Tra il silenzio dei media e il racconto del reale: Paolo Valente (Caritas) analizza il paradosso di un’Italia povera che non trova spazio nell’informazione e la sfida di comunicare la fragilità oltre gli slogan
Interris.it – Francesco Vitale – 20.2.2026
C’è una distanza, quasi un abisso, tra ciò che accade nelle strade italiane e ciò che appare nelle scalette dei nostri telegiornali. Se da un lato i dati Istat fotografano una realtà cruda — con quasi un italiano su dieci che vive in condizione di povertà assoluta — dall’altro l’informazione sembra voltarsi dall’altra parte, confinando il tema a un misero 2% della copertura complessiva. Ma il problema non è solo una questione di minuti o di centimetri di carta. Paolo Valente, vicedirettore di Caritas Italiana, accende a Interris.it un faro sulla “povertà dell’informazione”: una narrazione spesso piatta e unidimensionale che finisce per tradire la complessità di un fenomeno che tocca la dignità umana. Non è solo un dibattito per addetti ai lavori: raccontare male la povertà significa privare chi decide degli strumenti per combatterla e, in ultima analisi, lasciare chi soffre ancora più solo. Dalla necessità di dati più accurati forniti dal Terzo Settore, fino all’urgenza di una nuova “alfabetizzazione” per orientarsi nel caos dei social, Valente ci guida in una riflessione profonda sul ruolo del giornalismo come missione civile e sulla responsabilità di noi lettori. Perché in un mondo iper-connesso, il rischio più grande resta quello di restare ciechi di fronte alle fragilità del vicino di casa.

L’Intervista
Paolo Valente, partiamo dai dati. L’Osservatorio di Pavia ci restituisce una fotografia impietosa del rapporto tra media e povertà. Qual è lo “stato dell’arte” oggi?
“C’è uno scarto notevole, quasi paradossale. I dati Istat ci dicono che i poveri assoluti sono ormai il 10% della popolazione italiana, eppure i telegiornali dedicano al tema appena il 2% delle notizie. La presenza della povertà nell’informazione è decisamente scarsa, ma il problema non è solo quantitativo, è soprattutto qualitativo. Spesso ci troviamo di fronte a una “povertà dell’informazione”: si offre una visione unidimensionale di un fenomeno che invece è complesso e multidimensionale. Descrivendo solo una faccia della medaglia, finiamo per descrivere qualcosa che, nei fatti, non esiste”.
Questa narrazione parziale ha delle conseguenze concrete sulla vita delle persone in difficoltà?
“Certamente. Se non riusciamo a descrivere correttamente il fenomeno, rischiamo di aumentare la povertà dei poveri. Una cattiva informazione danneggia i lettori, ma colpisce soprattutto chi deve prendere decisioni politiche e sociali per affrontare il tema. Senza dati corretti e visioni complete, gli interventi saranno inefficaci. È una responsabilità che investe anche noi del mondo della comunicazione sociale: dobbiamo fare autocritica se non riusciamo a far passare la complessità del reale”.
Come possono Caritas e il mondo dei media lavorare insieme per costruire una comunicazione che sia corretta e rispettosa?
“Il primo passo spetta a noi del Terzo Settore: dobbiamo essere capaci di fornire ai colleghi giornalisti dati completi e pronti all’uso. Dall’altra parte, c’è un bisogno assoluto di tutelare la professionalità dei giornalisti. In un mondo dominato dall’iper-informazione, abbiamo bisogno di professionisti che fungano da mediatori e interpreti. Oggi i giornalisti sono meno di quanti dovrebbero essere e hanno tempi strettissimi, ma la loro funzione resta vitale per il bene comune”.
Lei ha accennato anche al ruolo di chi riceve l’informazione. C’è un tema di educazione al consumo critico?
“Fondamentale. Dobbiamo educare noi stessi e i nostri figli, partendo dalle scuole, a gestire il miliardo di stimoli che ci inonda ogni giorno. Dobbiamo imparare a selezionare le fonti utili al nostro sviluppo personale e alla collettività. Non è solo questione di “produrre” notizie, ma di saperle ‘abitare’”.
Guardando ai diversi canali, quali sono oggi i media più performanti e quali quelli su cui bisogna lavorare di più?
“I social media sono quelli con il maggiore impatto immediato, ma proprio per questo è prioritario educare le persone al loro utilizzo, piuttosto che tentare solo di “incidervi”. I social vanno però sempre messi in relazione con gli altri media, quelli che hanno ancora la capacità di analisi, riflessione e studio. La sfida è avere una visione globale e interconnessa dell’ecosistema della comunicazione: solo così possiamo comprendere davvero il mondo in cui viviamo”.