Il Kurhaus. Contrasti meranesi

Il Kurhaus di Merano, al momento del suo ampliamento con la costruzione del nuovo Kursaal, rappresenta molto bene le contraddizioni che la storia da sempre riproduce in riva al Passirio. La sua facciata Jugendstil parla di novità e leggerezza in un momento in cui si celebra, con la guerra europea, la fine, il crollo di un mondo.

L’espansione turistica meranese fin dal principio è un Giano bifronte. Il 1836, ad esempio, è l’epoca in cui il colera infierisce impietoso sulla popolazione. Allo stesso tempo è anche l’anno in cui il dottor Johann Nepomuk Huber raccoglie i dati per il suo opuscolo Über die Stadt Meran in Tirol, ihre Umgebung und ihr Klima, (“Sulla città di Merano nel Tirolo, i suoi dintorni e il suo clima”, pubblicato poi a Vienna nel 1837), a cui è tradizionalmente legata la rinnovata fortuna dell’antica capitale del Tirolo. Il dottor Huber si dedica, oltre che alla sua principessa Mathilde di Schwarzenberg, ai malati e ai moribondi del circondario maiense e, contemporaneamente, tesse le lodi dell’aria benefica della conca di Merano. Morte e rinascita nelle stesse mani.

Anche a Merano, direbbe Clint Eastwood nei panni del Buono, “il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava”[1]. Quelli con “la pistola carica” sono coloro che, partendo almeno dalla metà dell’800 e fino alla Grande Guerra, hanno saputo vedere e sfruttare il futuro turistico della vecchia e appisolata Kuhstadt. Sono i borgomastri e la borghesia che investono nelle istituzioni di cura e nelle imponenti strutture ricettive. I proprietari di piccoli e grandi alberghi, i commercianti di merci più o meno utili, i medici, gli imprenditori edili, spesso giunti in città da una Mitteleuropa che trova tra le vigne di Maia quel mix ideale tra “ancora-Nord” e “già-Sud” che attrae prima poche decine, poi centinaia e infine, grazie anche alla ferrovia, migliaia di ospiti da ogni parte del vecchio continente. Hanno “la pistola carica” i turisti d’alto rango, i piccoli signorotti, i membri delle élites europee e della Casa regnante. Tra questi l’erede al trono dell’impero danubiano Francesco Ferdinando che, come scrisse il giornale operaio La Squilla, all’indomani dell’attentato di Sarajevo, “si vedeva spesso a Merano fra il popolo nei negozi a far provviste specialmente di antichità”[2].

Quelli “che scavano” sono le figure, dimenticate dai libri di storia, delle centinaia, migliaia di operai che confluiscono in città per animare i cantieri dove, per oltre mezzo secolo, si lavora alla realizzazione dei grandi alberghi, di ville in stile eclettico attorniate da parchi, delle strutture dedicate a chi “ha la pistola carica”, come il teatro, le nuove chiese di ogni confessione e, alla vigilia del conflitto, il secondo Kurhaus.

Il contrasto silenzioso tra i due mondi è descritto in modo assai efficace dalle parole ironiche e amare del corrispondente (si firma “Remengo”) di un giornale socialista edito a Trento, L’Avvenire del Lavoratore, pubblicate il 25 luglio del 1913 in un articolo dal titolo “Che razza di civiltà!”.

Gli operai che lavorano al Kurhaus hanno reclamato la cucina. Il padrone, la direzione della cura, la civiltà non permettono che una cucina operaia possa sorgere vicino a quello che è, e a quello che ancor più lussuoso sarà, il nuovo ritrovo aristocratico e profumato della slombata borghesia internazionale.

Ohibò! il fumo delle marmitte – in cui non si cucinano né polli, né si preparano manicaretti – e la vista della “indecente canaglia” disturberebbero le laboriose e difficili digestioni di lor signori.

Ma se vicino al Kurhaus non si può, vi è però un luogo decentissimo adatto per i lavoratori. A Merano, per chi non lo sa, vi sono dei ponti. Sotto i ponti la borghesia non transita, anzi vi passa sopra nelle lussuose automobili. Sotto i ponti dunque gli straccioni, fuori dal contatto della civiltà. Ecco trovato il posto. Quattro tavole, nessun pavimento, due pietre che servono da focolare, una scala a piuoli che dalla strada permette di scendere e salire, ed il dolce murmore delle acque del Seyer[3] che passano ignare dell’insulto di cui sono le vittime. Oh se esse potessero ragionare ed avere una visione esatta della mostruosità di certe cose, io dico che esse si ingrosserebbero su fino a superare l’ostacolo dei granitici argini, di cui sono prigioniere, per allagare, travolgere tutte queste società edificate sul privilegio di classe. Ma gli operai, che a differenza delle acque hanno un’anima, non sanno invece ragionare e sono contenti di trovarsi là sotto il magnifico ponte sul Seyer.

Borghesia, ove se n’è ita la tua decantata civiltà. E tu, o lavoratore, ove hai posto la tua dignità?

Compagni di Merano vi invito ad un sopralluogo a scopo di studio sui contrasti di classe. Andate a vedere se volete istruirvi ed educarvi.

E sì che a Merano ci sono numerosi “Hotels” e Ville lasciate vuote da tanti fannulloni che se ne sono andati altrove in un altro paradiso. Voi o muratori e manovali che li avete costruiti, lasciandovi a brandelli la vostra esistenza e la vostra salute, non ne potete usufruire. Sul crocevia della città, lussureggiante di verde, e splendente di sole, si trovano affisse delle tabelle con la scritta: “Schonet eure Thiere”: rispettate i vostri animali. Ah, dunque, è vero, la borghesia sa e vuole rispettare le bestie, mentre condanna la classe operaia a cucinare sotto i ponti! Quando aprirai gli occhi o povero proletario?

