Città e caserme

Paolo Bill Valente – Il rapporto tra le caserme e la città – Seminario La città nuova – 17-19 ottobre 2022 – Merano

Breve premessa

Nel novembre del 1809, il viceré d’Italia Eugenio Beauharnais, emise un bando che imponeva agli insorti tirolesi la resa in cinque giorni. Si racconta che il municipio di Merano, senza pensarci due volte, raccolse le armi e le accatastò sulla piazza.

I meranesi, dopo mesi di guerra, non aspettavano altro. È vero che pochi giorni dopo ci fu la famosa battaglia di Monte Benedetto, vinta proprio dai tirolesi. Ma non furono i meranesi a volerla. E fu una vittoria effimera. Ai meranesi la guerra non piace.

Da sempre questa terra è impegnata a tenere insieme i due lembi del confine, che non è solo politico o amministrativo, ma geografico e perfino geologico. È una città – anche se non lo sa – votata alla pace. A cucire insieme. E ciononostante è stata spesso sede – o luogo di passaggio – di militari, eserciti, caserme.

Merano città sul confine

La prima volta che leggiamo in modo esplicito della presenza di militari a Merano è in un documento composto dopo la metà dell’ottavo secolo, che narra di fatti avvenuti alcuni decenni prima. È la Vita Corbiniani redatta da Arbeone (nativo di Maia, fu vescovo di Frisinga 764-784). Arbeone narra dell’arrivo di san Corbiniano alle porte dell’antico Castrum maiense, e scrive:

Era già entrato nel territorio dei Bavari ed era già giunto al Castrum Maiense quando fu catturato dalle guardie che gli dissero che non lo avrebbero fatto proseguire, a meno che non si fosse recato dal loro signore. Poiché egli non voleva eseguire l’ordine, fu costretto a rimanere a “Maja” contro la sua volontà[1].

Sappiamo dunque che all’inizio dell’ottavo secolo Merano – ma allora Merano non esisteva, c’erano solo Maia e il suo “castrum” – … è territorio dei bavari e che essi difendono questo territorio con le guardie.

Più avanti Arbeone racconta cosa accadde dopo la morte del santo, avvenuta a Frisinga verso l’anno 730. Corbiniano aveva chiesto di essere sepolto a Maia, vicino alla tomba di san Valentino. Quando i servitori del santo giungono con la sua salma alle porte del Castrum, essi sono ancora una volta respinti dalle guardie; ma questa volta si tratta di soldati longobardi. Potranno procedere solo dopo che sarà giunto da Pavia un lasciapassare col sigillo del re Liutprando[2].

Questi racconti rivelano un fatto importante. Nei primi decenni dell’ottavo secolo il Meranese è zona nella quale, nel giro di poco tempo, i confini si spostano con facilità.

Mi piace definire Merano la “città sul confine”[3]. E non si tratta solo di una metafora.

La frontiera tra Austria e Italia scorre ancora oggi – dal 1919/20 – sullo spartiacque alpino, a circa dodici chilometri (in linea d’aria) a nord di Merano.

Così anche nei secoli precedenti. Nel 1810 la frontiera tra il regno d’Italia e la Baviera fu tracciata a poche miglia a sud della città del Passirio. Dal Medioevo e fino al 1818 il fiume segnò il limite tra la diocesi di Trento e quella di Coira. Già nell’antichità il Meranese fu crocevia tra i popoli dei venosti e degli isarci. È probabile che in età romana proprio a Maia corresse la frontiera interna tra la Regio X e la Raetia e successivamente, col 4° secolo, tra la Raetia Prima e la Raetia Secunda, o tra la Raetia e la Venetia. Quella di Maia rimase anche dopo a lungo zona di confine, come dimostra la storia di Corbiniano: vi si incontrarono i longobardi, provenienti da sud a partire dal 568, i franchi, che arrivavano da ovest e si insediarono nella Venosta dopo il 580, infine – come abbiamo visto – i bavari che scesero da nordest e risalirono la valle dell’Adige. Molti di questi popoli furono presenti quasi solo col proprio esercito. Merano fu anche dopo frontiera del ducato di Trento, poi dei comitati di Bolzano, Appiano e Venosta. E così via.

