Pastorale di lingua italiana

Lo sviluppo della pastorale in lingua italiana in Alto Adige dall’800 a oggi. Elementi di continuità tra prima e dopo l’annessione del 1918/20.

In: Luca Renzi, Ferruccio Delle Cave (a cura di), La convivenza in Alto Adige 1920-2020 Zusammenleben in Südtirol, ed. Alphabeta, Merano 2022

Il recente sinodo della diocesi di Bolzano-Bressanone (2013-2015) ha inaugurato un nuovo approccio pastorale fondato sull’idea, di per sé antica, che la comunità cristiana è unica, sebbene al suo interno convivano differenza di ogni tipo, anche, ma non solo, di carattere linguistico. Uno dei provvedimenti approvati dai sinodali e ratificati dal vescovo suona così: “Nelle parrocchie plurilingui a partire dal 2016 viene istituito un unico consiglio pastorale parrocchiale che di regola non si riunisce in sezioni separate” (n. 388) [1].

Che una parrocchia abbia un unico consiglio pastorale e non due, separati per lingua, potrebbe sembrare cosa scontata. Il fatto che un Sinodo debba ribadirlo conferma che ovvio non è. La circostanza che la misura a tutt’oggi (2021) sia in parte ancora inattuata conferma la difficoltà che ci può essere, a seconda dei contesti, ad andare oltre le barriere linguistiche nella pastorale ordinaria delle nostre comunità e della diocesi plurilingue di Bolzano-Bressanone.

Ci concentriamo di seguito sullo sviluppo di una pastorale specifica in lingua italiana sul territorio altoatesino.

Come è noto, fino al concilio Vaticano II la liturgia cattolica si tiene in latino. La lingua del popolo è usata nelle omelie, nelle spiegazioni, nel catechismo. Nella porzione di Tirolo che oggi viene denominata Alto Adige o Sudtirolo, guardando all’800, ci sono zone di lingua tedesca, zone di lingua ladina e zone miste, dove si parlano l’italiano e il tedesco.

“Cura d’anime in lingua italiana” non significa necessariamente separazione tra i fedeli appartenenti ai diversi gruppi linguistici tradizionali dell’Alto Adige. Può trattarsi di un’offerta aggiuntiva, ad esempio per le confessioni o per le omelie.

Così nell’elenco dei padri cappuccini di Merano che si trova tra gli atti del passaggio della parrocchia dalla diocesi di Coira a quella di Trento, un religioso porta il titolo specifico di “confessore degli italiani” (confess. ital.) [2]. È l’anno 1819.

La chiesa di riferimento della comunità di lingua italiana residente in riva al Passirio fino dagli anni ‘70 dell’800 è quella di Santo Spirito.

Anche se per gli anni successivi sul catalogo del clero della diocesi di Trento non risulta nessun incaricato specifico, nella zona di Merano, si trovano però come sempre sacerdoti o frati di origine trentina o provenienti da zone mistilingui [3].

Anche a Lana, presso Merano, si istituisce una celebrazione specifica per la popolazione italiana. La prima messa per i fedeli di lingua italiana viene celebrata il 29 gennaio 1860 [4] da don Giovanni Pederzolli [5], per iniziativa di padre Peter Paul Rigler, figura di spicco dell’ordine teutonico e della chiesa sudtirolese dell’800. Padre Rigler introduce, tra i suoi confratelli dell’ordine teutonico, anche la consuetudine di digiunare il sabato dalla frutta, per poter così pagare le candele della messa per la popolazione italiana [6].

Anche a Gargazzone risulta esserci nel 1880 (non sappiamo a partire da quando) una celebrazione domenicale in lingua italiana. La mattina in chiesa si predica in tedesco; il pomeriggio ci sono l’omelia e una breve funzione in lingua italiana. Nel vicino paese di Postal, per quanto celebrazioni, insegnamento e catechismo siano tenuti in tedesco, anche l’italiano è usato per trasmettere i concetti essenziali [7].

Un sacerdote che si occupa stabilmente della cura d’anime della cosiddetta “colonia italiana” di Merano, lo troviamo sul Catalogo del clero per la diocesi di Trento a partire dall’anno 1870. Si tratta del cappuccino padre Guido Ruatti, che porta il titolo di “predicatore per gli italiani” (concionator italorum) [8]. Negli anni successivi presso la parrocchia di S. Nicolò sono presenti sacerdoti col titolo di Cooperator pro Italis [9].

Nel luglio 1897 don Celestino Endrici, futuro vescovo di Trento, e don Guido de Gentili, che in seguito sarà parlamentare a Vienna, tengono a Merano una delle loro conferenze per gli operai sull’onda dell’enciclica Rerum novarum. L’anno dopo, 1898, viene fondata la prima associazione di ispirazione cattolica rivolta agli operai di lingua italiana della zona col nome di “Società operaia cattolica di Merano e circondario” [10], che avrà un ruolo importante soprattutto per quanto riguarda la pastorale sociale. Nel 1899 viene costituita un’analoga associazione per gli operai di lingua tedesca.

