Leggende meranesi

9.5.2015 – Sudtirolismi-III – Sulla soglia. Leggende meranesi, storie di confine

Si può parlare della soglia, del confine, della frontiera da un punto di vista particolare. Quello della letteratura. Di quella letteratura popolare, un tempo orale, che nei secoli passati si è espressa in racconti, miti e leggende.

C’è una leggenda che ancora nessuno ha raccontato. Meglio: molti l’hanno raccontata, ma non in forma di leggenda. È la leggenda di Ötzi, l’uomo che voleva varcare il confine.

La leggenda, se ci fosse, dovrebbe narrarci come mai quest’uomo abbastanza in là con gli anni, per i suoi tempi, volesse passare al di là. Era in fuga da qualcuno o qualcosa oppure la sua era un’esplorazione? Ebbe la percezione di varcare una frontiera, oppure era, il suo, un viaggio normale, ordinario, compiuto tante altre volte?

La leggenda dovrebbe raccontarci poi perché Ötzi, una volta arrivato sullo spartiacque, fu brutalmente fermato.

Ötzi rimane l’emblema della necessità e al tempo stesso della difficoltà di varcare la frontiera. Ötzi muore sulla soglia.

Il confine di Ötzi è reale ed è immaginario.

È la stessa linea – lo spartiacque alpino – che il nazionalismo italiano rivendicava come “termini sacri” della patria, segnati da Dio stesso (o dalla natura). Secondo Ettore Tolomei: “È la natura che ha segnato i limiti d’Italia. I cuori non si volgono al nord, perché i fiumi corrono al sud. Tutto ha il suo centro di attrazione verso il mezzogiorno. È la natura che vince…”.[1] Eppure quel giorno il cuore di Ötzi volgeva a nord. Una poesia di Gabriele D’Annunzio del dicembre 1916 porta il titolo “Dio segnò i confini d’Italia” e precisamente a partire “dalle fonti dell’Adige”. Secondo il poeta “l’amor di Cristo, con la man che avvampa, rivendica in eterno il nostro suolo”.[2]

Ötzi nel settembre del 1991 fu preso in un primo tempo in consegna dalla gendarmeria austriaca, prima che dagli archeologi.

I suoi discendenti forse non siamo noi, ma, almeno in questo momento, i ragazzi eritrei o somali che affollano la stazione di Bolzano e che, in prossimità di confini che non dovrebbero più esistere, vengono riportati indietro dalle cosiddette “scorte trilaterali” composte da agenti della gendarmeria austriaca e delle polizie italiana e tedesca.

Il primo confine “naturale” che questi ragazzi hanno varcato è quello del deserto, il secondo quello del mare. Oggi al Brennero e alla stazione di Bolzano corre una stessa frontiera, resa paradossalmente evidente da quel mondo globalizzato che si vorrebbe senza confini, e che invece approfondisce le distanze tra ricchezza e miseria.

Torniamo nel mondo della fantasia. Le leggende di un Paese, il modo di tramandarle o di raccoglierle, rappresentano elementi attraverso i quali può essere letta l’esperienza del confine. Quel confine che si crea (nel contesto della costruzione dell’identità) e quel confine che si supera, quando si prende atto della compresenza, in qualsiasi realtà, di aspetti provenienti dalle culture che si sovrappongono l’una all’altra, si incontrano, si contaminano.

In una terra di frontiera come l’Alto Adige a maggior ragione anche le leggende sono “storie di confine”. Nel leggere i racconti delle valli altoatesine e, nello specifico, del Meranese, emerge il fatto che l’incontro culturale di cui il Tirolo è stato ed è teatro va ben al di là del semplice aspetto linguistico. A quanti parlano tedesco, italiano o ladino, tra i personaggi della saga sudtirolese, vanno aggiunti (anzi predominano) lo stregone e la fattucchiera, il monaco e il santo, il fantasma e lo spirito, il nano, il gigante e l’orchetto. Tutti rappresentanti dell’alterità.