Tutto questo per poter dire che, come sappiamo, là dove ci sono confini, ci sono anche insediamenti militari.  Servono per difendere i confini oppure per garantire il passaggio in sicurezza. Per i meranesi, nel corso dei secoli, la presenza militare si è sviluppata come una dimensione connaturata alla loro realtà. Fatta di guerra e pace.

Lo stesso castello, divenuto simbolo della nostra terra – il castel Tirolo – è una struttura politico-militare. Fu lì che i conti di Venosta acquisirono il nome, Tirolo, che poi estesero a tutti i loro territori, conquistati e difesi anche con la forza delle armi.

Militari a Merano

Dai tempi di Druso fino a oggi sono tanti e diversi gli eserciti che hanno attraversato o si sono insediati, anche se per poco tempo, nella zona di Merano. Si parla di installare a Merano una guarnigione stabile di soldati nel 1766. Il progetto prevede di adattare un edificio a caserma, cosa di cui però i cittadini non vogliono assolutamente sapere. In alternativa, per ordine del governo di Innsbruck, i militari devono essere acquartierati nelle abitazioni di cittadini e contadini oppure in cosiddette Quasikasernen[4]. Tra gennaio e febbraio 1801 la città ospita una truppa di guardie francesi ed una di guardie imperiali, in attesa della firma della pace di Luneville[5]. Alla fine di novembre 1805 alloggiano a Merano, non senza creare tensione, i militari francesi del prepotente generale Marcognet[6]. E dopo la pace di Presburgo (dicembre 1805), nel gennaio 1806 la città è occupata da 150 soldati bavaresi. Ripetutamente presidiata per brevi periodi durante e dopo le rivolte hoferiane, Merano deve ospitare militari (austriaci) per qualche anno in seguito alla guerra del 1859. Fino al 1863. Essi alloggiano nel collegio dei benedettini presso il ginnasio[7].

Le prime caserme a Merano

La costruzione di una caserma per i Bersaglieri tirolesi (Nr. IV Oberetschtaler Landesschützenbataillon) è del 1882, nell’attuale via Otto Huber (allora via A. Hofer). Si fanno progetti anche per un “Kurhaus militare”. Segue, realizzata nel primo decennio del secolo, a Maia Bassa, la caserma dei Cacciatori imperiali (Kaiserjäger) e, nel 1913, quella dell’Artiglieria[8].

Quando a Maia Bassa si inaugura la nuova caserma dei Cacciatori imperiali tirolesi (9 aprile 1911), il cappellano militare tiene un discorso solenne. È il padre cappuccino Cajus Perathoner, che fa uso, come suo solito, delle due lingue dei militari, il tedesco e l’italiano. Definisce la caserma una scuola di vita e di vero patriottismo. In essa avrà sede il primo battaglione del primo reggimento dei Cacciatori tirolesi[9].

Le lingue in caserma

Qui possiamo già porci la domanda: come vivono la presenza delle caserme i cittadini dei due gruppi linguistici? È interessante notare come, probabilmente fin da subito, nelle caserme meranesi siano di uso comune le due principali lingue del Tirolo, tedesco e italiano.

Merano, all’inizio del ‘900, accoglie reclute di entrambe le lingue, poiché i battaglioni sono consapevolmente formati rispettando la proporzione delle nazionalità a livello provinciale. Non per niente il ruolo di cappellano è affidato a padre Caio, che è ladino, conosce le tre lingue, ed è anche – dal 1907 – l’assistente spirituale della Società operaia di lingua italiana di Merano e dintorni e direttore del Terz’ordine francescano.

