Prete con penna e scarponi
Il Segno – 5.9.2018
Questo giornale non può, di tanto in tanto, non ricordare il suo fondatore e con lui la storia, le storie che ne hanno portato alla nascita. L’occasione di parlare di don Giorgio Cristofolini è data oggi dal 25° anniversario della sua scomparsa. Il “prete in miniera” si spegneva infatti il 23 settembre del 1993. Il giorno dopo a Bolzano ci fu, già programmata da tempo, la presentazione del libro-intervista che racconta le sue vicende, un evento che si trasformò dunque in una mesta ma intensa commemorazione.

Don Giorgio, scontroso e spigoloso quanto basta per non essere sempre amato da tutti, ebbe un ruolo di primo piano nel mondo del lavoro, nella Chiesa altoatesina e nel giornalismo locale.
Nato ad Arco nel 1922, ma cittadino di Vigo Cavedine, don Giorgio aveva studiato “da prete” durante gli anni della guerra per essere ordinato sacerdote della diocesi di Trento nel 1946.
Il suo primo incarico pastorale era stato quello di cappellano a Predazzo. Fu lì che s’imbatté per la prima volta nella faccia impastata di polvere e fango dei lavoratori delle gallerie. Fu lì che consolidò l’idea che prima delle ideologie e delle appartenenze c’è la dignità delle persone. Erano gli anni delle scomuniche vaticane ai comunisti.
Don Giorgio e gli operai si trovarono presto in sintonia. Anche per questo già nel 1950 il giovane prete fu trasferito a Bolzano con l’incarico di assistente provinciale delle ACLI. Fu in quel ruolo che si trovò a collaborare con personaggi che, facenti capo alla cosiddetta sinistra democristiana, furono tra i protagonisti dell’accidentato cammino dell’autonomia altoatesina, tra questi Giorgio Pasquali e Alcide Berloffa.

Ma don Giorgio non era uomo da starsene comodamente seduto in poltrona. Ogni settimana partiva da Bolzano con la sua Topolino per incontrare una categoria di lavoratori di cui nessuno si interessava, nemmeno i sindacati. Erano gli uomini delle gallerie e delle miniere. Diversi cantieri si erano allora aperti in Alto Adige per la costruzione di opere idroelettriche. La manodopera era formata da personale immigrato dalle altre province (“gli uomini con la valigia”). Si trovavano spesso in condizioni di forte disagio, sfruttati e senza tutela. Don Giorgio diventò il loro “sindacalista”, il loro animatore, il loro assistente sociale, persino lo scrivano per le lettere alla fidanzata. Lo stesso avvenne nella più alta miniera d’Europa, quella di Monteneve, dove don Cristofolini, seguito presto da don Italo Tonidandel, si recava regolarmente, estate e inverno, col rischio concreto di perdere la via e di morire assiderato.
Se questo è il lato “avventuroso” della vita di don Cristofolini, non meno importante fu il contributo dato alla soluzione di alcuni rilevanti problemi politici e istituzionali. Grande amico e confidente del vescovo Joseph Gargitter, fu anche lui, assieme ad altri, a seguire passo passo le vicende che portarono alla creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone. Una lunga trattativa con radici lontane che andò felicemente in porto nell’agosto del 1964. Anticipava di alcuni anni la riforma dello statuto di autonomia e rappresentò un contributo non sempre sufficientemente riconosciuto alla felice soluzione della vertenza.
Proprio per la fiducia che il nuovo vescovo di Bolzano-Bressanone nutriva per don Giorgio, a lui fu affidata la fondazione e per quasi trent’anni la direzione del nuovo settimanale diocesano in lingua italiana, “Il Segno”, uscito nell’ottobre del 1965. Una linea scomoda, la sua, perché dichiaratamente contraria ad ogni tentazione nazionalistica e apertamente dalla parte dei ceti più deboli della società. “Non si trova negli editoriali di don Giorgio – ha scritto lo storico Carlo Romeo – nemmeno un’ombra di retorica o di quel quietismo senza indignazione, che suole confortare senza aiutare. Preferiva la schiettezza delle verità scomode. Per questo qualche volta si sentiva solo”.