Una funzione analoga la svolge a Bolzano il “Sodalizio Cattolico Italiano”.

Da sempre, in città, sono presenti sacerdoti e religiosi di lingua italiana. Una richiesta specifica di un catechista italiano è documentata nel 1812. La rivolge al vescovo di Trento un generale dell’esercito a nome del prefetto e del parroco, chiedendo “un sacerdote con l’incarico dell’istruzione religiosa dei italiani, che di presenti sono ivi domiciliati in numero considerevole…”

Forse è già a Bolzano dal 1815, il catechista “pro Italis Bulsani” (per gli italiani a Bolzano) don Nicola Dijacobis di Predazzo. Altri si susseguono nei decenni successivi [11].

Dal momento che, anche per le resistenze del Comune, dal 1887 in poi a Bolzano non c’è più un apposito “cappellano per gli italiani”, nel 1893 viene fondato il “Sodalizio Cattolico Italiano” allo scopo di garantire alla minoranza italiana la presenza di un cappellano.

Secondo il primo statuto del Sodalizio, la fondazione “ha scopo unicamente religioso e particolarmente quello di “promuovere l’istruzione religiosa cattolica in lingua italiana mediante la predicazione e spiegazione del catechismo diocesano, con ispeciale riguardo alla classe tanto numerosa degli operai”, “procurare che le sacre funzioni siano celebrate nella chiesa, che verrà assegnata al Sodalizio, con decoro conveniente e corrispondente ai mezzi della Congregazione”, “preparare i fondi necessari alla fondazione di un patrimonio per l’esercizio del culto cattolico in lingua italiana a Bolzano”.

Il primo cappellano stipendiato dal Sodalizio e responsabile dello stesso è don Vittorio Speccher, nativo di Trento [12].

Caratteristiche comuni dei casi di Merano e Bolzano sono l’estrema prudenza da parte della diocesi di Trento (che sta bene attenta a non forzare gli equilibri tra le nazionalità), l’appoggio da parte delle relative parrocchie (interessate unicamente all’aspetto pastorale) e la resistenza da parte delle autorità comunali, espressione dell’idea nazional-liberale, che teme l’ampliarsi del volto plurilingue della regione al di qua del Brennero.

La richiesta di poter usare per le celebrazioni italiane l’antica chiesa dei Domenicani rimane nel 1858 senza risposta.

“L’ulteriore permanenza di un cappellano italiano – scrive il magistrato comunale al governo imperiale nel 1866 – darebbe solo ancora maggiore impulso alla sempre maggiore avanzata della nazionalità italiana…” E consiglia di affidare la cura d’anime a quei sacerdoti di lingua tedesca che conoscono anche l’italiano. Prima o poi, sostiene ancora scandalizzato il Comune negli anni successivi (1868, 1871), si “chiederà anche una scuola italiana per la gioventù italiana”.

A Merano padre Leopoldo Decristoforo, nel marzo 1888 scrive un’accorata lettera [13] al vescovo di Trento Eugenio Carlo Valussi, lamentando che gli italiani si vedono negare dal podestà l’uso della chiesa di Santo Spirito. “Se nella chiesa dell’ospedale potevano gl’Italiani avere la dottrina avanti per alcuni anni, perché non adesso?”, si chiede. “Già otto mesi vi fanno, che aspetto qui la licenza di poter entrare una volta nella chiesa dell’ospedale, che fu dalla Vostra Altezza Illustrissima istessa destinata come luogo più comodo per tenervi la dottrina cristiana ai lavoratori cristiani italiani. Ma invano”.

I motivi sarebbero di carattere politico: “Cioè l’Italianismo, la propagazione della lingua italiana. Così dichiarò chiaramente il Sigr. Podestà alla deputazione dei lavoranti italiani, che ebbi spedito al Sigr. Podestà in questo affare”. E conclude amareggiato: “Così viene, quandochè si lascia in Chiesa comandare un Podestà liberale”.

In questo caso l’intervento del vescovo Valussi non si fa attendere e già lo stesso anno possono riprendere le funzioni nella chiesa di Santo Spirito.

La cura d’anime in lingua italiana subisce una battuta d’arresto dopo l’entrata in guerra contro l’Austria del regno d’Italia nel 1915. I dirigenti del Sodalizio cattolico di Bolzano e della Società operaia di Merano, ritenuti sospetti politici, vengono internati nel campo di concentramento di Katzenau.

Lo sviluppo della cura d’anime italiana tra le due guerre è contrassegnato da due motivi.

