Domande sull’Alto Adige

Paolo Bill Valente – 8.8.2020

Spesso chi arriva in Alto Adige (o Sudtirolo) “da fuori” s’imbatte in situazioni che non capisce. Non dobbiamo farci spaventare. Anche molti altoatesini non hanno capito tutto della loro terra (e naturalmente nemmeno io). Per tutti è importante in primo luogo guarire dal virus del nazionalismo, evitare le semplificazioni e prendersi il tempo per (e fare la fatica di) capire (cosa che vale per un sacco di altre realtà).

Di seguito alcuni input per guardare all’Alto Adige con nuovi occhi.

“Italiani” e “tedeschi”

La prima domanda da porsi è che cosa vuol dire “italiani” o “tedeschi”. In Alto Adige (o Sudtirolo) vivono tradizionalmente persone la cui madrelingua (cioè la lingua che apprendono in famiglia fin da piccoli) è l’italiano, il tedesco (o una sua versione dialettale locale) o il ladino (una delle sue versioni locali). Alla lingua sono legati molti aspetti culturali. Ma la cultura è determinata anche ad altri fattori, come il luogo in cui si vive (paese o città), l’età, la formazione ecc. Quindi la lingua è solo un aspetto fra tanti e non va assolutizzata. È vero invece che spesso la politica (e i ragionamenti/atteggiamenti che ne derivano) strumentalizza la lingua per creare consenso o per mettere gli uni contro gli altri. Questa impostazione politico-ideologica dà quell’immagine dell’Alto Adige che poi condiziona nel giudizio chi “viene da fuori”, ma anche molti altoatesini.

Personalmente sono di madrelingua italiana e considero il tedesco come una lingua che anch’essa mi appartiene pienamente e che contribuisce alla formazione della mia identità (che non vorrebbe appiattirsi su un’unica dimensione).

La cosiddetta “nazione” è un costrutto ideologico degli ultimi due secoli. Così come non esistono le razze umane (lo insegna la biologia moderna), ma invece esiste il razzismo, allo stesso modo non esistono le nazioni (come si vuol far credere), ma esistono, eccome, i nazionalisti.

“Siamo in Italia”

L’Alto Adige appartiene come territorio allo stato italiano da cento anni. L’Italia appartiene all’Unione Europea. Preferisco dire: siamo in Europa.

L’Italia, rispetto all’Alto Adige, nei primi decenni dopo l’annessione non si è comportata in modo rispettoso dei suoi nuovi cittadini. Soprattutto tra le due guerre ha sviluppato una politica volta a privare i cittadini di lingua tedesca della loro lingua e cultura. Altri stati europei si comportavano allo stesso modo, ma questa non è una giustificazione.

Proprio perché si è riconosciuto l’errore, la Costituzione italiana ha un art. 6 che ci dice che la Repubblica tutela le minoranze linguistiche. Lo fa perché le ritiene una risorsa per tutti.

Allo stesso modo la Repubblica (nel caso sudtirolese anche in base a un accordo internazionale) ha dotato alcuni territori di uno statuto di autonomia. Lo Statuto riconosce il diritto all’istruzione nella propria madrelingua. Per questo esistono scuole in lingua italiana e altre in lingua tedesca. Sarebbe auspicabile che venisse data anche l’opportunità di una scuola bilingue. Prima o poi si farà.

(Fotogramma)

Intanto vorrei sostituire lo slogan dei nazionalisti italiani “siamo in Italia, si parla italiano”, con questo: Siamo in Italia, tuteliamo le minoranze linguistiche e ci piace parlare più lingue.

L’autonomia

L’autonomia fa sì che il bilancio della Provincia di Bolzano sia maggiore di qualsiasi altra Provincia e di qualche Regione. Ma attenzione, prima di giudicare bisogna andare a vedere quante competenze la Provincia di Bolzano gestisce direttamente, che altrimenti dovrebbero essere finanziate dallo Stato o dalla Regione. È utile anche guardare come, nel corso dei decenni, questi soldi sono stati utilizzati. Nulla è perfetto, ma molti risultati sono sotto gli occhi di tutti. Penso ad esempio, per restare nell’ambito del turismo, alla tutela del paesaggio.

Però per capire a fondo l’autonomia altoatesina io ho avuto bisogno di osservare e studiare la nostra realtà per alcuni decenni (e continuo a farlo) e mi è difficile riassumere tutto in poche righe.

Persone e cartelli bilingui

Il Tirolo storico, e l’Alto Adige che ne è il nucleo originario (l’antica capitale era Merano), fu sempre una terra plurilingue, anche se la consistenza dei gruppi linguistici cambiò di continuo nel corso dei secoli.

Per questo ritengo importanti almeno due cose.

La prima: gli abitanti dell’Alto Adige dovrebbero sentire il dovere di conoscere la lingua dell’altro gruppo linguistico. Essere il più possibile bilingui (o trilingui come i ladini). Ma non per motivi politici o ideologici e nemmeno per convenienza. Piuttosto perché parlare o almeno capire la lingua dell’altro (lingua anche in senso lato) è l’unico modo per avere una comunicazione autentica. È un dovere civico.

Oggi il livello di bilinguismo è certamente migliore di qualche decennio fa, soprattutto nei luoghi dove maggiore è lo scambio tra i gruppi linguistici. Ma la strada da fare è ancora molta.

La seconda cosa: una terra plurilingue è bene che abbia cartelli (per le strade, i sentieri e tutto il resto) bi-trilingui. Non ci vuole molto, solo la buona volontà. Nel monolinguismo dei cartelli, qui sì, emerge quel nazionalismo che è pur sempre presente tra noi.

Diversa è la questione dei nomi delle strade, ma per questo rimando all’articolo “Identità fasulle” (Vita Trentina, 9.8.2020).

Nazionalismo

Come detto il nazionalismo è nella testa delle persone. Posso garantire che questo “virus” è presente, in Alto Adige, sia tra i cosiddetti “tedeschi” che tra i cosiddetti “italiani”. E così anche in molti che visitano la nostra terra venendo da Sud o da Nord.

Sentir parlare solo tedesco è normale in una valle dove il 98 per cento della popolazione è di madrelingua tedesca. Così come è normale sentir parlare solo italiano in un quartiere di Bolzano dove la gran parte delle famiglie è di madrelingua italiana.

Sono nato e cresciuto in Alto Adige e ci vivo da oltre mezzo secolo: devo dire che mi è capitato solo una o due volte di incontrare persone, ad esempio in un negozio o in un esercizio pubblico, che non fossero in grado di rispondere in italiano. Spesso dipende anche dall’approccio. Se io mi presento in partenza con affermazioni come “siamo in Italia, si parla italiano”, certamente le reazioni potrebbero non essere quelle desiderate.

Piccola conclusione

Credo che noi altoatesinosudtirolesi non siamo né meglio né peggio di tutti gli altri abitanti d’Italia, d’Europa e del mondo. Abbiamo avuto in sorte di abitare una terra “sul confine” e il confine è il luogo della contraddizione e di sfide continue. Abbiamo la tentazione di erigere muri, ma la vocazione di costruire ponti e dobbiamo cercare di essere all’altezza di questa vocazione. Spesso non lo siamo. Tutto qui.

Dovrei poi aggiungere che oltre il tedesco, l’italiano e il ladino sono di casa in Alto Adige tante altre lingue, fin dall’800, parlate da turisti, da lavoratori, dai nuovi cittadini che si spostano nel villaggio globale. Ma questa è un’altra storia.