieme gradevole. Bianca e tuttavia immersa nel verde di parchi e giardini pubblici, si estende gradualmente verso i prati ed i vigneti, che a loro volta salgono verso le scure selve. I boschi si perdono in alto scalando le rocce, il cui grigiore viene coperto progressiva­mente dal freddo biancore delle nevi e l’alta linea dentellata delle montagne si staglia contro il blu del cielo infinito. Il ventaglio dei colori qui si apre con toni puri e chiari: nulla stride e tutti gli opposti si risolvono armoniosamente. Il nord ed il sud, la città e la campagna, la Germania e l’Italia, tutti questi aspri contrasti si fondono placidamente e persino gli elementi più ostili sembrano qui concilianti e familiari. Nel paesaggio non ci sono movimenti bruschi, da nessuna parte c’è una linea spezzata o infranta; qui la natura ha scritto sul mondo con grafia equilibrata e tondeggiante e con lettere multicolori la paro­la Pace[5].

Corbiniano s’innamora

La prima testimonianza scritta riguardante il “castrum Maiense”, un insediamento tardoantico, altomedievale sul territorio dell’attuale Merano, si trova in un testo agiografico – la Vita Corbiniani – scritto nella seconda metà dell’VIII secolo da Arbeone, vescovo di Frisinga, probabilmente nativo di Maia.

Di ritorno da Roma, mentre si dirige verso la Baviera, il vescovo Corbiniano – di cui narra Arbeone – viene fermato presso il castrum Maiense dalle guardie bavare. Costretto a una lunga attesa, egli scopre le bellezze della zona di Maia e la tomba di san Valentino nella chiesa del castrum. Finirà, come Stefan Zweig più di un millennio dopo, per innamorarsi di quella regione, in particolare della località detta allora “Cainina” (riconducibile a Caines).

Era già entrato nel territorio dei Bavari ed era già giunto al castrum Maiense quando fu catturato dalle guardie che gli dissero che non lo avrebbero fatto proseguire, a meno che non si fosse recato dal loro signore. Poiché egli non voleva eseguire l’ordine, fu costretto a rimanere là contro la sua volontà, fintanto che fosse tornato il messaggero inviato da Grimoaldo, signore di tutti loro. Siccome l’uomo di Dio pensò che questo impedimento al suo viaggio non poteva essere privo dell’intervento divino, iniziò a cercare la tomba del confessore di Cristo Valentino, che si trovava in quel luogo, per potervi pregare. Dopo aver vagato per tutti i circondari montuosi del castrum, una terra particolarmente rigogliosa per il gran numero di boschi, rimase affascinato da un luogo nascosto e impervio, posto tra due ruscelli, raggiungibile solo da un sentiero, che era chiamato Cainina [Caines, nda]. Così comprese che non era stato bloccato senza l’intervento divino; riconobbe in questo posto un luogo privilegiato per la cura della vita religiosa e lo amò[6].

Si leggono, in questo testo, alcune delle contraddizioni del confine. Da un lato le noie della burocrazia e del potere, dall’altro la bellezza che rapisce e innamora.

Malinconica bellezza

Che la bellezza del confine inviti alla scrittura non è affatto certo. Nella Guida letteraria citiamo un passo da La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz che a Bolzano, nell’autunno 2006, incontra Ryszard Kapuściński (1932-2007).

Ora rivedo quell’ultimo giorno sui monti di Bolzano. Il reporter non sa di avere davanti a se solo tre mesi di vita. Cammina con fatica, a passi minimi, osservandosi spesso le scarpe. Prendiamo insieme il trenino dell’altopiano di Renon, che sferraglia verso la piccola casa fin-de-siècle di Bronisław Malinowski, l’antropologo polacco che viaggiò in Oceania, gettò le basi del reportage e qui, in Alto Adige, spese quindici anni di studio tra le due guerre mondiali. Kapuściński vuol vederla perché, racconta, ha deciso di ripercorrere la sua strada verso il Pacifico. Cerca l’oceano, l’ultimo sogno, l’orizzonte mancante. Desidera tagliare i ponti, ancora una volta. Andare lontano, agli antipodi, in mari dove nessuno lo conosce, dove non ha conferenze da tenere, libri da firmare, salotti da frequentare. Prati, foglie rosse, meli e castagni, una minuscola chiesa dedicata alla Madonna della Neve. Sullo sfondo, casette anni venti e un panorama ordinato, quasi svizzero. Intorno, ombre di uomini illustri — Mahler, Kafka, Freud — che vennero a riposare da queste parti. Gli chiedo se verrebbe mai a scrivere in un posto così. “Malinowski c’è stato quindici anni e non ha scritto una riga. Chiediti come mai. Ma è chiaro: la bellezza distrae. Per scrivere bisogna chiudersi in una cella, blindarsi come i monaci. Niente panorami. Si deve restare senza distrazioni, soli con la propria memoria. Cervantes scrisse Don Chisciotte in galera, no? Io mi limito a barricarmi nella mia mansarda di Varsavia[7].