Le leggende meranesi[3] sono dunque “storie di confine”. Parlano di città sparite nel nulla, di strane genti che ora ci sono e poi, all’improvviso, scompaiono. Di popoli che si incontrano, entrano in relazione, si combattono, si fondono l’uno nell’altro. Sono vicende che tracciano e poi attraversano la frontiera tra i gruppi, le persone, i territori, segnano e poi superano il limite tra bene e male, tra giorno e notte, tra luce e buio, tra vita e morte.

Quelle cui farò cenno derivano principalmente da quelle raccolte capillari di racconti compiute nel corso dell’800 da personaggi come il meranese Ignaz Vinzenz Zingerle (Merano 1825, Innsbruck 1892), come Johann Nepomuk von Alpenburg, nato in Alta Austria (Grünburg 1806, Innsbruck 1873), e come il brissinese Johann Adolf Heyl (Bressanone 1849, Innsbruck 1927).

La soglia tra civiltà

Una prima soglia di cui ci narrano i racconti popolari è quella, avvenuta nella nostra storia, tra una civiltà cosiddetta “pagana” ad una ispirata al cristianesimo. In questo modo si possono interpretare le leggende che hanno per protagonisti nani e giganti.

Si dice che i giganti fossero…

…figli degli antichi dèi pagani. Per questo motivo, nei primi secoli dell’era cristiana, mal sopportavano la vista di un qualsiasi oggetto a forma di croce. C’erano diversi giganti nel Meranese e molti di loro vivevano arroccati sul colle, dove in seguito i conti di Venosta eressero castel Tirolo.

Si dice che la chiesa di San Pietro a Quarazze sia la più antica di tutta la zona. Essa fu edificata non appena nei dintorni si poterono contare almeno sette cristiani. Furono i nani a costruirla. Tuttavia non fu un compito facile. Quando alla chiesetta mancava solo il tetto, i giganti, che seguivano spocchiosi l’andamento del cantiere dalla collina di castel Tirolo, movendo semplicemente un dito facevano a pezzi tutto il lavoro.

I nani si rimettevano all’opera e i giganti spaccavano nuovamente ogni cosa.

I piccoli costruttori si chiesero allora fino a che punto ne valesse davvero la pena. Per sette cristiani? Alla fine si fecero coraggio e decisero che sì, avrebbero tirato su la chiesa, dai muri al tetto. Lo avrebbero fatto in una sola notte. Mentre i giganti dormivano, essi avrebbero completato l’opera tutta intera. Così fecero.

Quando i giganti il giorno dopo aprirono gli occhi, trovarono la chiesa bell’e finita.[4]

Si racconta ancora che…

…dopo secoli passati ad angustiare i cristiani, i giganti si ravvidero e cambiarono indole. Cercarono il modo di riparare ai torti inflitti e di farsi perdonare.

Due di loro erano impegnati contemporaneamente nella costruzione di due chiesette, quella sulla collina presso il giogo di San Vigilio e quella di Santa Caterina alla forcella di Avelengo. I giganti avevano un unico martello, molto grande e pesante. Facevano così: quello di Avelengo lavorava tutta la giornata e la sera, prima del riposo, scagliava l’attrezzo al di là della conca di Merano. Quell’altro lo raccoglieva al giogo di San Vigilio e lo usava l’indomani. Potevano procedere un giorno per uno, per questo le attività andarono un po’ a rilento. Alla fine però le chiesette furono meravigliosamente completate.[5]

Il passaggio è compiuto anche se il transito completo da una forma religiosa all’altra ci pone di fronte ad una soglia che si sposta costantemente, anziché essere superata una volta per tutte.

La soglia tra mito e realtà

Si può dire molto ed è stato detto molto sui miti fondanti di una comunità, di un clan, di un regime.

Per il fascismo italiano il mito delle origini dell’antica Roma fu di fondamentale importanza. È curioso constatare come per i meranesi, anzi per i maiensi del XVIII e XIX secolo, allo stesso modo l’impero dei Cesari rappresentò un’origine storico-leggendaria di cui andare fieri.

