Poveri d’informazione. L’intervento

19.1.2026. Intervento presso la sede del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti

Foto SIR

Questa presentazione si tiene nella settimana in cui cade la festa patronale di giornalisti, san Francesco di Sales, il prossimo 24 gennaio.

Tradizionalmente quel giorno il papa pubblica Il Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali che poi si tiene poi a maggio. Il tema di quest’anno: Custodire voci e volti umani.

La povertà che (non) fa notizia

Nella pratica giornalistica un evento diventa notizia in base a criteri come attualità e novità, vicinanza, impatto, drammaticità, carica emotiva, prestigio dei protagonisti, possibilità di costruire una storia e conseguenze sulla vita delle persone.

La domanda: è necessario applicare questi criteri quando si parla dei poveri e della povertà?

La povertà diventa notizia quando si traduce in eventi, storie o dati, con un peso diverso a seconda dei media e dei formati.

La ricerca dell’Osservatorio di Pavia analizza come il tema sia stato trattato tra settembre 2024 e giugno 2025 nei telegiornali, nei talk-show e nei post Facebook di colleghi giornalisti particolarmente attivi.

Telegiornali
Nei TG italiani la povertà compare in 708 notizie, pari al 2% dell’agenda: una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali o ricorrenze.

Rai, Mediaset e La7 mostrano differenze minime.

L’attenzione cresce in alcuni momenti chiave: fine 2024 (politica internazionale, legge di bilancio, iniziative natalizie) e primavera 2025 (morte ed elezione del Papa, dati su lavoro e povertà).

Nel 73% dei casi il tema sembra essere secondario. Prevalgono come temi l povertà assoluta e la dimensione materiale, spesso trattate in modo unidimensionale. Le forme abitativa e lavorativa ricevono spazio limitato, mentre altre dimensioni – sanitaria, educativa, femminile o minorile – restano marginali.

I soggetti più citati sono “i poveri” in senso generico, senzatetto, lavoratori e immigrati; famiglie, giovani e anziani sono sottorappresentati. Rari i dati statistici. Dominano due cornici: solidaristico-religiosa e politico-economica, che producono una gerarchia narrativa e rischi di stigmatizzazione, soprattutto per la povertà estrema.

Talk-show
Su oltre 1.200 puntate analizzate, solo il 6% affronta la povertà, per un tempo complessivo molto ridotto. L’attenzione è discontinua e legata a scadenze politiche o simboliche. Quando presente, il tema è centrale e discusso soprattutto come povertà relativa, in chiave politico-economica.

Rispetto ai TG emerge più spesso un approccio multidimensionale, ma resta forte la lettura economica. Le forme più trattate sono povertà lavorativa e abitativa. Anche qui lo sguardo è quasi esclusivamente nazionale e l’uso dei dati è limitato. Parlano soprattutto giornalisti, opinionisti e politici; scarse le voci direttamente coinvolte e marcato lo squilibrio di genere a favore degli uomini.

Giornalisti sui social
Sui Facebook dei dodici giornalisti più attivi, la povertà è quasi assente: solo lo 0,8% dei post.

I pochi picchi coincidono con eventi simbolici, come Sanremo o la morte di papa Francesco.

Nel 79% dei casi il tema è marginale. Prevalgono povertà assoluta e dimensione materiale, senza dati e con scarsa attenzione a gruppi specifici.

La povertà è usata soprattutto come argomento nel confronto politico, più che come questione sociale autonoma.

In un terzo dei post compaiono stereotipi o associazioni colpevolizzanti, che contribuiscono a una rappresentazione semplificata e problematica del fenomeno.

Le stagioni della povertà

Lo studio dell’Osservatorio di Pavia mostra che la povertà diventa notizia soprattutto in alcuni momenti dell’anno o in relazione a eventi simbolici, quando risulta funzionale – o conveniente – richiamarla nel racconto mediatico.

Mi soffermo su un caso emblematico: la morte di papa Francesco.

Papa Francesco e la visibilità dei poveri

Fin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha posto al centro una critica radicale all’“economia dell’esclusione”, sintetizzata nell’espressione: “Questa economia uccide”. In Evangelii Gaudium denunciava lo scandalo di un sistema in cui fa notizia il ribasso in borsa, ma non la morte di un anziano per strada. Una riflessione che chiama direttamente in causa la notiziabilità della povertà e le responsabilità dell’informazione.