Dunque la bellezza della terra di confine distrae. Oppure rende malinconici.

Julien Green, Scrittore statunitense nato e vissuto in Francia, scrive dopo un viaggio a Merano nel 1948:

Per Merano ho un affetto particolare, ma non vi ritorno mai, nemmeno nel ricordo, senza malinconia; cinta inghirlandata di vigneti, con i suoi frutteti e le passeggiate lungo il torrente, tutto in questa valle felice mi parla di ciò che mai, mai e poi mai ritornerà[8].

Otto anni prima, nel 1940, ad abbandonare malinconicamente Merano era stato Joseph Zoderer, che vi era nato poco meno di cinque anni prima. Nel racconto di Zoderer – Ce n’andammo – la città sul confine è soprattutto casa.

Io persi gli amici, ricordava mio fratello che non aveva ancora quindici anni quando emigrammo nel Terzo Reich; aveva dovuto lasciare a Merano tutti i suoi amici, anche il suo posto d’apprendista di cui aveva potuto vantarsi solo per dieci mesi, anche se, proprio all’inizio, s’era forse perfino un po’ eccitato all’idea di poter viaggiare, di trovarsi in un mondo estraneo fra tutt’altra gente, di fare esperienze tutte diverse da quelle che aveva avuto finora, e di promesse ne erano state fatte tante, l’azzurro del cielo, il paradiso, ma alla fine avrebbe preferito rinunciare a tutte quelle cose e rimanersene a casa con gli amici a Merano, tanto che lo zio e la zia lo avevano dovuto portare in stazione, scortarlo per così dire, e loro – che non avevano optato tedesco ma italiano – lo avevano consegnato a papà sotto la pensilina della stazione poco prima della partenza[9].

Della città che attira poeti e scrittori si fa beffe Norbert C. Kaser in una delle sue “incisioni”. Siamo nel 1975.

Tu brava casa di riposo germanica Tu delicata sposa del sud &
già pensionata ornata di magnolie munita di alberghi fiorenti
& di altri per nulla fiorenti di bagni a prezzo da usuraio un mo
numento di bronzo ad andreas hofer davanti alla stazione clas
sica. Tu hai tutto cara merano di cui avevi & hai voglia cantata
da poeti grandi & piccoli … alloggio per kafka & morgenstern
& benn ecc. i Tuoi portici sono un allegra via crucis per bevito
ri & ubriaconi. Tu mare di fiori le mele la cura dell’uva castagne
– proprio in mezzo razzi contro la grandine & cospicue sovven
zioni per i grandi coltivatori colpiti. inoltre il Tuo esibizionismo
con cavalli da corsa ippodromo bande musicali in costume (no
leggiate naturalmente) & cavalli avelignesi ornati con nastri
ugualmente noleggiati, tutto per amore dei villeggianti spen
nati.
[…][10]

Arrivi e partenze

Il confine è destinato a essere passato. La città sul confine è il luogo delle partenze. Come quella di Zoderer nel 1940.

Lo scrittore ungherese Sándor Márai (1900-1989) – nel suo romanzo La donna giusta – dedica alcune rapide pennellate alla Merano di fine anni trenta del Novecento. Ilonka, una delle voci narranti, racconta di un suo viaggio in città, collocabile alla fine del 1938:

