30 aprile 1945

Questo intervento è stato sviluppato per un incontro tenutosi il 28 aprile del 2017 nel Teatro Puccini di Merano, assieme a Hannes Obermair. Una ricostruzione completa dei fatti del 30 aprile 1945 si trova nel volume Porto di Mare. Frammenti dell’anima multiculturale di una piccola città europea. Italiani (e molti altri) a Merano tra esodi, deportazioni e guerre (1934-1953), TEMI, Trento 2005.

Sono passati 72 anni dalla strage del 30 aprile 1945. Non vogliamo entrare oggi nei dettagli di quella vicenda, ma farci interrogare da essa. Vogliamo tornare a casa con alcune domande aperte.

Due lapidi

Partiamo da due iscrizioni. Una fa riferimento alla deportazione degli ebrei nel settembre 1943 e si trova in via O. Huber. L’altra è la lapide sulla facciata del Teatro che ricorda i fatti degli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale. Tra settembre 1943 e aprile-maggio 1945 si dipanano i mesi più critici, per Merano e non solo, di tutta la guerra, nell’ambito della Zona di operazioni delle Prealpi.

Fatti gravi nella Merano occupata

Tra l’8 settembre 1943 e i primi di maggio 1945 Merano assiste ad alcuni eventi gravi e luttuosi. Facciamone un breve elenco:

  • Tra l’8 e l’11 settembre 1943: arresto e deportazione nei campi di prigionia dei militari italiani.
  • Tra il 12 e il 16 settembre 1943 (ma anche dopo): arresto e deportazione nei campi di sterminio degli ebrei meranesi rimasti in città.
  • Estate 1944: creazione del sottocampo del lager di Bolzano presso le caserme di Maia Bassa.
  • Il 4 aprile 1945: bombardamento della fabbrica di Sinigo (7 morti).
  • Il 30 aprile 1945: la strage di fine guerra.

Strani messaggi e parziale disinformazione

Oggi si parla spesso di “fake news” e di “post-verità” per descrivere una società in cui l’apparenza conta più della sostanza, in cui le notizie vengono ritenute vere sulla base di fattori emotivi e sensazioni, anziché avendone verificato la veridicità o la corrispondenza a fatti reali.

A ben guardare anche le nostre due iscrizioni non dicono tutta la verità. Oppure la dicono in modo strano. La lapide di via Huber parla di “vittime innocenti” e di “sfortunati martiri”, ma non dice che si è trattato di cittadini ebrei. La lapide di piazza Teatro elenca i nomi di dieci vittime. Ma i morti della strage del 30 aprile furono otto, non dieci.

Di fronte ai messaggi che riceviamo, anche quelli che arrivano dal passato, dobbiamo sempre porci delle domande. E se necessario metterci alla ricerca della verità.

Il contesto storico

Sintetizziamo la situazione generale.

  • L’Italia è in guerra dal 10 giugno 1940.
  • Dal 1922 nel Paese si è sviluppato un regime autoritario e la dittatura.
  • Il governo fascista ha oppresso tutte le minoranze, tra queste le minoranze linguistiche.
  • La guerra è uno dei frutti dell’alleanza tra Adolf Hitler e Benito Mussolini.
  • Merano, durante la guerra, si trasforma in centro ospedaliero: gli alberghi sono adibiti a ospedali militari.
  • Nel luglio 1943 cade Mussolini e all’inizio di settembre viene firmato l’armistizio.
  • Le truppe di Hitler occupano l’Italia centro-settentrionale. L’Alto Adige entra a far parte della Zona di Operazioni delle Prealpi, mentre Mussolini viene liberato e messo a capo della Repubblica Sociale Italiana.

Resistenze

Tra 1944 e 1945 si sviluppano, sia pure a fatica, forme di resistenza (sia tra i cittadini di lingua tedesca che di lingua italiana) e si creano i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN). Questo avviene anche a Merano, negli ultimi mesi di guerra. Gruppi di persone di vario orientamento raccolgono armi e si preparano per il giorno della fine della guerra, nell’intento di raccogliere il governo della città, garantire l’ordine pubblico, evitare eventuali distruzioni.

Il CLN provinciale di Bolzano (presieduto Manlio Longon) viene decapitato alla fine del 1944. Nelle ultime settimane di guerra Bruno de Angelis (industriale milanese che ha la famiglia e molti contatti a Merano) viene incaricato di riorganizzare il CLN a Bolzano e di seguire la situazione anche a Merano.

De Angelis prende contatti con alcuni esponenti dei comandi tedeschi per favorire il passaggio di consegne del territorio, nell’ambito della più ampia operazione Sunrise (resa separata delle forze tedesche in Norditalia).