Secondo la leggenda, creduta però a lungo storia vera,

Maia fu una città romana assai prospera.[6] Poi all’improvviso scomparve. Tra l’VIII e il IX secolo fu travolta da una frana rovinosa, capace di cambiare il corso del Passirio e di cancellare ogni traccia degli splendori di un tempo. L’antica Maia giacque sepolta sotto metri di detriti. Per questo in seguito fu definita la “Ercolano tirolese” o la “Pompei retica”.

Padre Cassian Primisser, il redattore degli Annali di Maia, tramanda una versione un po’ diversa. Il suo racconto risale alla seconda metà del Settecento. Dice che Merania era quella porzione della città di Maia che sfuggì al cataclisma verificatosi verso la fine dell’VIII secolo. Accadde che il rio di Nova, che allora si buttava a precipizio nel Passirio, straripò, in seguito alla pioggia persistente, Riempì il letto dello stesso Passirio e la gran parte della città fu inondata e poi sepolta.

Secondo altri racconti, della città restarono soltanto un brandello del muro di cinta nei pressi di San Valentino e la torre di Maia Bassa.

Si dice pure che nel giorno della catastrofe i maiensi avessero organizzato una processione a Lana. Dei cittadini della mitica Maia ebbero salva la vita solamente loro, quelli che al momento della catastrofe non si trovavano in città, perché avevano preso parte al pellegrinaggio.[7]

Quest’ultima nota – i pellegrini che si salvano – ci riporta forse al passaggio della soglia tra paganesimo e cristianesimo.

Il grande confine: terra-mare

Torniamo col pensiero alle persone che in questi giorni fuggono dall’Africa attraversando il Mare Nostrum. Ecco che questo mare ci si presenta non solo come una soglia, ma davvero come una frontiera difficile, a volte tragicamente impossibile da valicare.

Il mare, nella tradizione biblica, è addirittura simbolo del nulla, della morte e del male. Tanto è vero che nel penultimo capitolo dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, leggiamo, a proposito della nuova e definitiva creazione, questa visione di Giovanni: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più” (Ap 21,1).

La leggenda meranese narra quanto segue:

In un’epoca assai remota la conca di Merano era interamente sommersa dal mare. La chiesetta, sopra Quarazze, dedicata a san Pietro, il pescatore si affacciava sulla riva. Là vicino furono trovati i grossi anelli di ferro ai quali i marinai, in quei tempi lontani, avevano legato le loro barche.

Attorno alla Muta qualcuno è certo di avere rinvenuto i fossili di pesci preistorici.

È proprio dalla parola “mare” (“Meer” in tedesco) che deriva il nome di Merano[8]. Anche in italiano, secoli fa, la città era chiamata “Marano” anziché “Merano”[9].

È difficile dire se questa storiella sia stata inventata per spiegare il nome della città o se il nome serva solamente a dimostrare la tesi iniziale, ovvero che il mare lambiva le pendici di castel Tirolo.

Al di là di quanto detto sopra a proposito della concezione biblica del mare, chi conosce la zona di Merano può facilmente immaginarsi lo stridente contrasto insito nell’immagine delle alte cime del gruppo del Tessa che si specchiano nelle acque di un antico mare.

La soglia tra terra e cielo

Chi supera la soglia tra la dimensione terrestre e altre dimensioni, come quella celeste, sono senza dubbio gli orchetti.

Gli orchetti vivono nei boschi oppure in luoghi isolati. Li si incontra di notte, negli angoli della cucina o nella stalla. Sono famosi per i loro dispetti. Stuzzicano le cuoche imbrattando di fuliggine i piatti del cibo o gettando fango e cenere nei candorli del latte. Appaiono dopo il tramonto e spesso se la prendono con i tiratardi.

