Cappuccini a Merano

L’attività dei cappuccini con i meranesi di lingua italiana

Convento, chiesa e comunità dei padri cappuccini a Merano, fin dai tempi della fondazione, sono luogo d’incontro tra lingue e culture. Una presenza da inquadrare, in tutto il Tirolo, nel contesto della Riforma cattolica “percorsa – come scrisse Josef Kögl – da una offensiva di mistici italiani pieni di entusiasmo per la fede cattolica, chiamati dagli arciduchi a Innsbruck o residenti nel Trentino. Il Beda Weber confronta questi estatici con una tempesta che purifica l’aria e apre la terra”.

Il convento meranese è dunque casa comune per padri provenienti dalle aree linguistiche tedesca, italiana e ladino-romancia[1]. Primo superiore dei cappuccini a Merano e direttore dei lavori di costruzione del convento è padre Francesco di Conegliano (+1623). I progetti di chiesa e convento sono di padre Matteo Lodron di Villa Lagarina. Nel ruolo di guardiano (dal 1621 al 1622) troviamo un mantovano: padre Francesco de Nodosis. Secondo l’agiografia cappuccina questo religioso è dotato del potere di fare miracoli e di vedere il futuro. Un altro frate (laico) morto in fama di santità è fra’ Francesco de Altissimis di Verona (+1623): si occupa del giardino del convento. Quando diciotto anni dopo la sua scomparsa si apre la sua bara, così si narra, il corpo viene ritrovato intatto e persino profumato.

I padri cappuccini contribuiscono in modo determinate alla rinascita spirituale della Riforma cattolica. Operano nella cura d’anime, nella catechesi e nella cultura. Già nel 1612, ancor prima che essi giungano in riva al Passirio, tra i padri del Tirolo si è istituito uno studio interno, i cui primi lettori sono padre Zeno di Bergamo e padre Remigio di Bozzolo. Come tanti altri, sono autori di numerose pubblicazioni, oltre a ricoprire incarichi di responsabilità nella provincia tirolese. Fino al 1612 i cappuccini tirolesi studiano a Verona, presso il teologo e scrittore padre Teodoro Foresti (1565-1637), gran conoscitore delle opere di San Bonaventura. Nei primi anni si investe molto nella creazione di una biblioteca del convento, che risulta infatti ben fornita di testi scritti in latino, in italiano e in tedesco.

Intensa è pure l’attività di predicazione, soprattutto nel Duomo di Merano. Tra i concionatori che nel 17° secolo si distinguono in quest’opera si annovera la figura di padre Giovanni Battista Ferrari (1572-1643). Nato ad Ala, è uno dei primi cappuccini impegnati attivamente nell’opera di annuncio, stimato dall’imperatore Ferdinando II (1578-1637) e dal vescovo di Salisburgo, Paride Lodron (1586-1653).

Nel 1622 padre Ferdinando de Foliani, uomo definito pio e colto, cura una missione quaresimale in val Venosta. Si ferma nel paese di Sluderno. La val Venosta rimane a lungo, anche per la vicinanza con la Svizzera riformata, “terra di missione” per i cappuccini. Da Merano partono frati anche per la val Monastero, ancora più esposta all’influsso della Riforma: tra i primi padre Innocenzo Corradini, del convento di Merano, insieme ad un confratello di Brescia.

La casa del duca

Agli inizi dell’attività pastorale e missionaria le cronache dei cappuccini riportano con orgoglio un particolare episodio che rende famoso il convento di Merano ben oltre i confini del Tirolo. Si tratta dell’ingresso nella comunità di Alfonso III d’Este, duca di Modena e Reggio. Alfonso nasce nel 1591 e sposa Isabella di Savoia nel 1608. Nel 1628, dopo la morte del padre Cesare, assume il governo dei principati di Modena e Reggio. Nel 1626 ha perso Isabella, morta di parto, un evento che lo induce a cambiare completamente vita. Nel 1629 abdica e prega il superiore di Bologna di essere accolto nell’ordine cappuccino, in un convento lontano da casa, amici e affari. La scelta cade sulla provincia tirolese e sul convento di Merano. Il 31 luglio 1629 Alfonso, sotto il falso nome di Marco Bevilacqua, risale la valle dell’Adige accompagnato dal confessore padre Giovanni da Sestola e dal servitore fra’ Pietro da Modena. Si racconta che quando, dopo essere passato di convento in convento, Alfonso arriva a Merano abbia esclamato: “Sia lodato Gesù Cristo e la sua santa madre; presto sarò finalmente a casa mia!”.

