La Chiesa locale esce dalla guerra tra ferite e lacerazioni. Mentre alla base fervono iniziative di ogni genere, nascono gruppi, associazioni e comunità nello spirito della ricostruzione, ai vertici non si registra particolare vitalità se si prescinde dall’iniziativa del vescovo Geisler che, nell’agosto 1945, scrive al primo ministro britannico, facendosi portavoce del clero e della popolazione locale, per chiedere la riannessione del Sudtirolo all’Austria.
In questi anni si pongono invece le basi per una ridefinizione radicale delle circoscrizioni ecclesiastiche presenti in Alto Adige.
Joseph Gargitter[1] viene nominato vescovo di Bressanone nel 1952.
Il suo episcopato rappresenta sicuramente una svolta: innanzitutto una rottura col passato e quindi una spinta decisa verso un tipo di atteggiamento pastorale indipendente da ogni schieramento politico, ma proprio per questo più efficace anche nel contribuire alla soluzione dei problemi politici e istituzionali della società altoatesina.
La nomina, nel 1956, di Heinrich Forer[2] a vescovo ausiliare di Trento con sede a Bolzano sembra rappresentare un segnale della maturità dei tempi per un cambiamento dei confini diocesani.
In realtà la nomina dell’ausiliare si rivela un episodio isolato, che suscita molte aspettative di segno diverso, ma non approda a cambiamenti significativi. Mons. Forer si limita ad esercitare la funzione di vescovo ausiliare, cooperando con l’arcivescovo in Alto Adige e, in parte, anche in Trentino.
L’occasione propizia per riesaminare la questione dei confini tra le diocesi viene nel 1958, con la salita al soglio pontificio di papa Giovanni XXIII.

Subito dopo la nomina il vescovo Gargitter si reca dal papa in udienza privata, ed in quell’occasione gli espone i motivi di carattere pastorale che consigliano di riunire l’Alto Adige in un’unica’diocesi[3].
Da quel giorno del 1958 fino all’agosto del 1964, si compie il percorso che porterà alla nascita della diocesi di Bolzano-Bressanone.
Ma mentre le proposte del vescovo riposano in qualche cassetto vaticano, la situazione in Alto Adige volge al peggio. Dopo le prime proteste del gruppo di lingua tedesca contro l’applicazione dello statuto di autonomia, dopo l’adunata di Castelfirmiano (1957), nel 1959 la delegazione SVP in consiglio regionale passa all’opposizione contestando l’impostazione “trentocentrica” assunta dall’autonomia.
Il vescovo brissinese intanto diviene sempre più una delle personalità altoatesine più significative (ascoltate ma anche contrastate) e lui stesso, anche nella sua azione pastorale, pur guardandosi bene dall’apparire invadente, si comporta come se fosse il pastore per tutta la provincia, come dimostra, ad esempio, la sua lettera pastorale del 1960, intitolata “Esigenze cristiane dell’ordine sociale in Alto Adige”.
Essa è senz’altro il manifesto che riassume la posizione della Chiesa nei confronti del problema altoatesino:
“Ci troviamo nelle condizioni di vivere in un paese di confine, nel quale una minoranza etnica è incorporata in uno stato di diversa nazionalità, per cui si presenta la necessità che i due gruppi etnici, eterogenei per lingua e tradizioni, pratichino una convivenza ordinata e pacifica”. Così comincia la lettera del vescovo Gargitter che subito enuncia due principi: la necessità della conoscenza del pensiero sociale della Chiesa e il bisogno di “un atteggiamento ispirato alla legge morale e alla carità cristiana” nell’affrontare il problema. Il documento ribadisce in modo inequivocabile il “diritto e dovere di ogni popolo etnicamente qualificato di difendersi, proteggere e curare il proprio patrimonio tradizionale formatosi nel divenire dei tempi. Di questo patrimonio fanno parte la propria lingua, civiltà, gli usi e costumi, lo sviluppo delle proprie forme di vita, l’indispensabile spazio vitale e i presupposti che condizionano la continuità della propria esistenza”.
Sono gli anni delle bombe, della crisi del primo Statuto di autonomia, dei ricorsi internazionali. Ma il vescovo non ne fa una questione di leggi e trattati: “Non occorrono patti e trattati per assicurare la tutela di questi beni perché essi precedono ogni contratto e non possono essere né concessi né tolti da nessun accordo umano”.
Dopo aver sottolineato con energia i diritti delle minoranze, il vescovo, con altrettanta chiarezza, delinea il loro rapporto con lo Stato: “Lo Stato pure deve adempiere una insostituibile missione in funzione dell’uomo, e gli vanno riconosciute competenze e diritti indispensabili per realizzare i suoi fini”. Tra le altre cose lo Stato “deve assumersi una funzione tutelatrice e ausiliaria anche delle comunità minori…” Lo stile di uno Stato, concetto attualissimo, deve essere quello della sussidiarietà, cioè esso non deve invadere il campo di competenza degli enti minori.
Continua il vescovo: “Non possiamo però tralasciare di ricordare che anche i singoli cittadini di uno stato, come pure le collettività di minoranza etnica comprese entro i confini di uno Stato, sono obbligati a dei doveri verso lo Stato. Se per lo Stato vale il principio della sussidiarietà, per loro vale quello della solidarietà … Tutti sono investiti di responsabilità e sono impegnati nei confronti dello Stato, il singolo, la famiglia, il comune, i gruppi etnici, e nessuno può evadere dalla comunità dello Stato”.