La vita delle caserme è seguita con interesse dalla comunità. Nell’ottobre del 1901 il corrispondente del periodico cattolico-sociale Fede e Lavoro ad esempio riferisce che

il giorno I Ottobre con treno speciale a ore 7.24 arrivava qui il I.o Battaglione del I.o Reggimento Cacciatori, che sostituiscono i Bersaglieri prima qui stazionati. Furono ricevuti alla stazione dalla rappresentanza comunale, dalle 2 Bande locali, e dalle compagnie dei riservisti in costume[10].

Il convento cappuccino di Merano, nell’ottobre del 1905, riceve l’incarico da parte del superiore militare imperialregio di impartire prediche per tutto l’anno alla guarnigione. In entrambe le lingue. Ma già da molti anni i cappuccini avevano tenuto conferenze, anche alle reclute di lingua italiana dislocate a Merano[11].

“Sento (…) una gran simpatia – dice p. Caio nelle sue orazioni[12] – per i Cacciatori Tirolesi”. E chiama le sue reclute di lingua italiana a “raccolta sotto la bandiera dell’imperatore”.

Allo scoppio della guerra, nel luglio 1914, p. Caio parte per il fronte. Ecco come si comporta la comunità di lingua italiana di Merano. Il diario del terz’ordine francescano[13], il 23 agosto del 1914, ne riferisce in questi termini:

Si prese a conoscenza come il rev. p. Cajo, nostro direttore, sia partito quale cappellano militare per il teatro della guerra. (…)

Si decide per la prima domenica di settembre … di anticipare il pellegrinaggio … per ottenere la vittoria alle armi austriache, e … che i nostri cari possano fra breve ritornare sani e salvi in seno alle loro famiglie. E così la Madonna protegga il nostro amato direttore p. Cajo e presto torni sano e salvo in mezzo a noi.

Verso la fine dell’anno si decide

di far celebrare una S. Messa pei Terziari [francescani] che cadono sui campi di battaglia, pel trionfo delle armi imperiali, e a gloria della nostra Patria, l’Austria.

Ancora all’inizio del 1915, leggiamo ancora:

Si decide per il giorno dell’Epifania di consacrare la nostra Confraternita al Sacro Cuore di Gesù, acciocché in questa santa alleanza troviamo conforto e sostegno in questi tempi sì calamitosi e il Sacro Cuore di Gesù faccia scendere la tanto sospirata Sua pace all’infranta umanità.

Questo clima cambierà dopo il maggio 1915. Allora la comunità italiana sarà messa in stand by e alcuni saranno internati, come sospetti politici, nel campo di Katzenau presso Linz. Altri invece, se sudditi austriaci, sono richiamati alle armi.

Alcuni edifici, come ad esempio le scuole di Maia Bassa, sono adibiti a ospedali militari. In novembre 1914 da Budapest arriva un primo trasporto di feriti. Soldati in transito si accampano alla periferia cittadina. Fa discutere il divieto imposto ai militari feriti di farsi vedere sulle passeggiate per non dare un brutto spettacolo ai turisti[14]. È la solita Merano, preoccupata di salvaguardare a tutti i costi il suo volto di città turistica.

Dopo la Grande Guerra

La nuova relazione dei meranesi con l’esercito comincia ai primi di novembre del 1918. Nella sera del 5 novembre 1918 scende alla stazione ferroviaria il primo mezzo battaglione di alpini destinato ad occupare la città. Sono circa 400 uomini. Prendono alloggio provvisorio nelle stanze degli hotel meranese, soprattutto in zona stazione[15].

È chiaro che da questo momento la presenza dei militari italiani sarà collegata al trauma dell’annessione. E la situazione non è migliorata da alcuni episodi cui dà spazio la stampa locale:

  • Già nel novembre del 1919, quando il monumento dedicato ad A. Hofer davanti alla stazione non è ancora inaugurato, due soldati vengono sorpresi nel tentativo di dare fuoco all’impalcatura.
  • E nella primavera del 1921, dopo i funerali del maestro Franz Innerhofer, ucciso a Bolzano dai fascisti nella cosiddetta “domenica di sangue”, alcuni soldati delle caserme di Maia Bassa fischiano i musicanti della banda di Maia Bassa al loro ritorno da Marlengo.