Il primo è di ordine pastorale. Sul territorio altoatesino c’è un aumento della popolazione di lingua italiana, a Bolzano soprattutto a partire dagli anni ’30. Ciò richiede una maggiore attenzione da parte della diocesi di Trento la quale, peraltro, continua a evitare forzature e anzi interviene nei limiti del possibile a tutela del mantenimento dell’uso della lingua tedesca nella liturgia, nel catechismo e anche nell’insegnamento, limitatamente al seminario minore Johanneum di Tirolo (analogamente avviene a Bressanone col seminario minore Vinzentinum).

Il secondo motivo è di ordine politico. Il governo, nell’ambito della politica di italianizzazione, favorisce l’insediamento nella provincia di Bolzano di congregazioni religiose di lingua italiana.

Un notevole sviluppo delle parrocchie a Bolzano e a Merano avviene soprattutto nel secondo dopoguerra [14]. Solo nel 1949 viene creato, sotto il nome di “S. Quirino”, un decanato apposito per la cura d’anime di lingua italiana a Bolzano. Il primo decano è don Giovanni Tschon.

Ma presto l’attenzione si sposta verso una visione pastorale più ampia, quella incarnata da Joseph Gargitter che nel 1952 diventa vescovo di Bressanone. La questione che si pone è quella relativa al ruolo della Chiesa locale in un territorio di confine, lacerato dalle contraddizioni, avviato sull’incerto cammino della prima autonomia, sul piano ecclesiale ancora diviso tra ciò che rimane della diocesi di Bressanone e l’arcidiocesi di Trento. La risposta politico-pastorale del vescovo Gargitter è la creazione di un’unica diocesi plurilingue. È un percorso irto di ostacoli che però si conclude positivamente in pieno concilio Vaticano II, nell’agosto del 1964, con la creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone.

Rispetto alla strategia pastorale nella nuova diocesi, cito le parole del primo vicario generale di lingua italiana, mons. Lino Giuliani: “Il suo progetto di fondo, in linea con il motto pastorale ‘Animam pro ovibus’ e in funzione di costruttore di pace e serenità, fu di attrezzare la comunità di lingua italiana di tutte quelle strutture pastorali che la togliessero da una impressione e da una condizione di inferiorità, rispetto al settore di lingua tedesca, nel quale si trovò improvvisamente inserita, calata a comunità minoritaria in seno alla nuova diocesi” [15].

Tra gli atti ricordati dall’ex vicario generale sono la costituzione di una curia bi-trilingue (con direttori d’ufficio doppi), l’opera di costruzione delle chiese necessarie a Bolzano, l’istituzione del seminario minore di lingua italiana e la creazione del settimanale diocesano “Il Segno” (ridotto oggi a mensile).

Tra gli eventi fondamentali dei primi anni della diocesi di Bolzano-Bressanone sono da annoverare il Sinodo diocesano degli anni 1970-1973 e lo spostamento effettivo della residenza del vescovo a Bolzano, nel 1972. Nel 1975, infine, con decreto della Congregazione dei vescovi, la chiesa prepositurale, cioè il Duomo di Bolzano, viene elevata a concattedrale [16].

Questo schema pastorale che fa procedere in via parallela la pastorale tedesca e quella italiana è propedeutico al passo successivo stabilito, cinquant’anni dopo, dal secondo Sinodo diocesano (2013-2015).

La decisione presa dal Sinodo è chiara: “In Curia vengono unificati gli uffici oggi divisi per gruppi linguistici” (n. 418) [17]. Il provvedimento, a differenza di quello relativo ai Consigli pastorali parrocchiali, viene effettivamente attuato, per la parte dell’unificazione [18], a partire dal settembre 2016 [19].

La visione pastorale che ispira questo passo è sintetizzata nei punti 58 e 59 dei documenti finali del Sinodo:

“Nell’ottica del bene comune, siamo tutti responsabili di tutti. Nelle comunità cristiane i membri di un gruppo linguistico sono corresponsabili anche per i membri di altri gruppi linguistici. Tutti coloro che sono attivi nella pastorale curano in modo particolare questo aspetto” (n. 58).

“Avviare processi di unificazione. Ricerchiamo percorsi unitari, pur nel rispetto delle diversità. Apposite regole garantiscono la pari dignità e la corresponsabilità delle diverse componenti linguistiche, evitando l’appiattimento sull’una o l’altra tradizione” (n. 59) [20].

Nelle diverse epoche possiamo constatare come la pastorale debba tenere sempre conto della lingua dei fedeli, come essa possa essere sottoposta a pressioni di ordine etnico o nazionalistico e come essa, per agire in modo libero da condizionamenti, debba sempre avere presenti i bisogni autentici delle persone e il bene comune, sapendo tradurre tutto ciò in strategie, in stili e anche in regole a tutela dei gruppi minoritari.


