Abitare la solidarietà

21.10.2015 – Intervento a convegno

“Abitare la solidarietà” oppure, in altri termini, “abitare il confine”.

Il confine è il luogo delle contraddizioni e delle polarità. Abitare il confine vuole dire, ad esempio, essere presenti nella vita e nella storia, ma non per “occupare spazi”. Vivere assieme la dimensione del dentro e quella del fuori. Uscire da sé e dai luoghi delle certezze e delle comodità. Difendere, tutelare la propria casa e al tempo stesso accogliere con dignità chi viene da fuori. Essere abitatori di un luogo specifico e insieme riconoscersi nomadi. Un ultimo paradosso: abitare la strada.

Le realtà dell’abitare e della casa sono assai presenti nella storia e nella tradizione dell’impegno sociale cristiano. Sono, possiamo dire, parte integrante del messaggio evangelico fin nella sua più intima essenza.

Alcuni passi del Nuovo Testamento ci aiutano nel comprendere la sostanza di questo messaggio. Luca (cap. 2) racconta la nascita di Gesù nella Giudea del governatore Quirinio, ai tempi di Cesare Augusto. In seguito al famoso censimento, Giuseppe (con Maria) dovette salire “alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide” (v. 4). Qui per “casa” s’intende famiglia, clan, legami di sangue. Poco più in là (vv. 6-7) lo stesso Luca ci ricorda che “mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. Ora la “casa” è qualcosa che manca. La casa è un elemento che non c’è fin dal primo istante della discreta irruzione di Dio nella storia dell’uomo. Il messaggio: Dio non entra in quella storia per occupare uno spazio, ma per mettersi in cammino e indicare una strada.

Come è noto Maria, Giuseppe e il bambino, ricercati da Erode, vanno poi esuli in Egitto. Ritornano solo alla morte del re infanticida e, racconta Matteo (2,23), vanno “ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»”. Ora si parla di “abitare” in riferimento alla località di Nazaret. La storia si scioglie nella quotidianità. Un periodo lungo trent’anni di cui non si sa quasi nulla.

Quel verbo, “abitare”, è citato di nuovo nell’incipit del Vangelo di Giovanni (cap. 1). Anche il quarto evangelista, con tutt’altro genere letterario, narra della nascita del Salvatore. Lo chiama “la Parola” (il Verbo) e dice che questa Parola, che è Dio, “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…” L’“abitare” di Dio, in questa accezione, non cerca né offre la sicurezza di una casa quanto piuttosto la precarietà della strada.

La casa verrà, per ora c’è la strada. Quando due discepoli del Battista si mettono a seguire Gesù (Gv 1,35-39), egli si volta e osservando che essi gli vanno dietro, li interroga: “Che cosa cercate?”. Essi rispondono con una domanda: “Dove dimori?». E Lui: “Venite e vedrete”. Il Vangelo non ci descrive quella “dimora”, dice solo che essi “andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui”. Poi arriva un’indicazione precisa, ma riguarda il tempo, non lo spazio: “Erano circa le quattro del pomeriggio”. Essere “con lui” oggi, è questo l’abitare del cristiano.

Anche Luca (9,57-58) racconta che mentre camminava per la strada, un tale gli dice: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.

È senza dimora.

Gli ospizi, case sulla strada

La visione cristiana dell’abitare nasce dall’esperienza di un Dio che “non ha dove posare il capo”, per il quale “non c’era posto nell’alloggio”, che chiede di essere seguito, accompagnato, e che vive sulla strada. Abita il confine.

Non a caso tra i destinatari delle architetture dell’abitare del Medioevo cristiano troviamo i viandanti, i pellegrini, coloro che camminano e che hanno deciso di seguire o cercare il loro Signore. I luoghi storici in cui la dimensione della casa si fonde a quella della strada sono gli ospizi.

Secondo la consuetudine medievale gli ospizi sono pensati sia per i poveri del luogo che per l’accoglienza della gente di passaggio, come ad esempio i pellegrini in viaggio da Nord verso Roma o alla volta dei numerosi santuari locali. Questi ospizi si collocano sulle vie di traffico che portano ai valichi alpini e sono innanzitutto luoghi di ospitalità. Molti di essi, in Alto Adige e altrove, sono dedicati allo Spirito Santo, espressione, per così dire, dell’anima “non sedentaria” di Dio. Dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,8): “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. 