Nel paragrafo “No a un’economia dell’esclusione”, scrive:

Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

Secondo Francesco, la cultura dello scarto non riguarda solo lo sfruttamento, ma l’espulsione vera e propria di persone considerate “avanzi”. Anche un’informazione assente, superficiale o orientata solo al consumo rischia di diventare parte di questo meccanismo di esclusione.

Da qui l’attenzione costante del Papa al ruolo dei media. Già nel 2013 invitava i giornalisti a dare visibilità alle realtà nascoste. Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2014 parlava della comunicazione come servizio alla “cultura dell’incontro”: i media come ponti, capaci di ridurre distanza e indifferenza, di farci sentire parte di un’unica famiglia umana.

Negli anni successivi questo legame si rafforza. Nel 2021 Francesco invita i comunicatori a “venire e vedere”: uscire dalle analisi astratte e incontrare le persone reali, soprattutto nelle periferie sociali ed esistenziali. Nel 2023 e nel 2024 estende la riflessione all’ambiente digitale e all’intelligenza artificiale, avvertendo il rischio di una comunicazione tecnologicamente ricca ma umanamente povera, che rende ancora più invisibili i fragili.

Il Messaggio del 2025 rappresenta una sintesi: denuncia la concentrazione del potere informativo, la comunicazione aggressiva e polarizzata, e invita a “disarmare la comunicazione”, scegliendo ascolto, responsabilità e attenzione al grido degli ultimi. Raccontare i poveri diventa così un servizio alla verità e alla giustizia.

In conclusione, per Francesco la comunicazione è incontro e cura. Dare voce ai poveri non è un gesto accessorio, ma una responsabilità centrale dei media. Il fatto che, come mostra l’indagine, la povertà abbia trovato spazio mediatico in occasione della sua morte è, in fondo, un omaggio coerente al suo pontificato, riassunto in quell’invito originario: “Non dimenticarti dei poveri”.

Tutti buoni a Natale

La parola “vangelo” ci interpella direttamente, come giornalisti, perché significa “buona notizia” (εαγγέλιον).

Questa “buona notizia” che chiamiamo “Vangelo” è forse la notizia più paradossale della storia: resta attuale da duemila anni, perché non conta tanto il fatto in sé, quanto ciò che rappresenta.

Non cosa è successo, ma cosa succede. Cosa continua a succedere.

Anche il Natale non è notizia per la nascita di un bambino a Betlemme, ma perché annuncia un Dio che si fa amore concreto.

Dal punto di vista della comunicazione, l’evento della nascita in sé è un evento a “notiziabilità zero”: un neonato, in una mangiatoia, nella periferia delle periferie.

Eppure proprio questo è il “segno” che rovescia le gerarchie: gli ultimi al centro, gli scartati che diventano pietra angolare.

Non stupisce allora che i media parlino di povertà soprattutto a Natale. In questo tempo, disuguaglianze ed esclusioni appaiono più visibili, quasi scandalose.

È uno sguardo che nasce dalla profondità dell’Incarnazione, ma che spesso poi scivola nella banalità di un “buonismo stagionale”: una fiammata di generosità tra la vigilia e il 25 dicembre, destinata a spegnersi subito dopo.

Già il giorno dopo, quando Stefano, portato come Gesù davanti al Sinedrio, viene lapidato, tutta la poesia del presepio viene drammaticamente meno.

Una figura che torna tragicamente attuale, date tutte le persone, anche oggi, che vengono uccise a causa della loro fede e delle loro idee.

Povertà, narrazione e fundraising

Molte organizzazioni approfittano dello “spirito del Natale” per avviare campagne di raccolta fondi.

Non di rado, però, la povertà viene rappresentata in modo funzionale alla propensione al dono: immagini e racconti che puntano su pietà e senso di colpa.

Questo modo di comunicare viene definito “pornografia della povertà”.

Al di là del giudizio etico, questa narrazione inquina l’informazione e rafforza stereotipi che contribuiscono a rendere la povertà cronica.

Il paradosso è che chi usa queste strategie denuncia magari poi i media perché si dimenticano dei poveri.

Anche un certo tipo di fundraising, dunque, può diventare parte del problema.

La complessità invisibile

Abbiamo visto che i media trattano la povertà in modo differenziato.

I telegiornali, per tempi e formati, tendono a semplificare, soprattutto nella cronaca; possono però recuperare profondità nei servizi programmati, come quelli natalizi.