Se vogliono, sono amici preziosi. Danno buoni consigli ai contadini e qualche piccolo aiuto. Alcuni macinano il grano durante la notte, altri suggeriscono al padrone del maso quando è l’ora di arare o di seminare, per avere un raccolto abbondante. Loro lo sanno, perché conoscono le dinamiche del tempo. In cambio prendono per sé un po’ di cereali e di lana scura. Per il resto, quello che fanno, lo fanno gratis e mai possono né vogliono essere ricompensati. Si vestono normalmente di grigio, cioè un misto, come è il loro carattere, di bianco e di nero.

Si dice che gli orchetti siano gli angeli che a suo tempo avevano partecipato alla ribellione di Lucifero, senza però esserne troppo convinti. Si erano lasciati trascinare dalla sua retorica, ma nel loro intimo non avevano mai pensato di voltare le spalle al Creatore. Così mentre Lucifero e i suoi caddero dal cielo e finirono nelle fiamme, quegli angeli un po’ farfalloni restarono appesi alle rocce e ai rami degli alberi. Divennero orchetti, costretti a vivere nelle caverne del sottosuolo fino al giorno del Giudizio.[10]

Condannati a vivere nelle caverne del sottosuolo. Un richiamo, in qualche modo, al regno sotterraneo – benché di cristallo – di re Laurino. Secondo il ciclo delle leggende del Meranese il famoso giardino delle rose (Rosengarten) si sarebbe trovato, anzi sarebbe ancora ai piedi delle montagne che circondano l’antica conca di Maia.[11]

La soglia tra visibile e invisibile

Restiamo nel mondo dell’invisibile che si rende visibile. È il caso delle numerose storie di tesori che appaiono a scompaiono, di cui è piena la narrazione leggendaria alpina.

Si narra ad esempio dell’esistenza di un misterioso tesoro nel castel Sanzeno, luogo che un tempo fece parte del cosiddetto Castrum Maiense, embrione tardo antico e medievale della città di Merano.

A castel Sanzeno, dove un tempo risedettero i principi, è sepolto un tesoro. Si raccontano molte storie in proposito. Una volta il figlio del guardiano notturno, che aveva appena sei anni, vide davanti a sé sei sacchi pieni di denaro. Corse come un pazzo al campo dove lavorava il padre per chiamarlo. Ma quando i due arrivarono nel cortile del castello, i sacchi erano spariti.

Un’altra volta un vecchio signore che verso sera tornava dai suoi campi, passò di là e gettò lo sguardo al castello. Vide una giovane donna alla finestra della torre. Lo guardava amichevolmente e gli faceva cenno con la mano. Era vestita come santa Notburga e impugnava un mazzo di grosse chiavi. Il vecchio non si curò minimamente della donna né del suo richiamo e tirò dritto. Allora si sentì un sospiro e poi qualcosa che rotolava giù nelle viscere della terra. Il tesoro per lui era perduto.

Quello stesso uomo, in un’altra occasione, incontrò sulla via che porta al castello un cospicuo gruppo di musicanti che suonavano allegramente. Anche quella volta proseguì per la sua strada. Ma la curiosità fu più forte di lui. Dopo pochi metri si voltò per osservare meglio di che cosa si trattasse. Quando si girò, tutto era già sparito.

Successe ancora che due pie donne andassero verso Rifiano. Era molto presto, ancor prima che suonassero le campane del mattino. Come raggiunsero la collina del castello, vicino al muro di cinta videro due grossi sacchi sorvegliati da un cane nero dagli occhi di fuoco. Terrorizzate scapparono via. Avevano fatto solo pochi passi quando si sentì distintamente il tintinnio di pezzi d’argento che precipitavano inghiottiti dalle profondità della terra.[12]

Si narra anche la breve storia che segue:

Un acquaiolo passava verso mezzanotte davanti a ad una casa della città. Sulla panca accanto alla porta stava seduta una donna anziana, che gli fece cenno di avvicinarsi e gli porse tre noci d’oro. L’uomo non prese le noci e tirò dritto. Se le avesse raccolte dalle mani della donna, sarebbe diventato assai ricco.[13]