Al di qua del Brennero incontriamo di questi ospedali/ospizi dedicati allo Spirito Santo a San Candido, Villabassa, Brunico, Vipiteno, Bressanone, Bolzano, Egna, Glorenza, Laces, Silandro, Merano. Accanto agli ospizi sorgeva spesso una chiesa o una cappella anch’esse intitolate allo Spirito Santo.

Pensiamo però anche agli xenodochi sul sentiero di Santiago o alla rete di ospizi dell’Ordine Teutonico in Alto Adige. Un ospedale dei cavalieri teutonici ai piedi del Virgolo risale ai primi anni del Duecento. Altri ospizi si trovavano a Longomoso e a Vipiteno, sulle vie di transito verso la Terrasanta. Nel corso del Medioevo l’Ordine si insedia presso Lana, in val Passiria, ad Auna di Sotto, a Settequerce, a Silandro, a Vipiteno e a Vanga.

Troviamo numerosi altri ospizi dalle diverse dedicazioni in Alto Adige, in Trentino e altrove. Proprio fra Trentino e Sudtirolo l’ospizio del monastero di San Floriano a Laghetti di Egna è uno degli ultimi esempi completi rimasti di luoghi di ospitalità per pellegrini.

Interessante il caso dell’ospedale di Santo Spirito di Merano. Concepito nel 1271 dal conte Mainardo II di Tirolo e dalla moglie Elisabetta, con la benedizione del vescovo di Trento Egnone di Appiano, come ospizio/ospedale per i poveri, nel corso della sua storia è aperto anche all’accoglienza dei viandanti. Si trova “sul confine”, un tempo, tra i comuni di Merano e Maia e tra le diocesi di Trento e di Coira. Ricostruito nel Quattrocento dopo una furiosa alluvione, rispetto a Merano è “fuori le mura” e al di là del fiume. Appartiene alla città, ma è tenuto a debita distanza. Diviene l’ospedale cittadino e lo rimane fino al 1905 quando la struttura è riconvertita in casa di riposo (un tempo si diceva “ospizio”, appunto). Ora, presso la chiesa che continua ad essere dedicata allo Spirito Santo, sorge l’edificio adibito a casa parrocchiale e oratorio (costruito inizialmente, nel 1940, come “casa del fascio”, divenuto poi “casa del popolo” e infine riconsegnato alla parrocchia).

La Caritas e l’abitare

“Accogliere non vuol dire solo salvare dal mare ma permettere di vivere dignitosamente”. A dirlo è il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana, arcivescovo di Agrigento, la diocesi che comprende l’isola di Lampedusa. Possiamo parafrasare quelle parole dicendo: accogliere non vuol dire solo dare un tetto e quattro mura, ma permettere di vivere dignitosamente.

Quale legame sussiste tra la Caritas e le realtà della casa e dell’abitare? Chiariamo innanzitutto che cosa è la Caritas. È un organismo, espressione della comunità cristiana ai suoi vari livelli (comunità di base, parrocchie, unità pastorali, decanati, diocesi, conferenze episcopali…), che trasmette un messaggio facendo delle cose. Usando il linguaggio della Caritas Italiana: ha una “funzione pedagogica” e fa uso di una “pedagogia dei fatti”. Perciò, nel cosiddetto “mondo cattolico”, la Caritas non è un’organizzazione tra tante, non è una ONG come altre e nella cosiddetta “società civile” non è un soggetto del terzo settore come tutti gli altri.

La sua natura sta tutta nel nome, Caritas, che in latino significa “amore gratuito” e riproduce la parola originaria greca agape (ἀγάπη). Come scrive l’apostolo Paolo ai corinzi (1Cor 13,2): “Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore (ἀγάπη, caritas), non sarei nulla”.

La Caritas ha dunque il compito di ricordare alla comunità cristiana, alla Chiesa, la sua vocazione primaria e necessaria alla carità. Ricordare, secondo le parole di Paolo, che senza l’amore, senza il servizio ai fratelli, la Chiesa non ha ragione di esistere.