I talk-show, grazie a tempi più lunghi e a più voci, riescono meglio a restituire la complessità: non a caso prevale un approccio multidimensionale, anche se in quattro casi su dieci la povertà resta ridotta a una questione economica.

Sui social media, invece, domina quasi il silenzio: la povertà non “funziona” in termini di consenso. Quando compare, è spesso marginale e stereotipata: un post su tre associa la povertà a colpe o incapacità personali.

Semplificazioni e strumentalizzazioni non sono solo cattiva comunicazione, ma contribuiscono a mantenere le disuguaglianze.

Come per un certo tipo di raccolta fondi, dunque, anche l’informazione può essere parte del problema (quando semplifica o alimenta pregiudizi).

Povertà, politica e responsabilità

La povertà a volte entra nel dibattito politico, usata come argomento di scontro tra schieramenti.

L’informazione sulla povertà di per sé, se presa sul serio, è un indicatore fondamentale della qualità della democrazia e dell’attuazione della Costituzione: i poveri sono coloro che restano esclusi dal pieno sviluppo e dalla partecipazione. È la “cultura dello scarto” denunciata da papa Francesco.

Articolo 3 della Costituzione:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Come ricordano Francesco e Leone XIV, il modo di comunicare non è neutrale: può ridurre o ampliare le disuguaglianze. Promuovere modelli di successo basati su accumulo e competizione significa rafforzare sistemi ingiusti. Anche quando non parla esplicitamente di povertà, la comunicazione – più ancora che l’informazione – può alimentare una cultura che esclude senza accorgersene. Sta qui la sua responsabilità più profonda.

Comunicare la povertà: le parole per dirlo

Chi lavora ogni giorno accanto alle persone in difficoltà ha una responsabilità primaria nel fornire un’informazione corretta sulla povertà. Siamo noi per primi – operatori, volontari – a usare parole come “povero” e “povertà”.

Il problema inizia proprio dalle parole: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di “povertà” e di “poveri”? Le definizioni tecniche, da sole, non bastano e spesso non restituiscono la complessità dell’esperienza vissuta.

Né è scontato che chi si trova in situazione povertà si riconosca in quell’etichetta.

Il linguaggio è decisivo. Anche nel mondo del sociale, termini apparentemente neutri come “beneficiari” rischiano di essere fuorvianti: l’azione contro la povertà non produce vantaggi solo per chi riceve aiuto, ma per l’intera comunità.

Anche i nostri volontari sono “beneficiari” dell’azione della Caritas.

Il primo destinatario dell’azione della Caritas, addirittura, non sono i “poveri”, ma è la comunità che è chiamata a farsene carico.

Art. 1 Statuto:

La Caritas … è l’organismo pastorale costituito … al fine di promuovere …  la testimonianza della carità della comunità … con prevalente funzione pedagogica.

Le parole, quindi, non sono innocenti: possono chiarire, ma anche semplificare o stigmatizzare.

Non tutto, però, si lascia definire. Nei Vangeli, realtà centrali come il Regno di Dio non vengono spiegate, ma raccontate attraverso delle immagini.

In questa linea si colloca l’invito di papa Francesco a evitare una “povertà teorica” e a partire dall’incontro con le persone concrete.

Forse la povertà non si lascia racchiudere in una definizione definitiva.

Il che non vuol dire che non dobbiamo darci delle definizioni come strumento di lavoro. Va detto con chiarezza che è povero chi non ha ciò che serve per vivere dignitosamente. E dunque parlare di dignità significa chiamare in causa diritti, giustizia e partecipazione, non solo il reddito e gli aspetti più materiali.

Le organizzazioni che operano sul campo hanno quindi una responsabilità ulteriore: fornire dati affidabili e non ideologici sulle condizioni di vita, sulle cause della povertà e sulle vie d’uscita. Devono aiutare i media a tenere insieme numeri e volti, statistiche e storie, ricordando che l’asse di ogni strategia sono le persone concrete, non i grafici.

Questa responsabilità riguarda tutti coloro che oggi “mettono in circolo notizie”. Papa Leone richiama a un’informazione onesta, creativa e lungimirante, capace di sottrarsi alla fretta, alla polarizzazione e agli interessi di parte, per includere chi è escluso o strumentalizzato.

I professionisti dell’informazione servono

In un ecosistema informativo sovraccarico, i professionisti dell’informazione sono più necessari che mai. Servono giornalisti competenti, tutelati e responsabili, capaci di fare da filtro non per “orientare politicamente”, ma per permettere ai cittadini di comprendere e partecipare.

