Intervento al Convegno povertà – Bolzano, 11.9.2020
Il video.
Si è poveri quando non si hanno i mezzi necessari per vivere in modo dignitoso. Vivere comprende tutte le dimensioni della persona: le cose materiali, il benessere psicofisico, le relazioni, la spiritualità e tutto quanto partecipa allo sviluppo integrale della persona umana.
La povertà non è una condizione che si risolve aprendo il portafoglio, ma aprendo il proprio orecchio all’ascolto, i propri occhi all’osservazione, il proprio cuore all’accompagnamento delle persone. Dare da mangiare non è semplicemente attuare distribuzioni di cibo. È innanzitutto “condivisione”.
Per questo la questione della povertà non è solo materia per operatori sociali, ma comporta scelte politiche e il coinvolgimento di tutta la comunità che è chiamata a condividere le proprie risorse soprattutto con le persone in difficoltà.
Molte forme di povertà hanno la loro origine in qualcosa che si è rotto nell’ambito delle relazioni.
Possiamo cominciare pensando alle nostre famiglie. Quando qualcosa va storto, abbiamo di conseguenza madri sole, padri soli, figli soli. La mancanza della piccola ma importantissima rete rappresentata dalla famiglia conduce anche a forme di povertà materiale: la scarsità di mezzi economici affinché i figli partecipino pienamente alla vita sociale; problemi abitativi; ma anche la cosiddetta povertà educativa che peraltro riguarda tutta la società, al di là delle situazioni familiari specifiche.
In questi mesi la povertà materiale è aumentata ovunque e anche in Alto Adige. La Caritas ha potuto osservarlo nei propri centri d’ascolto e di consulenza i quali a partire da marzo hanno dato maggiori contributi in termini di donazioni in denaro alle persone che hanno chiesto aiuto. Quando scoppia una crisi, in questo caso in modo improvviso, sono sempre le persone più deboli a cadere per prime in situazioni difficili. Le cause del sovraindebitamento, cioè dell’incapacità di far fronte ai propri debiti con le proprie risorse, sono state nel 2019 in particolare la disoccupazione, i redditi troppo bassi, ma anche le malattie, le dipendenze e la rottura delle relazioni familiari.
Ancora una volta la mancanza di una rete sociale sufficientemente ampia produce povertà. Ai debiti si può porre rimedio a posteriori, ma è sempre meglio lavorare in modo preventivo. Ciò non significa solamente educare all’amministrazione delle proprie finanze o a un consumo sostenibile, ma soprattutto rafforzare le relazioni tra le persone e sviluppare il senso di corresponsabilità all’interno delle comunità.
Segnale di una comunità distratta è spesso il fatto che le persone non hanno un’abitazione, non trovano casa, non sono in grado di pagare un affitto perché è troppo altro. La casa è un diritto ed è anche, ce ne accorgiamo sempre più, un prerequisito per ogni percorso di sviluppo personale. L’abitazione non si limita a un contratto tra chi affitta e chi prende in affitto. Presuppone una comunità attenta e accogliente.
Spesso il problema casa viene affrontato in modo settoriale. Ha bisogno invece di una visione globale della città, del quartiere, delle persone e dei loro rapporti.
L’individualismo sfrenato che caratterizza le nostre società in questi decenni produce emarginazione e solitudine. L’emarginazione è l’attitudine a spingere “ai margini” le persone che non vogliamo vedere. È quello che spesso facciamo quando vogliamo mettere alcuni servizi sociali in periferia, dove nessuno li vede. È quella che papa Francesco chiama “cultura dello scarto”.
Alla radice della solitudine c’è l’idea di poter bastare a sé stessi, di poter vivere senza gli altri. È una convinzione falsa che viene smentita ogni giorno dai fatti.
Una via attuale per combattere la povertà è proprio questa: lavorare allo sviluppo di comunità nelle quali nessuno viene lasciato solo e nessuno viene lasciato indietro.
Paolo Bill Valente