Sono episodi di per sé banali, che però contribuiscono, come sappiamo, alla narrazione cui siamo abituati. Va detto peraltro che rispetto alla “domenica di sangue” dell’aprile 1921 la condanna è unanime anche tra gli italiani dell’Alto Adige. Si legge sul giornale La Libertà:

Tutti gli Italiani seri residenti a Bolzano deplorano profondamente i gravi fatti di sangue successi domenica in questa città ed esprimono alle famiglie colpite le loro più vive condoglianze.

Maia Bassa e la continuità

Dato che siamo arrivati, seguendo il corteo funebre del maestro Innerhofer, proprio a Maia Bassa, le cui caserme sono oggetto di questo seminario, possiamo fare una prima considerazione. In quasi tutto prevale una certa continuità tra prima e dopo la guerra. Tra la Merano austriaca e la Merano italiana.

  • Molti personaggi impegnati nella vita pubblica e soprattutto nell’economia sono gli stessi di tanti anni prima.
  • Il nuovo ippodromo sarà fatto lì dove c’era già un ippodromo e le caserme dove già c’erano delle caserme.

Così tante altre cose anche altrove.

  • Il lido nei pressi del precedente bagno comunale,
  • le case popolari nella zona già destinata a case popolari,
  • il municipio, per quanto discusso nelle sue forme, al posto del vecchio municipio.
  • Le passeggiate sono le stesse, allargate e rese più accoglienti (con altri nomi).

E si realizzano vecchi progetti anteguerra: dall’unificazione dei quattro comuni, alla ricerca di fonti termali, alla realizzazione della centrale elettrica di Marlengo, alla bonifica delle campagne inondate dai torrenti Sinigo e Nova. Niente di nuovo sotto il sole.

Simbolo di questa continuità è la caserma di via Huber nella quale si insedia la fanteria. Mantiene fino a metà degli anni ‘30 il nome col quale era nata: Hofer. Anche se si dirà Andrea Hofer, anziché Andreas. Caserma Andrea Hofer in via Andrea Hofer. Solo successivamente la caserma sarà ribattezzata Wackernell e la via Huber.

Tra le due guerre

In tutto il periodo tra le due guerre quella militare è una presenza molto significativa da molti punti di vista. La “guarnigione” meranese tra il 1924 e il 1927 si compone di circa 800-1.000 uomini, cifra che raddoppia nella prima metà degli anni ‘30. Presente fin dal 1920 è il 231° reggimento fanteria, insediatosi tra Maia Bassa e la caserma Hofer. Non c’è dubbio che la cittadinanza italiana veda nel 231° un elemento identitario, un punto di riferimento nazionale. E di converso la cittadinanza di lingua tedesca nutra sentimenti di diffidenza. I militari partecipano alla realizzazione di diverse opere pubbliche a Merano e nel circondario. La banda del reggimento tiene concerti quotidiani fra piazza del Grano e via delle Corse[16]. Al giuramento delle reclute partecipano, oltre ai rappresentanti politici, le scuole e i bambini dell’asilo[17].

La leva porta in città reclute da ogni parte d’Italia. Quelle del settembre 1922 arrivano dai distretti di Roma, Pistoia, Lucca, Como e Monza[18]. È una situazione che si protrarrà per tutto il secolo e fino alla soppressione della leva obbligatoria.

I militari partecipano alla vita cittadina, ad esempio alle attività delle parrocchie.