La vestizione ha luogo in forma solenne il giorno 8 settembre. Oltre gli amici più intimi di Alfonso, c’è una gran folla di rustici e cittadini, tanto che gran parte della gente rimane fuori dalla chiesa.

Alfonso fa il suo ingresso in vesti principesche. Il padre provinciale benedice l’abito religioso, poi toglie al duca i vestiti e gli porge il saio. L’ex duca assume il nome di Giovanni Battista. Dopo il Te Deum padre Giovanni da Sestola tiene la predica in italiano, “in occasione della quale il popolo presente si scioglie in lacrime”. Seguono la cerimonia dei voti e il discorso, in lingua tedesca, del padre provinciale.

Alfonso III rimane a Merano fino all’agosto del 1630 quando, scoppiata la peste nel ducato di Modena, decide di recarvisi “per servire coloro da cui era stato servito”. Dopo anni di impegno in diverse località Alfonso muore il 24 maggio 1644.

Anche i frati del convento cappuccino di Merano sono messi a dura prova dall’imperversare dell’epidemia di peste, giunta nel 1634 dalla Baviera e dalla Svevia. Prestano assistenza religiosa nel locale lazzaretto. In tutta la val Venosta assistono i parroci e si prendono cura dei malati abbandonati.

A Merano risiedono, nei secoli successivi, padri cappuccini di lingua italiana, originari principalmente di altre località del Tirolo. Le cronache del convento mettono in risalto la presenza, per brevi periodi, anche di due illustri missionari. Il 10 settembre 1692 è in città padre Marco di Aviano (1631-1699), noto per le sue virtù e i suoi miracoli. Padre Marco benedice al folla nella chiesa del convento e in quella di San Nicolò e concede, su mandato papale, l’indulgenza plenaria a quanti si accostano i sacramenti. Lo stesso avviene nel vicino paese di Lana.

L’altro padre missionario la cui visita resta impressa nella memoria dei meranesi è padre Giovanni Antonio da Lucca. Anch’egli, si dice, ha il dono di compiere miracoli. Il padre viene invitato espressamente dalla cittadinanza il 14 luglio 1698 e si intrattiene a Merano per otto giorni. Predica in Duomo in lingua italiana, come narrano le cronache, con tanto zelo e così bene da riuscire a raccogliere sempre un uditorio imponente, benché siano in pochi a capire bene la lingua.

Cura d’anime nell’800

A partire dall’800 i padri cappuccini si occupano sistematicamente dei fedeli di lingua italiana di Merano. La chiesa di riferimento, fin dagli ultimi decenni del secolo, è quella di Santo Spirito, annessa all’ospedale.

Chi sono i sacerdoti[2] che si prendono cura dei meranesi di lingua italiana? Il primo di cui si abbia traccia è proprio un padre cappuccino. Tra gli atti del passaggio della parrocchia di Merano alla diocesi di Trento si trova un elenco dei religiosi del convento: tra questi un frate di 58 anni, nato a Cares nelle Giudicarie. Si chiama Giancarlo Bombarda (1761-1846) ed è contrassegnato dal titolo di “confessore degli italiani” (confess. ital.). È l’anno 1819.

Negli anni successivi dal catalogo del clero della diocesi di Trento non risulta nessun incaricato specifico però, nella zona di Merano, vivono da sempre religiosi di origine trentina o provenienti da zone mistilingui. Un sacerdote che si occupa stabilmente della cura d’anime della cosiddetta “colonia italiana” di Merano, è citato per l’anno 1870. Si tratta del padre cappuccino Guido Ruatti. Porta il titolo di “predicatore per gli italiani” (concionator italorum). Padre Ruatti (al secolo Mosè Ruatti) nasce a Piazzola di Rabbi nel 1833. Lettore di matematica, fisica e storia nello Studio generalizio di Bologna, ritorna nel Tirolo per malattia e si dà alla predicazione. Ricorda la cronaca della provincia: “Sostenne vittoriose controversie con celebri professori laicisti del suo tempo”. Muore a Rovereto nel 1907.

Nel 1871, presso la parrocchia di Merano, troviamo don Giuseppe Gallizzi, originario di Castelucchio, vicino a Mantova. Dal 1873 al 1883 è parroco dell’ospedale di Santo Spirito don Alessandro de Angeli, di Cloz in val di Non. Poiché per i dieci anni della sua presenza non appare presso i cappuccini alcun incaricato pastorale per gli italiani, è da presumere che sia don de Angeli a svolgere questa funzione.