Colpiscono le leggende che raccontano dell’effimera fioritura dei tesori. Eccone un esempio:

Si raggiunge il maso Ottmann uscendo dalla porta Venosta. In quel luogo tanto tempo fa fu sepolto un tesoro. Perciò nella casa succedevano cose piuttosto bizzarre. In pieno giorno si sentiva qualcuno girare per le stanze e masticare pane secco, ma nessuno era in grado di vedere di chi si trattasse. Tra il maso Ottmann e il maso Winkler si estendeva un vigneto. Sarà stato ai primi dell’Ottocento ed era tempo di vendemmia. I vignaioli raccoglievano i grappoli quando si udì un insolito rumore. Guardarono verso la casa Ottmann da dove proveniva quel chiasso e furono spettatori di un’ineffabile meraviglia: il tesoro stava fiorendo. Si dice che questi tesori fioriscano ogni cento anni. I rustici restarono immobili, a bocca aperta: fiori d’oro e d’argento, simili a quelli dell’acacia, volteggiavano in aria sfolgoranti, per poi posarsi a terra come faville spente e sparire.

Dopo il primo momento di incantato sconcerto, gli uomini della vigna corsero in fretta e furia alla casa, ma quando vi giunsero il tesoro era già completamente sfiorito.[14]

Ci sono porte che si aprono, ma solo per breve tempo. Chi ha il coraggio di entrare – o di uscire – non deve esitare, altrimenti l’occasione è persa. È magari anche una presa in giro del nostro mito della sicurezza, attuale soprattutto in tempo di elezioni. Tutti i personaggi di queste leggende guadagnano la loro sicurezza ma perdono grandi tesori.

Il miraggio dell’incontro

Mi avvio alla conclusione tornando al discorso dell’incontro tra popoli e culture. La saggezza popolare ha sovente messo in guardia rispetto al superamento dei confini tra clan, etnie, tradizioni. “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, si dice in molte zone d’Italia.

Non così a Merano.

Mentre altrove le donne nubili invocavano sant’Andrea perché facesse loro capire quale fosse l’uomo destinato a prenderle con sé, nel Burgraviato le ragazze si rivolgevano in preghiera a sant’Antonio da Padova.

Cantavano così:
Sant’Antonio da Padova,
mandami un uomo da Mantova,
che non mangi o beva tutto quel che c’è,
che non corra dietro ad altre, ma solo a me.
[15]

Confini insuperabili

Ho cominciato parlando di confini naturali, quelli rappresentati dalle montagne. Insuperabili, agli occhi delle persone comuni, e insuperati persino dall’impavido Ötzi. Le alte montagne che separano il Tirolo del Sud da quello del Nord si possono scavalcare solo a costo di molto tempo e molta fatica. Oppure con la magia.

È il caso dello Studente di Maia.

Era seduto al tavolo dell’osteria di Maia, lo Studente, e le campane stavano per annunciare il mezzogiorno. All’improvviso si erse in piedi e disse all’oste:

– Devo andare subito a Innsbruck. Non posso perdermi il pranzo con i signori del Consiglio.

Detto, fatto. Si mise a cavalcioni di un caprone che trovò nella stalla e lo videro volare via tra monti e valli. Davvero arrivò a Innsbruck puntuale per il pranzo. Si intrufolò in Municipio, dove nessuno lo aveva invitato, e si mise alla tavola dei consiglieri come se niente fosse.

Poi fece dietrofront a cavallo del caprone e all’una era di nuovo a Maia, nell’osteria, a fare il gradasso.[16]

Lo Studente di Maia, detto per inciso, è realmente esistito, ma non fu uno stregone[17]. Si chiamava Johann Philipp Widmayr, visse nel XVIII secolo e fu condannato per furto e vagabondaggio. Allora come oggi c’è una connessione tra le situazioni di marginalità sociale ed i parti abnormi della fantasia popolare.