Per questo la Caritas non può essere quell’organizzazione che la Chiesa delega a vivere l’amore per il prossimo al posto della stessa comunità cristiana. Non avrebbe alcun senso. Semmai, in quanto organizzazione, può essere lo strumento attraverso il quale la comunità si assume – partecipandovi attivamente – la propria responsabilità sociale.

Fatta questa premessa, diciamo ora che molti servizi offerti oggi e nel recente passato dalle Caritas o da altre espressioni di Chiesa riguardano proprio l’abitare.

Una delle opere più tradizionali è quella che un tempo si chiamava “dormitorio”. Oggi preferiamo definire queste strutture semplicemente “casa”. Così l’ex dormitorio di Bolzano è ormai la “Casa dell’ospitalità”, il centro per donne senza dimora a Bolzano è “Casa Margaret”, l’ex dormitorio di Merano è denominato “Casa Arché” e una struttura similare a Brunico “Casa Jona”.

In questo modo già col loro nome queste strutture, questi luoghi di servizio trasmettono un messaggio. Sono “opere segno”, usando ancora del “gergo Caritas”.

Le Caritas del Nordest e il diritto ad abitare

Da alcuni anni la Delegazione Caritas del Nordest, che raccoglie le Caritas diocesane del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige, lavora ad un tavolo dedicato alla cosiddetta “povertà estrema”.

Le linee guida elaborate dal gruppo di lavoro si fondano sui valori della solidarietà e del rispetto della dignità umana e si richiamano, per le definizioni, alla “Carta dei Valori” della Fio.PSD – Federazione italiana organismo per persone senza dimora – che, all’articolo 9, “considera la persona senza dimora come un soggetto in stato di povertà materiale ed immateriale, portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme, che non si esaurisce alla sola sfera dei bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, e ritiene ogni persona senza dimora, nel rispetto dei modi e dei tempi adeguati alle proprie necessità, se adeguatamente sostenuta, capace di evolvere dalla propria condizione e di esprimere una propria progettualità di vita significativa ed alternativa alla marginalità”.

“L’accoglienza – leggo ancora nelle linee guida del tavolo Caritas – è la prima tappa del progetto di inclusione sociale, che si caratterizza, in primo luogo, come stile di relazione nei confronti della persona vissuta non come ‘caso’ da risolvere ma come ‘storia’ da assumere. Non si finisce mai di accogliere una persona. Si ospita prima in casa, poi nella mente ed infine nel cuore dove, all’interno di una relazione piena e matura, si prende dimora reciprocamente. Accogliendo si è accolti”.

“Il passaggio dalla strada ad una struttura di accoglienza segna l’inizio del riconoscimento dell’unità della persona, che non ha più bisogno di frammentarsi nel tempo e nello spazio per soddisfare i suoi bisogni primari, e della sua soggettività attraverso la liberazione da etichette massificanti come quella di ‘povero’, ‘profugo’, ‘rom’, ‘prostituta’ a favore di un nome ed una biografia restituiti nell’incontro con l’altro”.

In tutto le tappe del percorso di promozione proposte dal tavolo “povertà estrema” per strutturare interventi di accoglienza e accompagnamento delle persone in situazioni di grave marginalità sono quattro: accoglienza e soddisfazione dei bisogni primari; costruzione di percorsi personalizzati con (e non su) la persona in rete con i soggetti competenti; housing sociale (o altri percorsi emancipatori); coinvolgimento della comunità locale nell’integrazione della persona sul territorio.

Oggi si guarda all’approccio denominato “Housing first”, secondo il presupposto che la casa è un diritto umano primario e che dunque, nell’ipotizzare i percorsi per le persone senza dimora di cui sopra, “la casa è il punto di partenza e non il punto di arrivo”.

Le “case” della Caritas, oltre l’abitare

Nell’ambito della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone troviamo altri servizi Caritas che sono o si chiamano “casa”: Casa Emmaus, comunità per persone malate di Aids, a Laives, e a Bolzano Casa Freinademetz, struttura per persone in emergenza abitativa, Casa Odòs, comunità per persone che escono dal carcere o hanno pene alternative, Casa Migrantes, centro di ospitalità per stranieri a vari livelli.