In questo contesto si inseriscono i fatti del 30 aprile a Merano. Alcune date ancora vanno tenute presenti. Il 25 aprile cominciano le sollevazioni nelle città del Norditalia. Il 28 aprile Mussolini viene catturato e fucilato. Il 29 aprile a Caserta i vertici dell’esercito tedesco in Italia firmano la resa, che però entrerà in vigore solo il 2 maggio. Il 30 aprile infine a Berlino Hitler si suicida (ma la notizia arriverà solo quando sarà troppo tardi).

Che cosa accade a Merano il 30 aprile 1945?

È l’alba del 30 aprile. La mattina presto Bruno de Angelis (come emerge da una relazione di qualche giorno dopo) dà alla polizia l’ordine…

“di occupare immediatamente i locali del Municipio di Merano dove la gendarmeria principale germanica non avrebbe opposta alcuna resistenza perché egli nella qualità di Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alto Adige, aveva già trattato con gli Alleati e con la Germania ed aveva già ottenuto categoricamente assicurazione che i tedeschi avrebbero subito deposto le armi”.

Nel corpo di guardia della gendarmeria si trovano cinque o sei uomini i quali, come previsto, depongono le armi senza opporre resistenza. Ai poliziotti si aggiungono i vigili urbani che nei mesi dell’occupazione erano stati ridotti a mansioni d’ufficio.

Ma poco dopo arriva un gruppo di militari germanici armati di mitra e di bombe a mano. Essi disarmano subito i poliziotti e i vigili ed esplodono alcuni colpi andati a vuoto. In un primo tempo sembra che i rivoltosi debbano essere fucilati, ma poi vengono rinchiusi nel Municipio. Sono un paio di dozzine di persone.

Mancanza di comunicazione

Il CLN di Merano è all’oscuro di questa azione. Ora però ai gruppi di resistenti pare arrivata l’ora di prendere in mano la situazione. Sono pronti a uscire in piazza, ma aspettano e chiedono ordini. La città infatti è ancora piena di migliaia di militari germanici.

A questo punto si tiene una concitata riunione a casa di de Angelis, a Maia Alta. Alla fine si decide di evitare qualsiasi intervento armato e di sfilare in modo pacifico per le strade. La manifestazione pacifica non è dunque l’inizio di una sollevazione, ma è la soluzione escogitata per evitarla.

Pochi capiscono che cosa sta succedendo. In particolare ciò vale per i molti militari germanici che si trovano negli ospedali cittadini e anche per qualche meranese filonazista che partecipa alla repressione (e che sarà poi condannato al processo).

Per questo, e non per una reazione organizzata, si arriva a sparare sulla folla, in piazza Teatro, e all’arresto e alla fucilazione di alcuni manifestanti, all’altezza dell’attuale via 30 aprile. Se ci fosse stata una reazione organizzata, i morti (o gli arrestati) sarebbero stati probabilmente molti di più.

Più che da un piano preciso gli eventi sono governati dunque da una buona dose di cattiva comunicazione, di improvvisazione e di errata valutazione della situazione.

Riassumiamo la sequenza di fatti e circostanze.

  • Siamo alla fine della guerra e la gente lo sa.
  • Le truppe germaniche dell’alta Italia sono in ritirata.
  • De Angelis ordina l’ispezione del municipio la quale, dato l’atteggiamento inizialmente remissivo del corpo di guardia, evolve in “occupazione”, anche per l’intervento dei vigili urbani.
  • I gendarmi del Comune depongono le armi senza opporre resistenza ma poi l’azione fallisce per l’arrivo dei rinforzi.
  • Gli altri patrioti sono pronti a nuovi interventi, ma nell’alternativa tra insurrezione armata e manifestazione pacifica, de Angelis e il CLN optano senz’altro per quest’ultima.
  • Dato il clima in città basta poco per radunare la folla.
  • Le armi rimangono nei depositi, mentre escono bracciali e bandiere.
  • I comandi germanici, che sanno dell’irruzione in municipio e temono l’insurrezione, reagiscono in modo violento e il tutto degenera tragicamente.
  • Una serie di equivoci e di leggerezze nati certamente dalle difficoltà di comunicazione: tra CLN e cittadinanza, tra CLN di Merano, de Angelis e le formazioni volontarie, tra gli stessi comandi militari tedeschi ormai privi di direttive coerenti.

Uno sbrigativo rapporto giornaliero germanico riassume:

“Nella zona dietro le linee a Merano ci fu un tentativo di sollevazione. La situazione fu in breve ristabilita”.

Sul terreno rimangono senza vita otto persone: il bambino Paolo Castagna, lo studente Orlando Comina, il cameriere Andrea D’Amico, l’elettricista Dino Ferrari, il commerciante Otello Neri, il contadino Luigi Trabacchi, il direttore didattico Benone Vivori ed il meccanico Luigi Zanini.
La lapide del Teatro riporta due nomi in più: Giulio Bertini viene ucciso a Sinigo il 1° maggio. A Denis Johnsson, ufficiale inglese, viene sparato in un albergo di Maia Alta e morirà all’ospedale. Nessuno dei due c’entra con la strage. Come mai i loro nomi siano stati riportati nell’iscrizione, rimane una questione aperta.