Sembra di vederli, quei meranesi “senza la pistola carica”, sotto i ponti del Teatro o della Posta (che essi stessi hanno costruito), cucinare la loro polenta nel modo che cinquant’anni prima aveva raccontato con dovizia di particolari lo scrittore bavarese Heinrich Noë, nel suo romanzo Frühling von Meran[4], collocando la scena nella cappella sconsacrata di castel Planta, protagonista un povero oste italiano:

A mezzogiorno, quando le stanze del castello ariose ed alte con le loro molte aperture nei muri offrono refrigerio anche nei giorni più caldi, vengono da lui i suoi compaesani, i muratori italiani, e si siedono dietro una notevole collina di polenta gialla, che è tutto il loro pasto. Sul lato superiore dell’asse sulla quale si porta la polenta, si trova uno spago con il quale, invece che con il coltello, la ‘collina’ viene tagliata per gli ospiti. Per l’ulteriore spartizione ogni commensale provvede per sé: il singolo pezzo di polenta, per portarlo più facilmente alla bocca, viene prima spezzettato tra le mani. La mano sinistra fa seguire un pezzo di formaggio, così da rendere più gustoso questo frutto senza sugo. Con ciò bevono dell’acqua e non dimenticano di invitare con gesti amichevoli i forestieri presenti al pasto che anno per anno non muta di nulla nei contenuti[5].

Gli operai impegnati nella costruzione della nuova Merano appartengono alle varie nazionalità dell’impero. Molto significativa la presenza dei trentini. La manodopera proviene infatti, in prima battuta, dalle valli circostanti, tra queste la val di Non che fornisce decine di muratori. Ma ci sono anche pittori della val di Fassa, carpentieri della val di Fiemme, operai della Bassa Atesina, manovali dalla più lontana Valsugana. Spesso, come nel caso della ditta di Pietro Delugan, la forza lavoro è reclutata nei luoghi di origine del titolare dell’impresa, nel caso specifico la valle di Fiemme.

Gli operai sono organizzati in società a carattere sindacale o di mutuo soccorso che fanno capo, sul piano ideologico, al cattolicesimo sociale[6] o al socialismo[7]. La conflittualità in città, fino ai primi anni del ‘900, non si caratterizza per questioni nazionali, quanto piuttosto per motivi ideologici (cattolici contro socialisti) o di ceto (“padroni” contro operai). Tra i primi anni ’90 dell’800 e la guerra mondiale Merano, dopo Innsbruck, è uno dei centri più sindacalizzati di tutti il Tirolo. Nell’arco di tempo tra il 1870 ed il 1918, dei 209 scioperi indagati da Werner Hanni[8], ben 26 si svolgono a Merano (tra il 1885 e il 1914) che così risulta, dopo Innsbruck (50 scioperi) la città tirolese con il maggior tasso di astensioni dal lavoro. Seguono a ruota Trento (23 scioperi) e Bolzano (22)[9].

Il 1914, quando si completano i lavori del nuovo Kurhaus, il lavoro risente della crisi globale, presagio dell’imminente implosione dei grandi imperi.

“Operai – scrive L’Avvenire del Lavoratore il 26 febbraio – non emigrate alla volta di Merano, ove regna la disoccupazione; più di 200 operai di tutte le professioni sono attualmente disoccupati. Non illudetevi ed attendete che l’inizio dei lavori occupi i disoccupati, altrimenti sareste obbligati a far loro compagnia, nelle oziose giornate”. Quei duecento e molti altri avrebbero presto trovato occupazione a scavare trincee. La grande festa della Belle Epoque, per chi scava e per chi ha la pistola carica, volge al termine. E anche l’inaugurazione del gioiellino Jugendstil, a fine anno, a causa della guerra, si svolgerà in tono (un po’ ipocritamente) sommesso[10].

Pubblicato in: Tiziano Rosani (a cura di), 100 x Kurhaus : 1914-2014, La Fabbrica del Tempo, 2014


[1] Cfr. Il buono, il brutto, il cattivo (1966), film diretto da Sergio Leone.

[2] Lutto universale, in “La Squilla”, 9.7.1914.

[3] L’articolista riproduce così il nome del Passirio, trascrivendo la versione dialettale tedesca non del fiume ma della valle (Pseier, ovvero Passeier) da cui esso proviene.

[4] Noë Heinrich, Frühling von Meran: Bilder und Gestalten, Moser, Merano 1868.

[5] Noë Heinrich, Frühling, cit., pp. 41-43.

[6] Le Società operaie cattoliche di lingua italiana (1898) e di lingua tedesca (1899).

[7] Prima la “Società Lavoratori e Lavoratrici” e poi, dal 1890, le “Società di mestieri”. Raccolgono operai di diverse nazionalità e usano, nei comizi, il tedesco e l’italiano.

[8] Hanni Werner, Zur Geschichte der Arbeitskämpfe in Tirol und Vorarlberg von 1870-1918, tesi, Innsbruck 1983.

[9] Cfr. Valente Paolo, Il muro e il ponte. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea. Volume I. Italiani a Merano prima della Grande Guerra, Trento 2003.

[10] Der Einzug des neuen Jahres, in “Meraner Zeitung”, 2.1.2015.