Nel 1886 è presente, questa volta presso la parrocchia di San Nicolò, un Cooperator pro Italis: si chiama don Cornelio Molignoni ed è nato a Castello in val di Sole.

Nel 1887 ecco nuovamente un “predicatore per gli italiani” cappuccino: è padre Leopoldo Decristoforo (originario di Livinallongo). Riveste quel ruolo fino al 1895. P. Agapit Hohenegger, storiografo del convento, spiega che “la colonia italiana di Merano-Maia, che in estate conta diverse migliaia di persone”, deve la nomina del predicatore al vescovo Eugenio Carlo Valussi (1837-1903), che ha fatto una richiesta specifica in tal senso.

Per l’anno 1894 Decristoforo è temporaneamente sostituito da padre Aniceto Rufinatscha. Nato a Tubre nel 1824, dal 1858 insegna a Bologna esegesi biblica e lingue orientali. Successivamente p. Rufinatscha è lettore e predicatore italiano a Salisburgo. Nel 1877 e per 14 anni ha la cura d’anime tedesca a Trieste, dove per alcuni anni guida il locale convento cappuccino. È confessore in tutte le lingue e molto stimato dal clero e dal vescovo di Trieste Giovanni Nepomuceno Glavina. Tornato nel Tirolo, muore nel 1896.

Il frate e il podestà

Da uno scritto di padre Decristoforo del 1888 sappiamo che in certi casi anche la chiesa dei cappuccini viene usata per le funzioni in lingua italiana. Il documento, conservato presso l’Archivio diocesano di Bressanone, è interessante perché mette in luce quanto i nascenti nazionalismi prendano via via piede nel Tirolo, anche a Merano, dove i padri cappuccini, forti della loro storia, si fanno difensori ante litteram dei diritti delle minoranze.

Padre Leopoldo Decristoforo, nella lettera indirizzata al vescovo Valussi, lamenta che la comunità di lingua italiana si sia vista negare dal podestà (di orientamento liberal-nazionale) l’uso della chiesa dell’ospedale. “Se nella chiesa dell’ospedale potevano gl’Italiani avere la dottrina avanti per alcuni anni, perché non adesso?”, si chiede il predicatore. “Già otto mesi vi fanno – scrive il frate –, che aspetto qui la licenza di poter entrare una volta nella chiesa dell’ospedale, che fu dalla Vostra Altezza Illustrissima istessa destinata come luogo più comodo per tenervi la dottrina cristiana ai lavoratori cristiani italiani. Ma invano”. I motivi sarebbero di carattere politico: “Cioè l’Italianismo, la propagazione della lingua italiana. Così dichiarò chiaramente il Sigr. Podestà alla deputazione dei lavoranti italiani, che ebbi spedito al Sigr. Podestà in questo affare”.

A quel tempo lo spirito ecumenico è di là da venire. Così p. Leopoldo sottolinea: “Ma perché si proibiscono una libera Chiesa a poveri lavoratori che sono cristiani cattolici, mentreché si concedono ai Protestanti una Chiesa ed una scuola e questo in una città cattolica?”.

E conclude amareggiato: “Così viene, quandoché si lascia in Chiesa comandare un Podestà liberale”.

L’intervento del vescovo Valussi non si fa attendere. Già lo stesso anno possono ricominciare le funzioni nella chiesa di Santo Spirito.

Fine secolo

Nel 1897 l’incarico di predicatore per gli italiani passa a padre Isidor Flür (per tutti “padre Isidoro”). Egli celebra la messa per gli italiani nella chiesa di Santo Spirito e si dà da fare per organizzare la comunità anche sul piano associativo. P. Flür (1862-1941), nato a Tarrenz (Tirolo), dopo aver lasciato Merano, diverrà assistente degli italiani di Bludenz (Vorarlberg) e lo rimarrà fino al 1935 quando dovrà lasciare per motivi di età e di salute.

Il suo immediato successore come assistente della comunità italiana, dal 1907, è padre Caio (Cajus) Perathoner (nasce ad Ortisei nel 1868, muore a Merano nel 1922). È pure il cappellano dei Cacciatori imperiali (Kaiserjäger). Presso il convento meranese sono conservate le sue omelie tenute alle reclute nelle due principali lingue del Tirolo.

