Note in merito alla proposta di norma di attuazione dello Statuto sulla toponomastica in Commissione dei Sei
Paolo Bill Valente – 22.9.2016
Premessa
– La democrazia, in una situazione di compresenza di gruppi linguistici e minoranze, non si fonda solo sul principio di maggioranza, ma anche su quello del consenso delle rispettive componenti.
Questo vale in modo particolare per le “questioni sensibili sul piano etnico-linguistico” (QSEL).
Ne conseguono due principi:
1. Un gruppo linguistico (o i suoi rappresentanti) non può decidere su QSEL che riguardano un altro gruppo linguistico.
2. Ogni gruppo linguistico va messo in condizione di decidere delle questioni che lo riguardano (QSEL). Ovviamente la decisione non può essere a sua volta lesiva di altri gruppi né contrastare con l’interesse generale.
Possibile pratica:
La decisione su QSEL necessita l’approvazione della maggioranza del gruppo linguistico interessato e l’approvazione della maggioranza della popolazione (o dei suoi rappresentanti). Entrambe le cose.
Una forma di attuazione di questo principio sono le commissioni paritetiche, purché in esse si possa attuare quanto sopra (maggioranza del gruppo linguistico + maggioranza commissione)
La situazione
– Accordo di Parigi e Statuto prevedono esplicitamente la bilinguità/bilinguismo della toponomastica. Questo pone la toponomastica bilingue tra i principi pratici su cui si fonda la convivenza tra i gruppi in Alto Adige.
– Accordo di Parigi e Statuto non contemplano l’opzione della cancellazione di nomi, ma prevedono invece la reintroduzione di nomi a suo tempo cancellati.
– In termini di diritto attualmente i toponimi italiani non hanno bisogno di alcuna “approvazione”.
– La distinzione tra bilinguismo e binominalismo ha senso solo dove esiste effettivamente un solo nome (e non dove ce ne sono due e se ne vuole togliere uno).
– Di fatto tutta la discussione non concerne il rilevamento e l’approvazione di toponimi in generale, ma la (progressiva) cancellazione di parte dei toponimi italiani.
– La questione della toponomastica non ha motivazioni scientifiche o culturali-antropologiche, ma è stata posta e si pone per motivi politico-elettorali.
– La politica dell’AVS (Alpenverein) e di qualche pro loco di provocare il fatto compiuto del monolinguismo toponomastico avrebbe dovuto vedere nella Provincia una reazione a tutela dei gruppi minoritari e perciò del bene comune. Questo non è avvenuto e ciò rappresenta un vulnus rispetto al ruolo delle Istituzioni autonomistiche in questo campo. Non è cosa di poco conto, perché l’Autonomia si giustifica principalmente proprio per la necessità di tutelare le differenze etnico-linguistiche della popolazione nell’ottica del bene comune.
– Benché introdotti per lo più nel modo “artificioso” che conosciamo, i nomi italiani sono – dopo un secolo – entrati a far parte della storia e della cultura di questa terra.
I criteri “oggettivi”
Attenzione: Tolomei a suo tempo ha applicato criteri “tecnico-scientifici” che dal suo punto di vista erano “oggettivi”.
Oggi l’unico criterio “oggettivo” applicabile sarebbe quello dell’uso. Ma anche qui attenzione:
– persone diverse fanno uso diverso dei nomi.
– l’uso va eventualmente stabilito sul piano provinciale, non nel luogo specifico (dove magari la popolazione di lingua italiana è inesistente)
– l’uso da parte di chi? Degli alpinisti, della popolazione in generale, dei cartografi ecc.?
Infine:
– l’uso ci può confermare che in Alto Adige è consuetudine utilizzare i toponimi in due/tre lingue, ma non conferisce né toglie legittimità al singolo toponimo.
– quando parliamo di toponimi “storici”, va considerato che dopo cento anni ogni cosa, anche i nomi di luogo, diventa “storica”.
Scelte di fondo
La questione della toponomastica negli ultimi oltre vent’anni ha inquinato i rapporti tra i gruppi linguistici perché:
– ha dato di continuo voce agli estremismi nazionalistici
– ha lanciato il messaggio che in Alto Adige il gruppo italiano ha una pena da scontare (è erede del fascismo) ed è tollerato come ospite (il nome che si usa è dunque quello del padrone di casa)
– ha dato fiato al messaggio secondo cui l’Alto Adige è una terra “tedesca” (che infatti va promossa anche a livello di marketing solo col marchio Südtirol). Invece il Tirolo è da sempre una terra plurilingue.
Se il bi-trilinguismo è un valore, come spesso si dice, questo appare in modo particolare nella toponomastica bi-trilingue. Oltre che, naturalmente, nella conoscenza delle lingue da parte della popolazione.
In conclusione
– Resto convinto che sia corretto lasciare ad ogni gruppo linguistico la decisione sui propri toponimi.
– Non si tratta di “salvare” più toponimi italiani possibile. I toponimi italiani attualmente sono tutti in vigore. Il loro mancato utilizzo contravviene ai principi enunciati nello Statuto e negli accordi internazionali.
– Il principio della pariteticità della commissione è un passo in avanti nel percorso dell’autonomia, ma lo è soprattutto per altre questioni dove è bene che il consenso venga costruito in questo modo.
Nel caso specifico, se si va nella direzione dello schema proposto, credo che:
* La commissione debba essere di sei membri (3+3) in modo che le decisioni debbano essere prese a maggioranza assoluta nella commissione (almeno 4 su 6), ma con validità solo se sussiste anche la maggioranza del gruppo interessato (almeno 2 su 3, e non 1 su due che non è la maggioranza).
* La commissione lavori in modo tale per cui la parte italiana possa produrre autonomamente l’elenco dei toponimi italiani (da approvare a maggioranza al suo interno) e così gli altri gruppi linguistici. In tal modo le sottocommissioni possono rapportarsi alla popolazione di riferimento in un’ottica costruttiva, senza l’idea di dover “salvare il salvabile”, ma nella prospettiva di valorizzare il patrimonio culturale del gruppo (che è patrimonio culturale di tutti).
* La sottocommissione ladina si occupa dei toponimi ladini (anche fuori dalle valli ladine) e non dei toponimi delle località ladine (intendendo con questo anche le versioni in tedesco o italiano, che invece sono di competenza dei rispettivi sottocomitati)
* Va in ogni caso ripristinato il plurilinguismo là dove è già stato cancellato in modo arbitrario (es. cartelli di montagna).
Come già detto, forse è difficilmente giustificabile un dispendio di risorse umane per una questione “futile” come quella della toponomastica.
Si tratta però di una situazione futile eppure grave. In sostanza, se i nomi italiani venissero anche in parte cancellati senza che sia stato il gruppo italiano stesso a deciderlo, ma un altro gruppo (sia pure maggioritario in termini politici), non si cancellerebbero solo dei toponimi, ma verrebbe meno il senso stesso dell’autonomia.