La grande espansione dell’areale delle caserme di Maia Bassa, concomitante con la realizzazione dell’Ippodromo, è della metà degli anni ‘30. Quest’area – di cui oggi parliamo – avrà, sul piano mediatico, una sorta di inaugurazione estemporanea a livello nazionale nel 1937. La lunga via delle Palade sarà infatti teatro di una spettacolare vittoria di tappa di Gino Bartali, al 25° Giro d’Italia (tappa Vittorio Veneto – Merano, 26 maggio). Scrive il giornale locale:

A Merano l’arrivo è posto sul grande vialone che costeggia l’ippodromo 28 Ottobre. Un arrivo ideale: strada spaziosa, fiancheggiata da due ampi marciapiedi, una perfetta organizzazione che contiene senza difficoltà la folla imponentissima ed entusiasta. Quando Bartali alle 16.39’ è 22’’ piomba sul traguardo, lo accoglie un uragano di applausi.

Passano circa sei minuti prima che si affaccino sul largo nastro stradale altri tre concorrenti. …

Gli altri concorrenti, mentre incomincia a cadere una fitta pioggia, continuano a giungere a piccoli gruppi. Sono tutti stanchissimi ed assetati. La birra Forst – specialità meranese – provvede a largamente eliminare quest’ultimo inconveniente[19].

Negli anni immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale anche altri illustri personaggi frequentano le caserme meranesi. È il caso di un gruppo di militari argentini, tra loro il colonnello di fanteria Juan Domingo Perón. La permanenza di Perón a Merano si protrae dall’inizio di luglio ad almeno la fine di settembre del 1939. Ufficialmente il futuro presidente argentino si trova in Italia insieme ad altri ufficiali di stato maggiore, di fanteria e di artiglieria, incorporati “a reparti di truppe da montagna del Regio Esercito, per effettuarvi un periodo di addestramento e istruzione”. Juan Perón è destinato al comando della 2° divisione alpina Tridentina e alloggia fuori dalle caserme, in un alloggio privato, probabilmente nei pressi del Duomo.

Seconda guerra mondiale

La città cambia nuovamente volto allo scoppio della Seconda guerra mondiale e dopo l’entrata nel conflitto dell’Italia nel giugno 1940. I militari di stanza nelle caserme meranesi sono destinati via via alle zone di guerra e partono per il fronte. Molti militari di varie zone del Paese transitano per Merano. Nascono i primi ospedali militari. Soprattutto dopo il settembre 1943, con la creazione della Zona di operazione delle Prealpi, Merano diventa una città ospedaliera (città lazzaretto).

Dopo l’8 settembre i militari italiani sono dapprima arrestati e poi trasferiti in Germania. Si racconta di come cittadini meranesi abbiano assistito alcuni militari nella loro fuga dalla prigionia. E di come altri invece abbiano collaborato attivamente alla loro cattura.

Sugli anni tra il 1943 e il 1945 ci sarebbero molte cose da raccontare. Quasi tutte riguardano in qualche modo gli eserciti, dal momento che ci si trova in guerra: dalla deportazione degli ebrei alla strage del 30 aprile, dalle operazioni segrete ai nuclei di resistenza. Ma non è questa la sede per parlarne.

Diremo solo che certe caserme resteranno particolarmente vive nella memoria di alcuni meranesi. La caserma Wackernell di via Huber viene trasformata in campo di lavoro per la riparazione di attrezzature militari: indumenti, scarpe, zaini e simili. Vi lavorano diverse donne meranesi. La caserma Rossi di via Palade, dopo la creazione nell’estate 1944 del lager di transito di Bolzano, ospita uno dei maggiori campi satellite. Successivamente vi si allestisce il cosiddetto “parco di sanità” per la produzione di articoli sanitari. Anche qui lavoreranno parecchi meranesi. Il campo satellite sarà invece trasferito alla caserma della “guardia alla frontiera”, successivamente denominata Bosin, dietro l’ippodromo.

Tullio Bettiol, bellunese, che fu internato nel campo di via Palade, racconta che non c’era “nessun contatto con la popolazione”. Due donne, invece – Albertina Brogliati ed Ernesta Sonego – riusciranno a fuggire dal campo della caserma Bosin attorno al Natale del 1944, proprio grazie all’aiuto di famiglie meranesi di origine bellunese e soprattutto grazie a un prete della chiesa di Santo Spirito, don Primo Michelotti.