Padre Caio resta predicatore per gli italiani fino al 1914 quando, scoppiata la guerra, parte per il fronte nel suo ruolo di cappellano militare.

Reclute e caserme

Aprile 1911. A Maia Bassa si inaugura la nuova sede dei Cacciatori imperiali tirolesi. Il discorso solenne è tenuto da padre Caio Perathoner. Il cappellano alterna le due lingue dei militari, il tedesco e l’italiano, definendo la caserma una scuola di vita e di vero patriottismo. Precedentemente (1882), nell’attuale via O. Huber, era stata costruita una caserma per i Bersaglieri tirolesi (Landesschützen). Seguirà, nel 1913, la caserma degli Artiglieri a Maia Bassa.

Merano accoglie reclute da tutto il Tirolo. Il convento cappuccino di Merano ha l’incarico, dal 1905, dell’assistenza religiosa alla guarnigione. Ma già da molti anni i cappuccini avevano tenuto conferenze alle reclute di lingua italiana dislocate a in città.

Le prediche, dal 1905, si devono tenere mensilmente in lingua tedesca e italiana. Quelli di padre Caio sono discorsi intrisi di patriottismo. Nell’anniversario della vittoria di Custoza del 24 giugno 1866, sconfitta per le truppe del neonato regno d’Italia, il cappellano chiama le sue reclute italotirolesi a “raccolta sotto la bandiera dell’imperatore” e a “impugnare le armi, risoluti e tenaci a vincere o morire, fieri ed orgogliosi d’indossare l’onorata e valorosa divisa dei Cacciatori Imperiali Tirolesi”.

Anche i giovani militari infine, nel luglio del 1914, sono coinvolti nel pianto per la sorte dell’erede al trono, l’arciduca Ferdinando, ucciso a Sarajevo: “Noi ci associamo – afferma padre Caio – coll’animo straziato all’universale lutto di tutto il mondo civile, al lutto dei popoli della monarchia che giustamente riponevano tante speranza nel principe ereditario, al lutto del venerando monarca e di tutta la augusta casa imperiale, così crudamente visitata da questa immensa sciagura”.

Società operaia

È grazie al supporto dei padri cappuccini che nel 1898 sorge a Merano la Società Operaia Cattolica con lo scopo di raccogliere i lavoratori che abitano nel Burgraviato. Padre Isidor Flür è presente alla fondazione e ne è il primo assistente, nominato dal vescovo di Trento. Gli succederà padre Caio.

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La Società nasce sull’onda dell’enciclica Rerum novarum (1891) di papa Leone XIII. Il mondo operario, anche quello di matrice socialista, promuove azioni sindacali e iniziative comuni ai lavoratori di lingua tedesca e italiana. Un evento emblematico in tal senso, nel maggio 1902, è la festa della benedizione delle bandiere delle due Società operaie cattoliche, quella italiana e quella tedesca (quest’ultima fondata nel 1899). La cerimonia, durante la quale si susseguono discorsi nelle due lingue, avviene alla presenza di gruppi venuti da altre zone del Tirolo, delle autorità cittadine, ecclesiastiche e civili. Uno spaccato del vecchio Tirolo, prima che i nazionalismi prendano il definitivo sopravvento dando luogo all’“inutile strage” della Grande Guerra.

La Società operaia verrà sciolta nel 1932 a seguito delle restrizioni imposte dal regime fascista a tutte le realtà associative non in linea col pensiero dominante.

Terz’ordine francescano

Intorno alla Società operaia cattolica, prima della guerra, ruota una variegata e vivace vita associativa. Padre Isidoro e padre Caio sono i primi assistenti del Terz’ordine francescano in lingua italiana[3].

Un diario della congregazione, compilato all’inizio del ‘900, ne ricostruisce così le origini: “Dal tempo che trovansi italiani a Merano, vi erano dei Terziari, però sconosciuti fra di loro, primo perché non avevano una propria Congregazione. I terziari cominciarono la loro vita più pubblica nel 1864, colle Vestizioni e Professioni. Dal 1880 si registra quasi tutti gli anni nuovi Terziari. Nel 1896 e negli anni seguenti, furono tenute diverse Missioni e Tridui, per opera del molto rev. Padre Isidoro, assistente ecclesiastico della Società Operaia Cattolica italiana. In queste occasioni si propagò il terzo Ordine. In special modo si propagò per mezzo del rev. Padre Sisinio, missionario”.

