Partecipazione e advocacy. Le sfide

Quaderni di Italia Caritas – 1.4.2026

Intervista a Michele Nicoletti (Università degli studi di Trento) all’interno del Quaderno di Italia Caritas (n. 1/2026, 1° aprile 2026) dedicato al tema “Partecipazione e advocacy. Le sfide del presente”.

Prof. Nicoletti, quali sono oggi gli ambiti in cui è particolarmente richiesta la partecipazione dei cittadini (anche in quanto cristiani) e l’azione di advocacy delle organizzazioni cristiane e della Chiesa in generale?

Al primo posto metterei la tutela dei diritti delle persone. La difesa della dignità di ogni singolo essere umano a prescindere dalla sua età, dal suo genere, dalla sua provenienza, dalla sua fede religiosa. Ciò che oggi è minacciato è proprio questo rispetto per il valore infinito di ogni persona, per il suo mistero, per la sua libertà senza cui nulla di nuovo si può dare nella storia. Emerge, prepotente, una cultura della cosificazione delle persone: le persone ridotte a cose, da usare, da sfruttare, da eliminare per raggiungere più ricchezza, più piacere, più sicurezza. Non è un caso che sempre più osservatori internazionali parlino di “modern slavery”, ossia di schiavitù moderna per indicare le tante condizioni di degrado dell’umano a cose. Le invettive politiche contro l’immigrazione sono volte spesso alla giustificazione del trattamento degli immigrati come schiavi.

Michele Nicoletti alla Settimana sociale di Trieste, luglio 2024

E in più la guerra tratta le vite umane come realtà eliminabili. Cosificazione e nientificazione delle persone sono ciò contro cui dobbiamo reagire. Socialmente: denunciando le situazioni concrete di offesa della dignità umana. Culturalmente: rifiutando ogni concezione della vita che nega la dignità della singola persona. Politicamente: lottando contro legislazioni e provvedimenti che indeboliscono le tutele dei diritti umani.

Parliamo di partecipazione e advocacy, ma alla base di questo impegno ci sono le nostre democrazie che, dopo la stagione seguita al crollo del Muro di Berlino appaiono oggi in grave affanno. Qual è lo stato di salute (e la qualità) della democrazia nel nostro Paese e nel mondo?

Le democrazie sono in affanno. È sufficiente consultare qualche sito internazionale (come ad esempio v-dem.net) per verificare anno dopo anno il loro stato di salute. Non è solo una questione delle teorie democratiche che oggi appaiono meno avvincenti delle teorie autoritarie. È una questione anche di dinamiche economiche e politico-militari. Si è rotto il compromesso tra capitalismo e democrazia che ha caratterizzato lo sviluppo del Secondo dopoguerra con una certa distribuzione della ricchezza e una forte partecipazione sindacale e politica. Il capitalismo contemporaneo è caratterizzato da una formidabile concentrazione di ricchezze in poche mani che ha reso i sistemi politici assai più deboli e ha frantumato la società. Da parte loro le democrazie non sono state all’altezza della sfida e si sono spesso trasformate in organizzazioni di elites chiuse ed autoreferenziali anziché in strumenti efficaci di distribuzione della ricchezza prodotta da tutti, di tutela del lavoro e di promozione della sovranità popolare.

L’ultimo Rapporto CENSIS parla di «Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco». Quasi la metà degli italiani è convinta che il futuro non va nella direzione di un progresso. Il 38,7% pensa che oggi contino forza e aggressività, anziché legge e diritto. Il 29,7% pensa che, nel disordine del mondo attuale, i regimi autocratici siano più adatti delle democrazie a competere o sopravvivere. Siamo in un vicolo cieco?

No, non siamo in un vicolo cieco, ma in una dura stretta della storia. Non è una cosa nuova. Ogni singola conquista democratica è stata il frutto di dure lotte contro regimi autoritari e totalitari. Lo abbiamo dimenticato cullandoci nelle conquiste del Dopoguerra e pensando che la democrazia sarebbe stata un regime eterno che si riproduceva da solo. E invece la democrazia, come la pace, non è una condizione “naturale” della vita umana, è una costruzione umana che ha bisogno di volontà, impegno, donazione, ma ha anche bisogno di efficienza, di saper rispondere ai bisogni umani più elementari, dalla sopravvivenza alla sicurezza.