Dunque, un giorno partimmo per Merano.
Era un autunno dorato – gran vita, molto intensa, ambiente lussuoso. Giravamo in automobile, gli alberi erano carichi di frutti gialli. L’aria era satura di un aroma denso e greve, quello di un giardino che comincia ad appassire.
Nella luce calda e ambrata i turisti – gente ricca e spensierata – sciamavano come vespe, in un continuo brusio. C’erano americani stesi ad abbrustolirsi al sole nel tepore di quelle giornate fragranti di mosto, signore francesi simili a libellule, inglesi guardinghi. A quell’epoca il mondo non era ancora stato messo a soqquadro, per un attimo l’Europa, la vita, tutto risplendeva di una luce vivissima. Ma in quell’insieme vi era pure una sorta di fretta concitata, di avidità angosciosa. La gente sapeva quale sarebbe stato il suo destino. Noi alloggiavamo nel migliore albergo di Merano, andavamo alle corse, ascoltavamo musica. Avevamo due stanze comunicanti, con vista sulle montagne.
Che cosa c’era dietro quelle settimane? Quali attese?… Quali speranze?… C’era una gran tranquillità intorno a noi. […]
Vivevamo più o meno come i parvenu, che vogliono rifarsi in un colpo solo delle occasioni perdute, gustare tutto ciò che non hanno avuto dalla vita, e ascoltano Beethoven ruminando cappone innaffiandolo con lo champagne. Ma vivevamo anche come chi si appresta a un addio. Gli ultimi anni prima della guerra li passammo in questa atmosfera, una sorta di commiato inconscio alla vita a cui ognuno era abituato. […]
Una sera eravamo seduti sul balcone. Il grande vassoio di vetro sul tavolo accanto a noi era carico d’uva e di grandi mele gialle – a Merano era tempo di raccolta. Era tardi, ormai, l’aria era dolcissima, profumava di frutta, come se da qualche parte avessero lasciato aperto un enorme vaso di conserva. Al piano terra un’orchestra da camera francese suonava antiche arie d’opera italiane. Mio marito aveva fatto portare il Lacrima Christi, un vino di colore bruno, in una bottiglia di cristallo. In tutto questo, persino nella musica, c’era un che di zuccheroso, un po’ nauseante, come un frutto troppo maturo. Mio marito lo avvertì subito. “Domani torniamo a casa” disse
[11].

A Kapuscinski – l’ambiente che distrae – risponde Luigi Bartolini, nel quale ritroviamo – siamo nel 1941, ma il riferimento è alla metà degli anni trenta – i temi della bellezza e della malinconia:

Non ho mai potuto scrivere se non dove c’è sole; scrivere, quest’atto, alla fine dei conti, malsano, consistente nel volere fermare qualche aspetto dell’immensa, ma sempre istessa natura…

Il testo in questione è Vita di Anna Stickler. Bartolini – (1892-1963) incisore, pittore, poeta e scrittore – è a Merano per cinque anni, dal 1933 al 1938, a scontare un periodo di confino di polizia.

È proprio il soggiorno meranese che ispira a Bartolini il romanzo pubblicato la prima volta nel 1943.

La solita gente delle città che vengono qualificate, dal bel mondo, quali luoghi di soggiorno e di cura. Invece di curarsi, la gente, spesso, vi si ammala; perché, lì, mangia di più, stravizia di più, si gioca di azzardo a rotta di collo […]. Li si vede lenti e goffi trascinare il peso del loro corpo, faticosamente comici, umoristici senza volerlo, come le tartarughe. Girano, come le tartarughe, lento e rugoso il collo, di qua e di là; muovono il torbido sguardo, lo gettano sopra le belle cose, i bei fiori e le magnifiche passeggiate della città… Allora la Passeggiata appare come un immenso quadro vivo di Peter Brueghel; con i suoi, in fondo soliti, storpi ciechi e paralitici. […]

So bene che la gente di Merano incominciò ad osservarci. E quando si è osservati le cose non finiscono mai bene. Perché, ripeto, il mondo non guarda per amore. Guarda per invidia, per astio, per risentimento, ira di non poter far l’eguale… Sembrò, in un certo momento, che non esistessimo che noi, nelle conversazioni della città, a dare sull’occhio a indigeni e forestieri. […]

Partire era la miglior cosa, da un luogo dove io non vedevo che Anna. Ché, senza di lei ogni cosa cadeva come in un teatro al termine della rappresentazione. L’acqua del Passirio, l’acqua che di gennaio si disgela e corre sotto il ghiaccio, il picchio che archeggia sopra il fiume, il contadino che pota il melo, ed altre cose belle, come mi erano sembrate in compagnia di Anna, ora le vedevo come fossero lo scheletro di se stesse. Sprovviste d’amore non mi piacevano più. Ed anzi mi accorgevo che venivo guastando, in me, quanto avevo edificato passando per le rive, pei boschi, per gli antri insieme ad Anna Stickler[12].

Partire e restare. Bellezza e malinconia. Sono elementi che nascono dalla frontiera e che portano a scrivere – o a non scrivere – sul confine.

Stefan Zweig dice dei meranesi che essi sono presi dalla malinconia nei rari giorni di pioggia:

[…] Qui le stagioni sono sorelle. Come in un vecchio quadro, adorne di allegorie variopinte e frutta, si trasformano e consentono il miracolo di poterle incontrare unite.

Questo è il primo mistero della bellezza meranese, l’inimicizia col vento, e il secondo è la sua viva amicizia col sole. Merano vive della luce, lo si sente tanto più fortemente in un giorno di pioggia, quando tutti i suoi tratti si sciolgono come in lacrime e la lontananza copre il suo capo di nuvole. I colori allora hanno una luce opaca, come attraverso un vetro smerigliato, le persone, con i loro costumi vivacemente policromi, si nascondono nelle case, il senso delle ore si è perso, non si ritrova più il legame interiore con la bellezza fino a ieri così vicina. Merano vive solo nella luce. Perché il sole qui ha un potere raro, quasi mitico; conta le ore, ripartisce la giornata, nutre i malati di speranza e i frutti di sangue caldo[13].