Nell’anno 1900, poiché i terziari di lingua italiana sono ormai una cinquantina e seguono funzioni separate nella loro madrelingua, si decide di tenere un elenco a parte. Nel 1904, su iniziativa dell’assistente padre Isidoro, viene istituita una congregazione autonoma, presso la chiesa di Santo Spirito. Il nuovo vescovo di Trento, Celestino Endrici, acconsente che venga eretto “canonicamente tra gli italiani costì residenti il Terz’Ordine di S. Francesco nella chiesa dello Spirito Santo a Merano”.

I cinquanta membri del 1900, nel 1907 sono già passati a quasi trecento. La crescita dei componenti del Terz’ordine è dovuta alle missioni, alle conferenze tenute dai frati di Trento, nonché dall’attività pastorale di padre Isidoro e, dopo il 1907, di padre Caio.

La sede del gruppo è stabilita nella chiesa di Santo Spirito. Riunioni dei responsabili si terranno anche nella nuova casa della Società operaia, acquisita nei pressi della stazione ferroviaria.

Una curiosità: due volte l’anno si comperano delle candele per la chiesa e le si consegna alla suora sacrista. Così ci si provvede anche di carbone, incenso e merce varia, “per non essere di troppo peso ai tedeschi”.

Fine di un’epoca

Agosto del 1914. Il diario del Terz’ordine informa che “si prese a conoscenza come il rev. p. Cajo, nostro direttore, sia partito quale cappellano militare per il teatro della guerra”. Si decide dunque di anticipare alla prima domenica di settembre il tradizionale pellegrinaggio a Rifiano “per ottenere la vittoria alle armi austriache, e per placare la divina giustizia a mezzo della Sua Madre Santissima e che i nostri cari possano fra breve ritornare sani e salvi in seno alle loro famiglie. E così la Madonna protegga il nostro amato direttore p. Cajo e presto torni sano e salvo in mezzo a noi”.

Parole che esprimono il clima a guerra appena scoppiata. La comunità rimane senza pastore, ma “si costata la premura che il rev. p. Guardiano dei cappuccini ha avuto per noi, che ci ha promesso che ci manderà ogni domenica e festa un cappuccino e se non ne ha verrà egli in persona per tenerci le sante funzioni”. Analoga disponibilità viene espressa dal decano di Merano.

Nei mesi successivi i vari incontri sono in gran parte dedicati al pensiero di chi è lontano a combattere. Verso la fine dell’anno si decide “di far celebrare una S. Messa pei Terziari che cadono sui campi di battaglia, pel trionfo delle armi imperiali, e a gloria della nostra Patria, l’Austria”.

Naturalmente vengono chiamati alle armi anche i meranesi di lingua italiana, motivo per cui si sospendono quasi tutte le attività associative della colonia, fino alla fine della guerra.

Ancora all’inizio del 1915, però, si ha notizia di un atto significativo. Dice la cronaca del terz’ordine: “Si decide per il giorno dell’Epifania di consacrare la nostra Confraternita al Sacro Cuore di Gesù, acciocché in questa santa alleanza troviamo conforto e sostegno in questi tempi sì calamitosi e il Sacro Cuore di Gesù faccia scendere la tanto sospirata Sua pace all’infranta umanità”.

***

La dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria, nel maggio 1915, segna un momento di svolta negativa nei rapporti tra le nazionalità del vecchio Tirolo. La vita dei meranesi di lingua italiana negli anni di guerra è in gran parte avvolta nel silenzio dell’attesa.

Dopo la Prima guerra mondiale i padri cappuccini apriranno ancora le porte di chiesa e convento ai fedeli di entrambe le lingue. Lo fanno fino ai giorni nostri nello stesso spirito di accoglienza che, anche in tempi difficili, ha saputo far breccia nei confini che a volte separano, a volte mettono in comunicazione lingue, gruppi, culture e soprattutto le persone, con le loro mille storie.


[1] Molte delle notizie sulla storia dei cappuccini meranesi sono tratte da A. Hohenegger, Das Kapuzinerkloster zu Meran, Innsbruck 1898, e da A. Hohenegger, Geschichte der Tirolischen Kapuzinerordensprovinz, Innsbruck 1915.

[2] Gran parte delle notizie relative ai sacerdoti incaricati per la cura d’anime della comunità italiana di Merano sono tratte da documenti conservati presso l’Archivio Diocesano Tridentino.

[3] La relativa documentazione è custodita presso l’Archivio della parrocchia di Santo Spirito di Merano.