Come interroga la coscienza credente l’affermarsi di spinte autoritarie a livello mondiale, che insidiano il modello democratico? Quali sono le risposte possibili a livello sociale, educativo e culturale a cui le comunità cristiane sono chiamate?

Il cristianesimo è un grande e straordinario annuncio di libertà. Senza libertà non c’è amore vero. L’amore non si può imporre e per questo il Dio cristiano non impone la salvezza. Ha un rispetto sacro della libertà dell’uomo anche quando questa sbaglia e ha conseguenze devastanti. Penso al peccato di Adamo o alla morte di Gesù in croce. La coscienza credente dovrebbe coltivare questo rispetto divino della libertà umana e mostrare che il fascino dell’autoritarismo è falso e apparente.

Nessuna autorità umana può sostituirsi a noi nella decisione fondamentale sul senso della nostra vita. Guardini ha detto bene che la coscienza credente è il «sabotatore originario» di ogni totalitarismo. I regimi autoritari sono seducenti perché danno l’impressione di risolvere per noi tutti i problemi e così ci sentiamo sgravati e alleggeriti dalle nostre responsabilità.

Talvolta, come il fascismo negli anni Venti e Trenta, si accompagnava questa seduzione con nobili ideali di sacrificio della vita personale per la comunità, intesa come “Nazione”. Le leggi razziali e la guerra di aggressione sono state l’esito di questa strategia di seduzione che ha portato il popolo al macello. Non dobbiamo stancarci di coltivare la libertà della coscienza credente e la fatica del pensare con la propria testa.

In che modo l’individualismo, la cultura dello scarto e il pensiero neoliberista stanno minando la coesione sociale e il senso di comunità?

Insisto. Non è solo un problema culturale, è un problema anche di strutture materiali della società ossia di sviluppo economico e sociale. Le tradizionali culture solidaristiche avevano delle precise basi materiali nel modo di lavorare e di vivere delle società del passato. Queste basi materiali sono state oggi in parte polverizzate. Pensiamo al mondo del lavoro e alle sue trasformazioni in lavoro frammentato, precario, delocalizzato. Non è facile far crescere una solidarietà quando fisicamente non si lavora più nello stesso posto e non si condivide più la stessa condizione di lavoro. Quindi le culture e le mentalità contano, ma contano anche le condizioni materiali. Le guerre a cui oggi assistiamo non sono solo il frutto di mentalità, ma anche di logiche di sviluppo economico che perseguono continue “conquiste” di nuovi spazi (terrestri e aerei) come luoghi di reperimento di risorse (materie prime, fonti energetiche) e come fette di mercato.

Si tratta di dinamiche così grandi e complesse da farci sentire piccoli e impotenti, ma è essenziale averne consapevolezza e magari attivare forme di resistenza o di azione per mantenere o creare luoghi (fisici e spirituali) capaci di sottrarsi alla grande colonizzazione. E quanti poi stanno dentro le istituzioni devono lavorare per contenere la logica della predazione e rafforzare la capacità delle leggi e delle istituzioni di salvaguardare i beni umani da questa logica. Ma non lo possono fare da soli. Hanno bisogno di mobilitazione delle energie della società.

Papa Leone: «Preoccupa la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Come i singoli cittadini, le formazioni sociali, le nostre comunità possono agire per lo sviluppo di relazioni internazionali fondate sul diritto e sul dialogo, anziché sulla forza e sui nazionalismi?

