Riflessione di papa Leone nella Veglia di preghiera per la pace
“La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia”.
Mentre ovunque infuria la guerra o si dà la macabra illusione di false tregue, papa Leone risponde con parole di verità e con la preghiera che, sia chiaro, “non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte”.
È la sera di sabato 11 aprile 2026, anniversario della pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris. La basilica di San Pietro e la piazza sono gremite di donne e uomini che hanno risposto alla chiamata a una veglia (e all’impegno) per la pace, portando ognuno la sua briciola di fede.

“Pensieri, parole e opere infrangono”, dice Leone, “la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”.
Le parole di verità, nel mondo che irride la verità, sono “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”.
Di fronte a chi, blasfemo, invoca il nome di Dio della vita in relazione a discorsi di morte, papa Leone sa che “chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte”. E dunque: “Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita”.
Le parole di verità sono atti di verità: “Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra”.
È vero che “vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”.
Ma c’è, “non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole”.
Infatti “ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace” e la comunità cristiana “è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo”.
Parole che diventano vere nella vita quotidiana e nella testimonianza.
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