Ci sono poi, da alcuni anni e in modo sempre più consistente da qualche mese, i centri di accoglienza per persone richiedenti asilo: Casa Aaron e Casa Sara a Bolzano, Casa Arnica a Merano, Casa Noah a Prissiano, Casa Ruben a Malles, Casa Lea a Prati di Vizze, la Casa del Pescatore a Vandoies e la Casa S. Giuseppe a Brunico (cui si aggiungono Casa Miriam a Bressanone e Casa Anna a Castelrotto).

Le Case per profughi gestite dalla Caritas diocesana sono segno di contraddizione e chance di crescita. Esse mirano innanzitutto al bene delle persone che vi sono ospitate. Con queste persone vanno costruite relazioni di collaborazione responsabile e di fiducia, vanno sostenute nella soddisfazione dei bisogni primari e aiutate ad acquisire autonomia personale, affinché il loro soggiorno sia per loro una esperienza significativa e un arricchimento personale.

Allo stesso tempo le Case di accoglienza sono luoghi significativi e di arricchimento umano e culturale per il paese, il quartiere, la città, la provincia, le parrocchie, la diocesi. Sono segni di contraddizione e pietre d’inciampo (Rm 9,32-33, Gc 2,14-24). Pongono interrogativi a vari livelli.

In collaborazione con altri servizi della Caritas, della diocesi, delle parrocchie, del territorio (Caritas parrocchiali, volontariato, youngCaritas, Missio, Ecumenismo e Dialogo interreligioso, l’associazione Volontarius e altre realtà impegnate nel settore ecc.) le Case di accoglienza contribuiscono allo sviluppo sul territorio di una maggiore conoscenza della situazione dei profughi (e del mondo da cui provengono) e di un atteggiamento di accoglienza e solidarietà nei confronti non solo dei migranti, ma di tutte le categorie più deboli della popolazione. In tal modo ogni persona è messa in condizione di assumersi (o non assumersi) le proprie responsabilità.

Rapporti Caritas fra Trento e Bolzano

Trentino e Alto Adige (così come anche il Tirolo del Nord) sono terre legate da profondi legami storici. Ciò è vero anche nel campo dell’azione sociale della comunità cristiana.

La creazione dell’ospedale di Santo Spirito a Merano, di cui abbiamo letto più sopra, fu benedetta da Egnone di Appiano, vescovo di Trento. Buona parte dell’Alto Adige appartenne per secoli alla diocesi tridentina, fino alla revisione dei confini nel 1964.

I primi direttori della Caritas diocesana (e prima ancora della PCA e della POA), per la cosiddetta “sezione italiana”, erano preti trentini: don Giacinto Carbonari (di Carbonare), don Giuseppe Tonetta (di Cazzano di Brentonico), don Silvio Bortolamedi (di Roncogno).

Oggi la Caritas non ha più due sezioni divise per gruppi linguistici ed è in atto un processo di unificazione. Proprio per questo la Caritas di Bolzano-Bressanone continua a guardare a Trento e a Innsbruck. Con Innsbruck gli scambi avvengono nel contesto dei periodici incontri delle Caritas austriache. Con Trento il dialogo è frequente, bilaterale (tra direttori e operatori) o nell’ambito della delegazione Caritas Nordest.

In questo modo i confini, benché sussista di continuo la tentazione di alzare muri e steccati, sono di fatto superati.

Abitare il confine, iniziare processi

Abitare la solidarietà significa abitare il confine. Riprendo quanto detto all’inizio. Il confine è luogo di contraddizioni e polarità. Abitare il confine vuole dire essere presenti nella realtà, ma non per “occupare spazi”. Vivere la dimensione del dentro e del fuori. Uscire da sé e dai propri luoghi. Aver cura della propria casa e al tempo stesso accogliere chi viene da fuori. Essere residenziali e insieme essere nomadi: abitare la strada.

Il Tirolo è da sempre il confine, la strada, il muro, la porta. Il Tirolo come entità geopolitica nasce per presidiare, aprire o chiudere un confine. Abitare il confine, anche sul piano dell’intervento sociale, significa aprirsi alla dimensione dello spazio e soprattutto a quella del tempo.

Chiudo, a questo proposito, con una parola molto bella di papa Francesco, scritta nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013), là dove spiega perché il tempo è superiore allo spazio. Mi sembra indovinata anche per chi si occupa di urbanistica. Abitare è un verbo che va coniugato non solo nello spazio ma soprattutto nel tempo:

“Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (EG 223).