4 – Chiesa e fascismo

Fin dalla presa di potere del regime fascista, questo trova nella Chiesa locale una notevole resistenza, sia a Bressanone che a Trento, rispetto a tutte le iniziative volte alla snazionalizzazione della popolazione di lingua tedesca[1]. Poiché a partire dal 1923 tutte le scuole devono gradualmente adottare la lingua di insegnamento italiana, il clero da subito si oppone a che la religione sia insegnata in italiano. Dopo anni di rimostranze nei confronti delle autorità locali, di quelle nazionali e della S. Sede, nel 1928 vengono istituite sia nella diocesi di Bressanone che in quella di Trento le scuole di religione parrocchiali. In tal modo l’insegnamento della religione è dato al di fuori della scuola statale ed in lingua tedesca. Sacerdoti sono anche coinvolti nella creazione di una rete di scuole clandestine (la “Katakombenschule”) per i bambini di lingua tedesca, tenute segretamente da insegnanti formati a tale scopo in tutto l’Alto Adige.

Scuola delle catacombe

È determinante l’intervento della Chiesa anche per garantire la pubblicazione di alcune testate in lingua tedesca. Dal 1927 inoltre si pubblicano i due settimanali diocesani “Katholisches Sonntagsblatt” per Bressanone e “Vita Trentina” per Trento, entrambi su posizioni di resistenza, sia pure non esplicita, al regime.

Un braccio di ferro tra Chiesa e Governo si ha anche per la successione del vescovo di Bressanone, dopo la morte di mons. Johannes Raffl, nel luglio del 1927. Il governo fascista preme per la nomina di un vescovo di lingua italiana, proveniente dalle “vecchie province”, ma la S. Sede respinge la proposta e, provvisoriamente, nomina un amministratore apostolico nella persona di Josef Mutschlechner[2] (13 ottobre 1928), già vicario capitolare, inviso al regime per il suo impegno in favore della minoranza tedesca.

Nel febbraio del 1929 la firma del Concordato tra il regno d’Italia e la S. Sede segna alcuni punti a favore della minoranza tedesca. Con esso si riconosce la legittimità dell’insegnamento della religione in tedesco nelle parrocchie, nonché la formazione dei sacerdoti nella propria madrelingua. I seminari diocesani infatti, anche quelli minori di Bressanone e Tirolo, saranno le uniche scuole a poter mantenere l’insegnamento in lingua tedesca. Il Concordato infine prevede che i vescovi possano essere anche di altra madrelingua, pur garantendo la conoscenza della lingua italiana, spianando così la strada alla nomina di mons. Geisler[3] a vescovo di Bressanone, personaggio i cui rapporti con le autorità fasciste saranno spesso al limite della rottura.

Come nel resto del Paese, anche in Alto Adige il regime tenta di eliminare ogni tipo di vita associativa. Rimangono salvaguardati solo i gruppi che fanno riferimento all’Azione cattolica.

I tentativi di snazionalizzazione si hanno anche rispetto agli ordini religiosi. Alcuni di essi, appartenenti a congregazioni con sede oltre confine, vengono sostituiti da religiosi di lingua italiana. Altri sono costretti a chiudere le proprie scuole.

A Trento, che dal 1929 è stata elevata ad “arcidiocesi”, il cambio della guardia lo si ha nel 1941, dopo la morte di mons. Endrici. Viene nominato arcivescovo Carlo de Ferrari[4]. Anche in questo caso si tratta di una soluzione di compromesso: un personaggio non inviso al regime, non particolarmente ferrato nelle questioni politiche, proiettato soprattutto nel campo della pastorale. Il papa, si saprà poi, è convinto di aver nominato un vescovo bilingue. Le cose non stanno così e questo è un elemento che contribuisce ulteriormente a fare sì che la parte altoatesina della diocesi imbocchi la strada di una sempre maggiore autonomia.


[1] Sui rapporti tra Chiesa locale e Governo durante il periodo fascista vedi: Josef Gelmi, La Chiesa e la questione etnica in Alto Adige nella storia recente, in: “Rivista di storia della Chiesa in Italia”, Herder editrice e libreria, Roma 1981; Sergio Benvenuti, La Chiesa trentina e la questione nazionale 1848-1918, ed. Pubbl. Mus. Ris., Trento 1987.

[2] Josef Mutschlechner. Nato a Mulini di Tures (BZ) nel 1876, ordinato sacerdote nel 1900. Dopo la creazione del confine del Brennero amministra la parte settentrionale della diocesi di Bressanone. Nel 1927, dopo la morte del vescovo Raffl, è nominato vicario capitolare e dal 1928 al 1930 amministratore apostolico. Non diventa vescovo di Bressanone perché inviso al regime fascista a causa delle posizioni assunte in difesa del gruppo di lingua tedesca. Muore nel 1939, come prevosto del Duomo di Bressanone.

[3] Johannes Geisler. Nato in Austria, nella valle dello Ziller, nel 1882, ordinato sacerdote a Roma nel 1910, vescovo di Bressanone dal 1930 al 1952, anno della sua morte. È l’ultimo “principe vescovo” di Bressanone.

[4] Carlo de Ferrari. Nato a Montechiaro in val Venosta (BZ) il 2 ottobre 1885, ordinato sacerdote a Verona, l’8 agosto 1909, stimmatino, nel 1935 è nominato vescovo di Carpi ed il 12 aprile1941 arcivescovo di Trento. Nel 1961, per motivi di salute, viene collocato a riposo. Joseph Gargitter assume l’incarico di amministratore apostolico. Muore il 14 dicembre del 1962.