Custodire voci e volti umani. Tra intelligenza e stupidità

QuiMedia – 22.1.2026

Ricorre in questi giorni, nella memoria di san Francesco di Sales, la festa patronale dei giornalisti. È l’occasione in cui il papa rende pubblico il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in calendario a maggio (a Bolzano in gennaio): un appuntamento che, ogni anno, invita la Chiesa e il mondo dell’informazione a misurarsi con il senso e la responsabilità del comunicare.

Il messaggio di quest’anno ruota attorno all’esortazione: “custodire voci e volti umani”. Un richiamo che intercetta una trasformazione profonda degli ecosistemi comunicativi, oggi plasmati da tecnologie capaci di incidere sulle relazioni come mai prima d’ora. Dagli algoritmi che decidono cosa vediamo nei flussi informativi, fino ai sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre testi, immagini e conversazioni, il salto di scala è evidente. Le possibilità offerte sono immense, impensabili solo pochi anni fa.

E tuttavia efficienza e potenza non bastano. Nessuna tecnologia può sostituire ciò che è propriamente umano: l’empatia, il discernimento etico, la responsabilità morale. La comunicazione pubblica non è una mera elaborazione di dati, ma un esercizio di giudizio. La sfida decisiva è questa: garantire che l’essere umano resti il soggetto che orienta, e non l’anello debole di processi automatizzati. Il futuro della comunicazione si gioca sulla capacità di mantenere le macchine come strumenti al servizio della vita umana, non come forze che ne attenuano o cancellano la voce.

Le opportunità sono reali, ma altrettanto concreti sono i rischi. L’intelligenza artificiale può generare contenuti seducenti e insieme ingannevoli, rafforzare stereotipi già presenti nei dati di partenza, amplificare la disinformazione simulando voci e volti credibili. Tutte cose che fa anche la “stupidità naturale”, per così dire. Può violare la privacy, intaccare l’intimità delle persone, erodere – se usata senza criteri – il pensiero critico e la creatività. A ciò si aggiungono interrogativi non secondari sul controllo monopolistico di queste tecnologie e sulle nuove disuguaglianze che ne possono derivare.

Da qui l’urgenza di investire con decisione sull’educazione. Accanto all’alfabetizzazione mediatica tradizionale, diventa indispensabile una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Un messaggio chiaro, non solo per i giornalisti cattolici: il contributo da offrire è quello di una pedagogia del discernimento, capace di aiutare soprattutto le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e a crescere nella libertà dello spirito. Perché senza voci e volti umani, non c’è comunicazione che possa dirsi davvero tale.

“Custodire voci e volti umani”, un invito che va ben oltre gli aspetti della comunicazione sociale, in questo mondo disumanizzato dalla politica di potenza, dalla negazione del diritto, dalle memorie negate. Intelligenza artificiale e stupidità naturale: un diabolico mix.

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