Molti anche i feriti. Tra questi ricordiamo oggi Pietro Lonardi, morto alcuni giorni fa all’età di 91 anni.

Don Guido

Voglio ora citare quanto accadde a un prete, don Guido Cadonna, allora rettore della chiesa di Santo Spirito. Questo la sua testimonianza (al processo che si tenne dopo la guerra):

“Verso le 12.30 del 30 aprile, trovan­domi in parrocchia, venni a sapere della sparatoria e dei morti e feriti. Presa la stola e l’olio santo mi avviai. Davanti al bar Vittoria giaceva il cadavere di Otello Neri al quale somministrai l’estrema unzione. Quindi proseguii. Giunto all’incrocio di via Volta rinvenni un secondo cadavere, non saprei di chi fosse. Non mi fu possi­bile adempiere al mio ufficio perché i soldati, appena mi scorsero, mi minaccia­rono con le armi. Poiché uno dei soldati mi fece segno di allontanarmi, ritornai sui miei passi, ma venni inseguito dai soldati e fermato. Piantandomi la pistola alla schiena mi obbligarono a ritornare al crocevia di via Volta mettendomi nel gruppo di coloro che erano stati fermati. Qui continuarono ad insultarmi con una quantità di contumelie delle quali compresi solo ‘porco partigiano’ e l’incita­mento all’uccisione. Da una giovane donna mi venne strap­pato il cappello che gettò con disprezzo al suolo. … Nel mentre mi trovavo nel gruppo dei fermati, approfittai per dare l’assoluzione alle vittime, furtivamente per non essere notato ed impedito. Mentre i soldati manifestando il loro intento di fucilarmi, staccandomi dal gruppo per addossarmi ad uno dei platani, sopraggiunse un appartenente alle SS il quale cercò di riportare alla calma i soldati. Mi avvicinai mostrandogli la stola e l’olio santo per fargli intendere la ragione della mia presenza. I soldati mi lasciarono andare, ma appena mi mossi altri soldati volevano riprendermi. Intervenne il soldato di prima il quale mi fece cenno di allontanarmi avvertendo i soldati che mi avrebbe condotto al comando. Davanti alla porta del comando mi lasciò andare dicendomi in italiano: ‘Ringrazi il Signore ché l’ha scampata bella’”.

Ho raccontato la storia di don Guido, per dire che il male non è una scelta obbligata nemmeno in guerra. Don Guido ha incontrano una persona che ha voluto “restare umana”. Ha fatto una scelta imprevista, nel senso del bene.

Questo vale anche nelle altre circostanze che abbiamo citato all’inizio.

Tra l’8 e l’11 settembre 1943 i militari italiani furono arrestati con la complicità di cittadini meranesi e delle valli. Ma molti riuscirono a mettersi in salvo grazie all’aiuto di cittadini meranesi o delle valli.

Tra il 12 e il 16 settembre 1943 gli ebrei meranesi furono arrestati con la complicità di cittadini meranesi. Ma altri, nei giorni e nei mesi precedenti, riuscirono a mettersi in salvo grazie all’aiuto di cittadini meranesi o di altre località e ritornarono in città dopo la guerra.

Scavalcare quel muro

Così avvenne anche per il sottocampo meranese del lager di Bolzano. Anche in questo caso il campo non è solo un luogo di barbarie e di miseria.

Il Comune, nel 2010, ha deciso di conservare un tratto del muro di cinta. Non certo per celebrare il lager, quanto per ricordare che qualcuno riuscì a scavalcare quel muro, a passare di là, a salvarsi la vita. I loro nomi: Ernesta e Albertina.

Oggi su quel tratto di muro è affissa una lapide che dice così:

“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la Seconda Guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse.

Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi”.

Freedom

In questi giorni dedicati alla Liberazione chiediamoci che cosa significa per noi oggi essere liberi.

I filosofi distinguono tra essere “liberi da”, “liberi di”, o “liberi per”…

Siamo chiamati a liberarci dalla disinformazione, quella casuale e quella voluta; dalle semplificazioni, che servono per mettere l’uno contro l’altro; dal qualunquismo, con cui si vuole a nascondere le ingiustizie; dall’individualismo esasperato, che fa comodo a chi crede così di poter negare la corresponsabilità, la necessità di farsi carico anche delle necessità degli altri e, in definitiva, la democrazia autentica.

Vogliamo essere liberi di partecipare con consapevolezza alla costruzione di una città per tutti; di assumerci le nostre responsabilità nell’ottica del bene comune; di accogliere le differenze che ci aiutano a capire chi siamo.