In primo luogo bisogna riaprire un orizzonte di speranza nel futuro. Nella vita eterna prima di tutto, che mi pare un po’ dimenticata. E poi nella storia futura dell’umanità che comunque è il luogo anche della Provvidenza e non solo del maligno. Se continuiamo a raccontarci che il mondo va in rovina, che la nave sta affondando, non è facile mettersi a remare, ognuno cercherà di salvarsi da solo. Quando il Paese più potente del mondo si è messo un cappello sulla testa con la scritta “America first”, il messaggio che ha dato è questo: la nave affonda, noi prima cercheremo di salvare gli americani. Ma il mondo è più grande e la storia non è stata creata per finire in un nulla. Ci saranno da affrontare le sfide dell’Apocalisse, la storia non ci lascerà sempre seduti comodi sul divano, e dovremo combattere con tutte le nostre forze spirituali, ma non siamo in vicolo cieco. C’è luce in fondo. Ci sono crepe nel muro. La morte è stata vinta e possiamo anche noi dire “dov’è il tuo pungiglione?”. Ma per contrapporsi alla forza dell’egoismo e delle armi, abbiamo bisogno di forza. Martin Luther King parlava di “forza” dell’amore. Gandhi parlava di “forza” della nonviolenza. Per secoli i cristiani hanno coltivato la virtù della “fortezza”. Ossia coraggio, schiena dritta, sguardo verso l’alto. Di fronte all’ingiustizia non ci si può limitare a qualche generica esortazione. Bisogna fare altrimenti. Soprattutto i credenti che hanno una vocazione universale e una comunità come la Chiesa, che abbraccia tutto il mondo, devono moltiplicare il loro internazionalismo. Penso ai credenti europei: dovrebbero fare tutto ciò che fanno in modo coordinato a livello europeo: la carità, la formazione, l’advocacy. L’Europa ha alle spalle una formidabile eredità comune di tradizioni cristiane, di monasteri, di comunità accoglienti, di luoghi di studio e formazione. Bisogna coordinarli e mobilitarli.

La povertà non è solo mancanza di beni, ma anche esclusione dal processo decisionale: quali strumenti per contrastare la cultura dello scarto che la genera?

Bisogna lavorare sulla soggettività delle persone, sul loro protagonismo, sulla loro capacità di prendersi cura di sé e degli altri, e sulla loro sovranità. Rispettare la dignità delle persone vuole dire non solo renderle “oggetto” delle nostre cure, ma “soggetto” della loro e nostra liberazione. Questa è la radice della democrazia, la sovranità di ogni persona. E questo è ciò di cui le persone soffrono. Si sentono spossessate del loro stesso sé. Hanno paura di perdere loro stesse e di essere portate via da qualcun altro, la guerra, la finanza, gli immigrati, l’intelligenza artificiale e chissà che altro. Non bisogna rispondere a queste paure con un nuovo paternalismo, ma con strategie di empowerment, di scoperta del proprio Sé, di gelosa custodia della propria interiorità, di valorizzazione delle proprie energie e creatività. Chi crede nella forza dello Spirito non può essere paternalista: deve aprire brecce nelle corazze e coltivare la vita che continuamente torna a fiorire.

Come ricostruire legami sociali e politici in una società frammentata?

Bisogna tornare a voler bene agli umani. Va bene l’amore per gli animali e per le piante. Ma siamo anche noi piante e animali. Siamo curvi sui nostri dispositivi elettronici. Ore di treno o metropolitana o autobus senza più parole tra le persone. E quando ci si parla, spesso è solo lamento. I legami sociali e politici sono legati a interessi comuni, condizioni comuni, passioni comuni. È importante riscoprire e far riscoprire che mettendosi assieme sul lavoro, nella scuola, nella città, si riesce a risolvere meglio qualche piccolo problema. Si ha più forza. Ci si fa coraggio e si conta di più. Un tempo era naturale organizzarsi quando si aveva un problema oppure rivolgersi a un’organizzazione. Oggi spesso le organizzazioni non esistono o sono indebolite e rattrappite. Così in molti non hanno più esperienza del fatto che associandosi si acquista più forza e si ha più possibilità di cambiare qualche piccola cosa. Questa esperienza del ricreare legami sociali e politici a partire da problemi concreti potrebbe servire a riprodurre una nuova socievolezza e a trasformare in meglio le condizioni di vita. Le comunità esistenti dovrebbero aprirsi ai nuovi bisogni, ma i nuovi bisogni potrebbero anche produrre nuove comunità. La partecipazione deve sempre essere anche una esperienza di potere, in senso buono. Non si può invocare la partecipazione delle persone e poi non dare a loro nessun potere. La disaffezione attuale nei confronti della partecipazione è anche legata al senso di impotenza, non è solo legata all’indifferenza nei confronti degli altri. Fare esperienza che mettendosi assieme si “possono” fare delle cose che da soli non potremmo fare è il modo per ricostruire legami significativi.

(intervista di Paolo Valente)

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