[1] Diocesi di Bolzano-Bressanone, Sulla tua parola con gioia e speranza, Bolzano 2016, p. 292.

[2] Archivio Diocesano Tridentino (ADT), Libro B (203) n. 361. P. Giancarlo Bombarda (Dionisio Bombardi) nasce a Cares nel 1761, muore a Rovereto nel 1846.

[3] Tutti i documenti relativi alla nomina dei sacerdoti incaricati per la cura d’anime della comunità italiana di Merano, come anche le diverse annate del “Catalogus Cleri”, sono conservati presso l’Archivio Diocesano Tridentino.

[4] Archivio del convento dell’ordine teutonico di Lana, Cronaca, p. 10.

[5] Don Giovanni Pederzolli nasce a Riva del Garda nel 1810. È stato cooperatore ad Avelengo, a Rovereto e in altre località del Trentino. Dal 1860 al 1865 è nel convento dell’ordine teutonico di Lana come oblato e si occupa anche della messa e del catechismo in italiano per la popolazione. Muore ad Arco nel 1873, cfr. U. Gasser, Die Priesterkonvente des Deutschen Ordens – Peter Rigler und ihre Wiedererrichtung 1854-1897, Bonn 1973, pp. 118-119.

[6] Cfr. U. Gasser, All’unisono con Dio. L’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane di Peter Rigler testimoniato dai suoi contemporanei e dalle sue lettere, Bressanone 2000, p. 159.

[7] W. Rohmeder, Das deutsche Volkstum und die deutsche Schule in Südtirol, Vienna 1898, p. 46.

[8] Nomi e dati sono tratti, anche per le persone che seguono, dai Cataloghi del clero della diocesi di Trento.

[9] Tra i vari sacerdoti e religiosi che hanno l’incarico formale o meno della cura d’anime degli italiani don Giuseppe Gallizzi (parrocchia, 1871), don Alessandro de Angeli (1873-1883 parroco dell’ospedale), don Cornelio Molignoni (parrocchia, 1886), padre Leopoldo Decristoforo (cappuccino, 1887-1895), p. Aniceto Rufinatscha (cappuccino, 1894), p. Isidor Flür (cappuccino, 1897-1907), p. Cajus Perathoner (1907-1914).

[10] Cfr. P. Valente, Il muro e il ponte, Trento 2003, p. 168 ss.

[11] Tra questi don Pietro Tambosi (a Bolzano fino al 1841), don Giuseppe Canton (1842), don Carlo Jordan (1850), don Federico degli Antonini (cappellano degli italiani, 1856-1887).

[12] Gli succedono don Antonio Maria Padovani (1896), don Ernesto Cozzi (1898), don Nicolò Nicolao (1901), don Pietro Luchi (1908) e don Adolfo Merler (1911).

[13] Archivio Diocesano Bressanone, Merano/S. Spirito II, fasc. 333/III, Ospitale Vecchio 1883-1907, Curazie 57 B/n. 3.c.

[14] La prima parrocchia ad essere eretta sul territorio parrocchiale dell’attuale Duomo è quella del SS. Rosario ad Oltrisarco (1941). Seguono S. Giuseppe ai Piani (1953), S. Giacomo (1954), S. Paolo (1965) e S. Geltrude (1966) ad Aslago e S. Lorenzo a Rencio (1969). Dal territorio di Gries si staccano la parrocchia di Cristo Re (1943), S. Giovanni Bosco (1948), Regina Pacis (1954), S. Pio X (1959), Tre Santi (1963), S. Famiglia (1971), Visitazione (1978). Sorgono la vicaria autonoma B. Vergine Maria del Monte Carmelo affidata ai carmelitani ed il Centro Pastorale del Corpus Domini. A Merano, dopo la parrocchia di Sinigo (1938), vengono create quelle di S. Spirito (1951) di S. Maria Assunta (1955).

[15] Commemorazione del vescovo Gargitter a Bolzano, 24 gennaio 1997.

[16] Decreto della Congregazione dei Vescovi, 7 ottobre 1975.

[17] Diocesi di Bolzano-Bressanone, Sulla tua parola con gioia e speranza, p. 312.

[18] Rimane attuale la necessità di tutelare gli equilibri tra le componenti linguistiche anche al livello della direzione degli uffici, secondo le indicazioni che danno i documenti sinodali (n. 59). Dopo il Sinodo i direttori d’ufficio di lingua italiana si sono progressivamente ridotti fino a venir meno del tutto nel febbraio 2022 (si veda la composizione del Consiglio di Curia).

[19] La Caritas diocesana avrà un direttore unico dal 1° settembre 2017.

[20] Diocesi di Bolzano-Bressanone, Sulla tua parola con gioia e speranza, p. 110-111.