I grandi interventi di sviluppo urbanistico tra le due guerre sono limitati in gran parte alla città di Bolzano. Il resto della provincia non conosce forti elementi di cambiamento se non sotto gli aspetti politico e culturale, entro i quali si concentra l’opera di italianizzazione e di fascistizzazione esercitata dal regime.
La città di Bressanone, ad esempio, non ha una sorte molto diversa da quella di molti altri centri. La sua amministrazione passa per fasi turbolente finché non si impongono i primi podestà. Come spesso accade se ne susseguono parecchi e qualcuno di loro lascia anche un segno positivo.
Nel 1928 il territorio cittadino è ingrandito in seguito all’aggregazione dei comuni limitrofi. Le realizzazioni di regime in questa città si limiteranno ad alcuni complessi pubblici ed all’edilizia popolare destinata ai in particolare ferrovieri.
L’identità di Bressanone è da sempre legata al vescovo e lo resta anche nel corso degli anni Trenta. La città infatti è sede dell’omonima diocesi la quale, in seguito all’esito della guerra, è rimasta di fatto amputata dei territori posti oltre Brennero. Essa, dopo mons. Franz Egger, è governata dal vescovo Johannes Raffl. Alla sua morte, nel 1927, amministra provvisoriamente la diocesi mons. Josef Mutschlechner, sacerdote particolarmente inviso al regime, fino alla definitiva nomina di mons. Johannes Geisler. Si occupa della cura d’anime degli italiani don Giuseppe Franco. Grazie al concordato del 1929, la Chiesa e le sue associazioni godono di fronte al regime di un certo grado di autonomia. Per certi aspetti, non ultimo quello linguistico, la Chiesa altoatesina rimane una zona franca.

Neppure il volto di Merano viene particolarmente stravolto tra le due guerre. Anche in questo caso c’è l’aggregazione dei comuni della conca. La città è a lungo amministrata (fino al 1935) dal sindaco e poi podestà Maximilian Markart, che sa conservarne la vocazione turistica internazionale. Gli interventi pubblici saranno tesi per lo più a sviluppare le strutture esistenti, come nel caso dell’ampliamento dell’ippodromo di Maia, o a dare attuazione ad antiche aspirazioni, come negli studi per la realizzazione della città termale. Se si prescinde dal caso di Sinigo, la frazione meridionale sorta attorno alla bonifica e alla fabbrica della Montecatini, gli investimenti per l’edilizia popolare saranno spesso tardivi e comunque non inquadrabili in un progetto di promozione dell’immigrazione.
In ogni caso né Merano né Bressanone né altri centri conosceranno lo sviluppo demografico abnorme del capoluogo.
Da: P. Valente, F. de Battaglia, Trentino Alto Adige. La nostra storia. Nomi fatti e volti di un territorio e del suo giornale. 2 volumi. SETA, Bolzano 2005,