Il confine: un destino

Il confine di Merano non è solo concetto politico o amministrativo. Secondo la teoria della deriva dei continenti, le terre emerse sarebbero arrivate alla posizione attuale a partire dallo smembramento di un unico grande blocco, circondato da un vasto oceano. Intorno a 190 milioni di anni fa la zolla africana, dopo essersi spinta verso sud, cominciò una lenta marcia di riavvicinamento all’Eurasia. Circa 60 milioni di anni fa i due continenti si ritrovarono di nuovo faccia a faccia. Il primo frammento dell’Africa a entrare in collisione con l’Europa fu la microzolla Apula (da cui l’attuale penisola italiana). Le Alpi si alzarono in seguito alla collisione tra la zolla africana e quella europea. L’Africa, in altri termini, si è incuneata nell’Europa.

Il punto di contatto – il confine – è rappresentato ancor oggi da una grande frattura, detta “linea insubrica” (o linea “periadriatica”), che corre da ovest a est e segna il limite settentrionale dell’Africa geologica.

Ebbene, la “linea insubrica” taglia a tutt’oggi in due la città di Merano. Essa scorre, come fa il Passirio, proprio ai piedi di castel San Zeno, il sito dell’antico Castrum maiense.

Secondo una vecchia leggenda la conca di Merano, in epoca immemorabile, era davvero immersa nel mare. Proprio per questo motivo il luogo sarebbe stato poi chiamato “Meran” (da Meer). In passato la città fu pure detta “Marano” (con la “a”, come mare). La chiesetta paleocristiana di San Pietro, a poca distanza da castel Tirolo, si ergeva sul litorale. Poteva specchiarsi nell’acqua. Presso di essa furono scoperti grossi anelli di ferro ai quali i marinai ormeggiavano le barche. Vi furono rinvenuti, in tempi più recenti, persino pesci fossilizzati[14].

C’è qualcosa di vero in questa storia? Nulla, tranne il fatto che Merano, in effetti, è stata ed è un porto di mare.

Questa immagine mi consente però di chiudere con tre brevi versi di Antonio Manfredi (1912-2001), poeta tosco-meranese, uno che malgrado la bellezza che distrae e la malinconia che allontana, fu capace di scrivere sul confine.

Si chiede, Manfredi, in una delle sue brevi creazioni poetiche:

Ero sulla riva
del mare: ora
dove sono?
[15]


[1] Paolo Valente, La città sul confine, Oge, Milano 2016.

[2] Henrik Ibsen, Briefe. Eine Auswahl, Reclam, Stoccarda 1967, p. 133, traduzione di Paolo Bill Valente.

[3] Giovanni De Castro, Il Brennero, E. Treves editore, Milano 1869, p. 101 ss.

[4] Claudio Magris, Microcosmi, Garzanti, Milano 1997, p. 223 ss.

[5] Stefan Zweig, “Herbstwinter in Meran”, in: Fahrten, Landschaften und Städte, Vienna 1919, pp. 104-111.

[6] Hubert Glaser, Franz Brunhölzl, Sigmund Benker, Vita Corbiniani. Bischof Arbeo von Freising und die Lebensgeschichte des hl. Korbinian, Frisinga 1983, p. 129.

[7] Paolo Rumiz (con Ryszard Kapuściński), La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, Milano 2007, p. 88.

[8] Julien Green, Meine Städte. Ein Reistagebuch 1920–1984, Deutscher-Taschenbuch-Verlag, München 1990, p. 141 ss., traduzione di Paolo Bill Valente.

[9] Joseph Zoderer, Wir gingen / Ce n’andammo, Edition Raetia, Bolzano 2004, p. 123.

[10] Norbert C. Kaser, Rancore mi cresce nel ventre. Poesia & prosa 1968-1978, Edizioni alphabeta Verlag, Merano 2017, p. 437 ss.

[11] Sándor Márai, La donna giusta, Adelphi, Milano 2004, p. 38 ss.

[12] Luigi Bartolini, Vita di Anna Stickler, Avagliano Editore, Cava de’ Tirreni 2002, p. 174.

[13] Stefan Zweig, “Herbstwinter in Meran”, in: Durch Zeiten und Welten, Stiasny, Graz/Wien 1961, p. 104 ss., traduzione di Paolo Bill Valente.

[14] Paolo Valente, Leggende Meranesi, alphabeta, Merano 2014, p. 15.

[15] Antonio Manfredi, Itinera, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1997, p. 39.