Streghe e stregoni abitano in modo consistente le leggende alpine e non si tratta solo di racconti fantastici. Anche in questo stesso castello (castel Presule, luogo del convegno, nda.), nel ‘500, si svolsero alcuni famosi processi per stregoneria.

Chiudo con tre immagini: Ötzi che vuole passare oltre i monti, ma viene tragicamente fermato, lo Studente di Maia che attraversa quegli stessi monti in pochi minuti da sud a nord e da nord a sud, la famiglia africana che ha passato il deserto, ha attraversato il mare e ora vorrebbe varcare il Brennero, questo nostro confine “non più confine”.

Lascio a tutti noi rispondere alla domanda rispetto a quale delle tre storie sia la più reale, la più vera, quella che ci riguarda più da vicino.

Bibliografia

Alpenburg, Johann Nepomuk Ritter von, Mythen und Sagen Tirols (Zurigo: Meyer und Zeller, 1857)

Gerber, Josef, Die Reisen des Felix Faber durch Tirol in den Jahren 1483 und 1484 (Schlern-Schriften 3, Innsbruck-Monaco: 1923)

Heyl, Johann Adolf, Volkssagen, Bräuche und Meinungen aus Tirol (Bressanone: Kath.-polit. Pressverein, 1897)

Matscher, Hans, Der Burggräfler in Glaube und Sage (Bolzano: Vogelweider, 1931)

Menghin, Alois, Aus dem deutschen Südtirol (Merano: Plant, 1884)

Meyer, Martin, Sagen-Kränzlein aus Tirol (Pest, Vienna, Lipsia: Hartleben, 1856)

Paulin, Karl, Die schönsten Sagen aus Südtirol (Innsbruck: Wagner, 1937)

Rabanser, Hansjörg (2005), ‚Sagenhafte Hexer und ihre historische Fassbarkeit’, Tiroler Heimat, 69

Reinsberg-Düringfeld, Otto, Culturhistorische Studien aus Meran (Lipsia: List/Francke, 1874)

Schnitzer, Kasimir, Die Annalen von Mais entnommen den Annalen von Stams des P. Kassian Primisser und ergänzt durch Notizen aus Tagebüchern, Aufzeichnungen und Briefen von Äbten und Mitbrüdern. Mais 1808 (Merano: Heimatpflegeverein Untermais, 2003)

Stampfer, Cölestin, Geschichte von Meran (Innsbruck: Wagner, 1889)

Tolomei, Ettore, L’Alto Adige (Torino: L’Ora presente, 1915)

Valente, Paolo, Leggende Meranesi (Merano: alphabeta, 2014)

Wolff, Karl Felix, Vom Wein Im Etschland (Bolzano: Ferrari, 1926)

Zingerle, Ignaz Vinzenz, Sagen aus Tirol (Innsbruck: Wagner, 1850, 1891)

Zingerle, Ignaz Vinzenz, Sagen, Märchen und Gebräuche aus Tirol (Innsbruck: Wagner, 1859)

Zingerle, Ignaz Vinzenz, Sitten, Bräuche und Meinungen des Tiroler Volkes (Innsbruck: Wagner, 1857)


[1] Ettore Tolomei, L’Alto Adige (Torino: L’Ora presente, 1915), 12.

[2] Gabriele D’Annunzio, Dio segnò i confini d’Italia (dicembre 1916).

[3] Paolo Valente, Leggende Meranesi (Merano: alphabeta, 2014).

[4] Valente, Leggende Meranesi, 24. Cfr. anche Hans Matscher, Der Burggräfler in Glaube und Sage (Bolzano: 1931), 9; Karl Paulin, Die schönsten Sagen aus Südtirol (Innsbruck: 1937), 167; Ignaz Vinzenz Zingerle, Sagen aus Tirol (Innsbruck: 1850, 1891), 89; Ignaz Vinzenz Zingerle, Sitten, Bräuche und Meinungen des Tiroler Volkes (Innsbruck: 1857), 67s.