L’attuale scarsità di giornalisti – frutto di logiche di mercato e scelte editoriali – rende tutti più poveri: abbiamo più informazioni, ma meno capacità di interpretarle.

Dare voce a chi non ha potere è anche una misura della libertà del giornalismo.

Ma la responsabilità non è solo dei professionisti: serve un pubblico consapevole.

Per questo diventa centrale anche la dimensione comunitaria. Una comunità attenta al territorio e al contesto globale può diventare il luogo del discernimento condiviso, dove le informazioni vengono lette, discusse e comprese insieme.

In fondo, come insegna l’esperienza di Barbiana, informarsi è sempre un atto comunitario.

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Nel Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali di quest’anno – sul tema Custodire voci e volti umani – si dirà che:

… è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi l’alfabetizzazione mediatica …

E che:

… come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito.

Opere segno: dare volto ai dati

Nell’era dell’iperinformazione, le Caritas dispongono di uno strumento prezioso per dare volto ai dati: le opere segno.

Le opere segno sono anche uno strumento di comunicazione.

Progetti, case di accoglienza e luoghi di incontro diventano “segno” quando riescono a comunicare un messaggio. Sono opere “parlanti”, perché raccontano, più delle parole, la motivazione che le anima e la qualità della testimonianza della comunità.

Papa Benedetto, 24 novembre 2011:

Quella dei gesti, dei segni è una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas. Attraverso i segni concreti, infatti, voi parlate, evangelizzate, educate. Un’opera di carità parla di Dio, annuncia una speranza, induce a porsi domande. Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, «parlanti», preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi.

Hanno anche una funzione pedagogica: attraverso i fatti, aiutano a leggere la realtà e preparano a una partecipazione informata, trasformando le statistiche in esperienza condivisa.

Guardare il mondo con gli occhi dei poveri

L’indagine dell’Osservatorio di Pavia riguarda alcuni campioni specifici, ovviamente non copre tutto il panorama dell’informazione.

Accanto ai media presi in esame esiste un mondo di informazione di ispirazione cattolica e non solo che pone la povertà al centro della propria strategia comunicativa.

Realtà come Tv2000, Avvenire, SIR, i media vaticani, le testate diocesane e molte altre contribuiscono ogni giorno a parlare di povertà in modo generativo. Pensiamo anche all’esperienza dei giornali di strada come, ad esempio, Scarp de’ tenis, promosso anche da Caritas Italiana.

A questo proposito, papa Francesco ha indicato con forza a Caritas Italiana un criterio decisivo: guardare il mondo con gli occhi dei poveri. Non basta parlare dei poveri, né semplicemente farli parlare. Occorre osservare la realtà a partire da loro. “Se non si parte dagli ultimi, non si capisce nulla”. Sono i poveri, infatti, a svelare le contraddizioni e il rapporto con loro a provocare un cambiamento autentico. A livello personale e sociale.

La povertà informativa

Se la povertà è mancanza del necessario per vivere dignitosamente, anche un’informazione incompleta o distorta è una forma di povertà.

Esiste una povertà informativa che colpisce in due modi: i poveri hanno meno accesso a informazioni di qualità e, allo stesso tempo, l’informazione sui poveri è spesso carente o superficiale.

I media possono dunque essere strumenti potenti di solidarietà, o viceversa, quando ignorano le sofferenze dell’umanità, contribuiscono allo sviluppo delle stesse disuguaglianze che poi raccontano.

In una società in cui la partecipazione dipende dall’informazione, essere “poveri di informazione” significa essere meno cittadini.

Contrastare questa forma di povertà non è solo compito delle istituzioni: riguarda tutti coloro che producono, diffondono, leggono e condividono notizie.

Conclusione: la povertà come tabù

La povertà possiede tutti i requisiti della notiziabilità: è attuale, vicina, drammatica, ha conseguenze profonde. Eppure essa resta spesso ai margini del discorso pubblico.

Forse perché inquieta. Può toccare chiunque, all’improvviso. Proprio questa sua forza esistenziale la trasforma in un tabù. Un tabù che, se vogliamo una società più giusta e consapevole, dobbiamo imparare a infrangere.

Chiudo con queste parole di papa Francesco (dalla Lettera al Direttore del Corriere della Sera, 14 marzo 2025):

«La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità».

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Tornando al tema della Giornata delle comunicazioni sociali di quest’anno: una buona informazione sul fenomeno della povertà ai aiuta a Custodire voci e volti umani.

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