Parole chiare per tutti, dunque, anche quando si parla dell’uso della violenza: “Devo insistere presso tutti i cattolici della diocesi e in modo particolare presso i giovani, non essere lecito a nessun cristiano di entrare a far parte di movimenti di azione che intendono far uso di illeciti mezzi di violenza”.
Contro i metodi violenti il vescovo ritorna anche nei suoi successivi interventi. Nel 1961, con una breve lettera pastorale “…per una soluzione pacifica e giusta del problema altoatesino”[4], interviene in seguito a presunti maltrattamenti subiti in carcere dalle persone accusate di aver attuato alcuni attentati. Energico anche l’intervento del gennaio 1962, presso le autorità competenti, in seguito alla notizia della morte di due detenuti politici avvenuta nel carcere di Bolzano[5].
Condanna della violenza anche nel 1963, in una lettera[6] firmata insieme all’arcivescovo Gottardi di Trento in cui si riafferma “l’assoluto dovere, impegnante gravemente ogni retta coscienza, di escludere nella convivenza civile ogni ricorso alla violenza”.
Dunque sussidiarietà, rispetto delle minoranze, solidarietà e nonviolenza: concetti quanto mai presenti nel pensiero sociale di una Chiesa che si prepara a celebrare il grande concilio ecumenico Vaticano II.
Ma facciamo ancora un piccolo passo indietro. All’inizio del febbraio 1961, mentre si trova a Roma per la preparazione del Concilio, il vescovo Gargitter viene convocato dal papa che gli comunica la decisione di nominarlo amministratore apostolico di Trento. Mons. de Ferrari non ha dato le dimissioni, ma l’avanzare della malattia gli impedisce ormai di reggere la diocesi di S. Vigilio. I motivi di questa scelta sono molteplici non ultimo quello della confusa situazione trentina in campo politico ed ecclesiastico.
Perché proprio mons. Gargitter e non un altro? Forse alcune circostanze di quei mesi possono contribuire a spiegare meglio questa scelta. Le elenchiamo brevemente: la gestione della Regione, come si è detto, attraversa un periodo di pesante crisi; la questione altoatesina è in discussione di fronte all’ONU; l’Italia ha appena vissuto l’esperienza dei governi (prima Segni, nel 1959, e poi Tambroni, nel 1960) appoggiati direttamente o esternamente dal MSI, ed ora, con Fanfani, proprio nel febbraio 1961, parte timidamente l’esperienza del centro-sinistra; nei mesi successivi, l’11 giugno 1961, ci sarà la famosa “notte dei fuochi” e, il 1° settembre 1961, l’insediamento della commissione dei Diciannove, incaricata di elaborare la nuova autonomia. Tutti fatti indipendenti, ma probabilmente non del tutto estranei alla nomina dell’amministratore apostolico. Si tratta in un certo senso di un periodo di “commissariamento”, laddove mons. Gargitter agisce come persona di fiducia del papa.
È ovvio che la nomina del vescovo Gargitter non viene accolta da tutti con favore. Solo dopo le tardive dimissioni e la morte di mons. de Ferrari (dicembre 1962) Giovanni XXXIII procederà alla nomina di mons. Alessandro Maria Gottardi[7] (febbraio 1963), anche in questo caso un uomo di fiducia del papa.
Tra alterne vicende Joseph Gargitter e Alessandro Maria Gottardi, nel corso degli anni 1963 e 1964, terranno i contatti con le competenti sedi vaticane e governative, fino a giungere alla tanto auspicata revisione dei confini tra le due diocesi.
[1] Joseph Gargitter. Nato a Luson (BZ) il 27 gennaio 1917, è ordinato sacerdote a Roma il 25 ottobre 1942. Il 26 aprile 1952 è nominato vescovo di Bressanone (consacrato il 18 maggio 1952). Dal 10 febbraio 1961 al 1° maggio 1963 è anche amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Trento. Dal 1° settembre 1964 al 31 agosto 1986 è vescovo della diocesi di Bolzano-Bressanone. Si ritira nel 1986 per motivi di salute e muore il 17 luglio 1991.
[2] Heinrich Forer. Nato a Campo Tures (BZ) il 2 novembre 1913, ordinato sacerdote il 10 luglio 1938, nominato vescovo ausiliare di Trento con sede a Bolzano l’11 febbraio 1956, consacrato vescovo l’8 aprile 1956, nominato vescovo ausiliare di Bolzano-Bressanone il 1° settembre 1964, emerito dal 2 gennaio 1989. Muore a Bolzano il 5 ottobre 1997.
[3] Cfr. p. 208, Karl Wolfsgruber, Die kirchliche Einigung Südtirols, Der Schlern 61, 203-219, Bolzano 1987.
[4] Cfr. “Brixner Diözesanblatt” 105(1961), 55-57.
[5] Cfr. “Vita e Lavoro” n. 1 gennaio 1962.
[6] Cfr. “Brixner Diözesanblatt” 107(1963), 52-54.
[7] Alessandro Maria Gottardi. Nato a Venezia il 30 aprile 1912, ordinato sacerdote il 1° luglio 1934. Nominato arcivescovo di Trento il 12 febbraio 1963, consacrato a Venezia il 24 marzo 1963. Metropolita della provincia ecclesiastica Tridentina dal 1° settembre 1964. Si dimette per raggiunti limiti di età alla fine del 1987.