[5] Valente, Leggende Meranesi, 26. Cfr. anche Johann Nepomuk Ritter von Alpenburg, Mythen und Sagen Tirols (Zurigo: 1857), 42; Alois Menghin, Aus dem deutschen Südtirol (Merano: 1884), 16; Otto Reinsberg-Düringfeld, Culturhistorische Studien aus Meran (Lipsia: 1874), 32s.; Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 125; Ignaz Vinzenz Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche aus Tirol (Innsbruck: 1859), 87, 94.

[6] Alla cosiddetta “leggenda di Maia” credettero perfino alcuni bravi studiosi, fino ad Ottocento inoltrato.

[7] Valente, Leggende Meranesi, 16. Cfr. anche Johann Adolf Heyl, Volkssagen, Bräuche und Meinungen aus Tirol (Bressanone: 1897), 499; Paulin, Die schönsten Sagen, 152; Kasimir Schnitzer, Die Annalen von Mais entnommen den Annalen von Stams des P. Kassian Primisser und ergänzt durch Notizen aus Tagebüchern, Aufzeichnungen und Briefen von Äbten und Mitbrüdern. Mais 1808 (Merano: 2003), 11; Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 539; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 387.

[8] Merano deriverebbe il suo nome da “terra mairana”, ovvero terra appartenente ad una fattoria padronale retica altomedievale (maioria, localizzata tra l’attuale Merano e Lagundo) (cfr. Karl Finsterwalder, Der Name Meran, in “Schlern”, 1974, 31-33), probabilmente un vasto campo che si estendeva ad ovest della futura città (detta quindi an der Meran). Altre interpretazioni, meno quotate, fanno derivare il nome di Merano da “Mario” (Marianum, proprietà di Mario, cfr. Carlo Battisti, I nomi prediali in –anum, in “Archivio per l’Alto Adige” 1952, 94) o da “mara” (zona di detriti, morena, cfr. Cölestin Stampfer, Geschichte von Meran, 1889, 24).

[9] Valente, Leggende Meranesi, 15. Cfr. anche Josef Gerber, Die Reisen des Felix Faber durch Tirol in den Jahren 1483 und 1484 (Schlern-Schriften 3, Innsbruck-Monaco: 1923), 15s.;Matscher, Der Burggräfler, 23; Menghin, Aus dem deutschen Südtirol, 14s.; Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 539; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 387.

[10] Valente, Leggende Meranesi, 35. Cfr. anche Alpenburg, Mythen und Sagen, 86ss.; Matscher, Der Burggräfler, 46ss.; Martin Meyer, Sagen-Kränzlein aus Tirol (Pest, Vienna, Lipsia: 1856), 316ss.; Paulin, Die schönsten Sagen, 156; Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 55, 588; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 39.

[11] Valente, Leggende Meranesi, 27.

[12] Valente, Leggende Meranesi, 113. Cfr. anche  Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 349; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 211s.

[13] Valente, Leggende Meranesi, 114. Cfr. anche Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 212.

[14] Valente, Leggende Meranesi,  116. Cfr. anche Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 329; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 235.

[15] Valente, Leggende Meranesi, 91. Nell’originale: “Heil’ger Anton von Padova, / Schick mir nen Mand von Mantova, / Der niets verfrisst und niets versauft, / Und zu koan ander Menscher lauft”, Reinsberg-Düringfeld, Culturhistorische Studien aus Meran, 57.

[16] Valente, Leggende Meranesi, 61. Cfr. Anche Heyl, Volkssagen, 537ss.; Matscher, Der Burggräfler, 150ss.; Menghin, Aus dem deutschen Südtirol, 61ss.; Paulin, Die schönsten Sagen, 159s.; Karl Felix Wolff, Vom Wein Im Etschland, (Bolzano: 1926), 37ss.; Zingerle, Sagen aus Tirol (1891), 459s.; Zingerle, Sagen, Märchen und Gebräuche, 330s.

[17] Rabanser, H. (2005), ‚Sagenhafte Hexer und ihre historische Fassbarkeit’, Tiroler Heimat, 69, 194s.