I “laici” nella comunità dei cristiani adulti

(versione completa)

Se la Chiesa (ekklesia) è la comunità di coloro che sono chiamati, allora il ruolo di ognuno è innanzitutto quello di rispondere a questa convocazione. È una chiamata all’ascolto e alla condivisione.

I confini della comunità dei chiamati non sono definiti e nemmeno misurabili. I sociologi potranno dirci quante sono le persone che frequentano la messa, quelle che si impegnano nelle parrocchie e nelle aggregazioni laicali, ma non potranno sapere quanti sono i chiamati e quando lo sono. Quanti stanno rispondendo e come lo fanno.

Storicamente i “chiamati”, a cominciare da quelli che seguirono direttamente i passi di Gesù da Nazaret a Gerusalemme, si sono raccolti in comunità. La chiamata è personale ma poi nessuno, mai, è cristiano da solo, nemmeno l’eremita. E la chiamata non è una volta per tutte, ma è ogni giorno. Ogni giorno si crea l’occasione comunitaria là dove “due o tre sono riuniti” nel nome di ciò che salva, di chi salva.

La comunità è il luogo dell’ascolto e della condivisione. È il luogo nel quale chi si è sentito chiamato ha modo di verificare la propria chiamata, di comprenderla alla luce della Buona Notizia, di tradurre questa sua chiamata in vita, in testimonianza.

Senza chiudersi nel nido caldo delle relazioni che ci fanno “stare bene”, ma pronti a partire, a tornare nel mondo a vivere fino in fondo la chiamata non a “stare bene”, ma a voler bene, a fare il bene. Ad essere testimoni del bene.

La Chiesa (ekklesia) è “comunità di fede, di speranza e di carità”. Non si crede da soli, non si spera da soli, non si ama da soli. Per questo “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo”.

Oggi la Chiesa, nel sentire comune, non è percepita come la “comunità dei chiamati”, ma piuttosto come un sistema di potere (dove si può fare esperienza anche dell’abuso di potere). I ruoli al suo interno sono ancora strutturati in ordine al potere (chi può/non può fare cosa). Anziché il luogo del servizio, essa è vista come un contesto dove si ha più, meno o nessun potere. Una società suddivisa in compartimenti stagni (uomini/donne; chierici/laici) che, rispetto ai ruoli (ai ministeri), tende più a essere esclusiva che non a coinvolgere, più tesa a delimitare che a favorire partecipazione.

La dimensione comunitaria è il grande assente ma anche la grande chance della Chiesa oggi. In un’epoca in cui la Chiesa non è più fenomeno di massa e prevale una fede vissuta in modo individuale, su misura, fai-da-te, senza dialogo e senza confronto. Non si vive la dimensione comunitaria nella maggior parte delle parrocchie, dove la messa domenicale appare spesso come un rito stanco di un’umanità in via di estinzione. La sinodalità è una risposta a questa deriva, ma la sua declinazione concreta non va ancora oltre l’appello a convertire una Chiesa clericale in una Chiesa sinodale. La quadratura del cerchio.

Se la Chiesa si divide tra pastori e pecore, allora il ruolo dei laici sarà quello di stare, con ovina mitezza, nei recinti o nelle stalle. Tutt’al più si potrà essere gli aiutanti dei pastori, facendo persino a pugni per guadagnarsi il seggio più vicino all’altare.

Se la Chiesa è popolo (laos) di Dio, allora chiunque appartenga al popolo (laikos), ha piena cittadinanza e dunque ogni diritto e dovere nell’investire i doni ricevuti “per il bene comune”.

Non sappiamo che volto (e che struttura organizzativa) avrà la Chiesa del futuro. Nella fase attuale – anche per la Chiesa un “cambiamento d’epoca”? – la riflessione va forse spostata dal ruolo dei laici a quello dei chierici (già i nomi “chierici” e “laici”, quasi contrapponendo la Chiesa al Popolo, ci dicono che serve un radicale ripensamento dell’idea stessa di comunità cristiana).

Nel Cenacolo Gesù ha educato i discepoli a essere comunità anche senza la sua presenza fisica. I due di Emmaus riconoscono Gesù nell’atto dello spezzare il pane. Potremmo dire che in quel momento diventano cristiani adulti. Non hanno più bisogno della presenza fisica di Gesù perché sanno che Gesù sarà veramente presente ogni volta che loro, nella storia, nella comunità, sapranno condividere la propria vita (spezzare il loro pane), nelle piccole e nelle grandi scelte.

Oggi forse il ruolo del presbitero è quello di sviluppare le comunità capaci di essere pienamente Chiesa anche senza il sacerdote (o senza la presenza stabile del sacerdote). Lo può fare educando la comunità alla condivisione. Una volta riconosciuta la vocazione comune a spezzare il pane, sarà più facile ragionare sul ruolo dei singoli membri del popolo di Dio e di come vanno “organizzati” i carismi che ognuno ha ricevuto dallo Spirito “per il bene comune”.

E forse questa parola un po’ ambigua – laico – potrà, dovrà essere ripensata assieme al modello che l’ha generata.

(Versione breve pubblicata in Vita Pastorale, aprile 2025)