Il lungo dopoguerra

Il rapporto dei meranesi con le loro caserme nei decenni del secondo dopoguerra è caratterizzato soprattutto dalla presenza costante in città di migliaia di giovani militari di leva. Una realtà che è in qualche modo estranea alla città e al tempo stesso familiare. Anche chi non frequenta gli ambienti militari non può non aver visto i lucchetti lasciati sul ponte del teatro, testimonianza di una presenza e promessa di ritorno. Certamente la frequenza di Merano da parte di molti giovani contribuisce anche alla notorietà della città in tutto il Paese.

La popolazione è spesso chiamata a uno scambio con la realtà delle caserme. Esse vengono aperte in determinate ricorrenze dedicate all’esercito. Si mostrano i carri armati e altri mezzi militari. E non è raro imbattersi in lunghe file di alpini che camminano in fila indiana con i loro muli, per recarsi in qualche campo di esercitazione o in qualche poligono.

Molto importante, nel rapporto tra città e caserme, è anche la presenza e l’attività dei gruppi dell’ANA (Associazione nazionale Alpini).

Classica è la giornata del giuramento, quando famiglie intere si spostano in città. Questa presenza comporta un indotto economico di cui tutta Merano approfitta e di cui si sentirà la mancanza nel momento dello scioglimento dell’esercito di leva. La presenza militare a Merano è fortemente ridimensionata da un lato a seguito degli sviluppi geopolitici:

  • la fine della guerra fredda,
  • il superamento dei confini nell’Unione europea,
  • la fine della militarizzazione del territorio nella stagione dei terrorismi.

D’altro lato, appunto, il ridimensionamento è legato alla cessazione del servizio militare obbligatorio nel 2004.

Da allora il rapporto tra città e caserme, tra città e militari, ha dovuto e potuto essere rimodulato. E se girando l’Italia è ancora facile imbattersi in persone che ci dicono: “Merano? Ho fatto il CAR, ho fatto la naja…”, oggi è più facile sentirsi dire: “Merano? Il castello di Sissi! Le Terme!” Oppure, ieri come oggi: i cavalli. E la birra.


[1] H. Glaser – F. Brunhölzl – S. Bunker (a cura di), Vita Corbiniani. Bischof Arbeo von Freising und die Lebensgeschichte des hl. Korbinian, Monaco-Zurigo 1983, p. 128. La traduzione dall’originale latino è di G. Albertoni.

[2] H. Glaser – F. Brunhölzl – S. Bunker , Vita Corbiniani, cit., p. 144.

[3] Paolo Valente, La città sul confine. Storie meranesi di uomini e fantasmi (OGE, 2006).

[4] C. Stampfer, Geschichte, cit., p. 187.

[5] C. Stampfer, Geschichte, cit., p. 212.

[6] C. Stampfer, Geschichte, cit., pp. 218-219.

[7] C. Stampfer, Geschichte, cit., p. 295.

[8] F. H. Hye, Die Städte, cit., p. 293.

[9] B. Mazegger, Chronik, cit., p. 286.

[10] “Fede e Lavoro”, 11.10.1901, p. 3.

[11] A. Hohenegger, Geschichte, pp. 641-642.

[12] Le minute dei discorsi e le prediche di p. Perathoner sono custodite nella biblioteca del convento dei padri Cappuccini di Merano. In appendice brani più estesi tratti dai discorsi.

[13] ASS, Diario del Terz’Ordine francescano. Da esso sono tratte le citazioni che seguono.

[14] W. Duschek – F. Pichler, Meran, cit., p. 59.

[15] “Der Burggräfler”, 9.11.1918.

[16] “Il Piccolo Posto”, 16.3.1925.

[17] “Il Piccolo Posto”, 8.5.1922.

[18] “Il Piccolo Posto”, 16.9.1922.

[19] La Provincia di Bolzano, 27.5.1937.