Poveri d’informazione

Paolo Bill Valente – In: Taglio basso. Come la povertà fa notizia (Caritas Italiana, 2026)

14 novembre 2025. Nell’aula Morvillo della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre è tutto pronto per la presentazione del Rapporto Povertà di Caritas Italiana[1]. Arriva la chiamata di un’emittente locale. In un quartiere di Roma c’è stato un omicidio e la troupe, attesa all’Ateneo per il Rapporto, è stata dirottata sul luogo del delitto. “Ci dispiace ma non ci sono altri colleghi disponibili”.

Sia chiaro: qualsiasi caposervizio avrebbe optato per l’omicidio piuttosto che per il rapporto Caritas. Abbiamo un bel dire, e a ragione, che i dati sulla povertà riguardano milioni di persone mentre il delitto è un fatto quasi privato, coinvolge la vittima, i suoi familiari, tutt’al più i vicini di casa e le forze dell’ordine. Infinitamente meno persone di quelle che si trovano in situazione di povertà assoluta – 5 milioni e 700mila secondo i dati ISTAT – di quegli 8,5 milioni che sono a rischio povertà, delle migliaia di persone schiave dell’azzardo legalizzato, delle troppe donne che subiscono violenza fisica, economica, psicologica. Ma tutto questo può aspettare. L’omicidio “è notizia” solo oggi, i poveri, invece, lo dice il Vangelo, “li avrete sempre con voi”[2].

L’episodio, di per sé banale, contiene gli elementi costitutivi del discorso su povertà e informazione. Su come si informa della povertà. Su quella che possiamo chiamare “povertà informativa”.

Nella pratica quotidiana ciò che rende un evento “notiziabile” sono l’attualità e la novità, la vicinanza geografica, la portata e l’impatto, la drammaticità e la capacità di scatenare emozioni, il prestigio delle persone coinvolte, la possibilità di trarne una storia, le conseguenze sulla vita dei lettori e dei telespettatori. Devono essere per forza questi i criteri ai quali ispirarsi per dare notizia di ciò che riguarda i “poveri”?

La povertà che (non) fa notizia

La povertà, come tutti gli altri aspetti della realtà, è notiziabile quando si traduce in un fatto di cronaca, in una storia, ma anche – perché no? – nei numeri di una statistica. Aspetti che pesano diversamente a seconda del medium e del format della pubblicazione o della trasmissione.

La ricerca dell’Osservatorio di Pavia che si presenta in questo volume ha riguardato in modo specifico i telegiornali, i talk-show e i post su Facebook da parte di giornaliste e giornalisti particolarmente attivi. L’indagine si concentra su quanto pubblicato o andato in onda tra il settembre 2024 e il giugno 2025.

I risultati dell’osservazione

I telegiornali

Nei TG italiani, nel periodo considerato, la povertà compare in 708 notizie, pari al 2 per cento dell’agenda: una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi, seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat). Nel 73 per cento dei casi la povertà resta un tema accessorio.

Prevale, come argomento, la povertà assoluta, seguita da quelle relativa ed estrema. Tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale. Il 62 per cento delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà “in generale”, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale e alimentare ricevono attenzione più limitata. Altre dimensioni – sanitaria, minorile, femminile, energetica o culturale – risultano del tutto marginali.

Lo sguardo è soprattutto nazionale, con scarsa attenzione alle periferie e alle aree rurali. I gruppi più citati sono “i poveri” in senso generico, i senzatetto, lavoratori e immigrati. Famiglie, giovani, bambini, donne e anziani appaiono sottorappresentati, con il rischio di una prospettiva stereotipata. Solo l’8 per cento dei servizi utilizza dati o statistiche, mentre le associazioni mentali con criminalità, migrazione o dipendenze emergono in quasi un quinto dei casi.

Due cornici dominano: quella solidaristico-religiosa, alimentata dalla figura del Papa, e quella politico-economica. Meno frequente l’aspetto securitario (cosa non sempre vera in altri momenti, ad esempio in tempo di elezioni). Le categorie tematiche prevalenti sono religione, cronaca, politica ed economia. Parlano soprattutto rappresentanti politici e istituzionali, mentre esperti, ricercatori e sindacati restano ai margini.

L’analisi individua tre cluster – religioso, politico-economico e securitario – che costruiscono una gerarchia narrativa: la povertà relativa come terreno di conflitto politico, quella assoluta come questione morale, l’estrema relegata ai margini e associata a degrado e microcriminalità, contribuendo alla sua stigmatizzazione.

I talk-show

Su 1.218 puntate analizzate (oltre 1.800 ore), solo il 6 per cento ha affrontato il tema della povertà, per un totale di 529 minuti: una presenza minima rispetto all’ampiezza del fenomeno. Mediaset ha la quota maggiore delle puntate pertinenti, seguita da Rai e La7. L’attenzione è discontinua, con picchi legati alla manovra economica e alle iniziative natalizie, alla morte di papa Francesco e, in primavera, al Primo Maggio e alla campagna referendaria sul lavoro.

Quando la povertà compare, è centrale nell’83 per cento dei casi. Prevale la povertà relativa (56 per cento), molto più discussa rispetto alla povertà assoluta (8 per cento) o estrema (3 per cento). Un terzo degli interventi combina più livelli. Nel 76 per cento del tempo si parla di povertà materiale, ma prevale un approccio multidimensionale (59 per cento) che integra riferimenti a salute, istruzione, relazioni e partecipazione, anche se il 41 per cento del dibattito resta confinato a una lettura economica. Le forme più trattate sono la povertà lavorativa e quella abitativa. Minoritaria l’attenzione a donne, giovani, famiglie, povertà educativa o sanitaria.

Lo sguardo è quasi esclusivamente nazionale, con scarsa attenzione alle periferie e alla dimensione internazionale. I gruppi più rappresentati sono lavoratrici e lavoratori, persone anziane e “poveri” in generale; donne, giovani, senzatetto e immigrati compaiono molto meno. Solo il 32 per cento delle puntate utilizza dati, mentre prevalgono interpretazioni e dichiarazioni. Nel 10 per cento dei casi emergono associazioni negative come criminalità o abuso di risorse pubbliche.

Il frame dominante è quello politico-economico (52 per cento), seguito da quello misto politico-solidaristico. Marginale l’approccio esclusivamente caritatevole. Le politiche di contrasto alla povertà sono il tema più discusso, spesso in chiave conflittuale. Seguono degrado/criminalità e storie di vita, con una presenza limitata del volontariato. Gli spazi di parola vanno soprattutto a giornalisti e opinionisti, al mondo politico e, molto meno, a persone comuni. Quasi assenti le voci direttamente coinvolte nella povertà (la qual cosa può essere un bene). Forte lo squilibrio di genere: il 67 per cento del tempo di parola è maschile.

Giornalisti sui social media

L’attenzione dei dodici giornalisti più attivi su Facebook verso la povertà è estremamente bassa: solo lo 0,8 per cento dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con due picchi: a febbraio 2025, in coincidenza con la partecipazione di Simone Cristicchi a Sanremo e la sua attenzione agli “emarginati”, e ad aprile, con la morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili.

Nel 79 per cento dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. Prevale la povertà assoluta (57 per cento), seguita da quella relativa; marginale la povertà estrema. Il 71 per cento dei post si concentra sulla dimensione materiale, mentre la natura multidimensionale della povertà appare raramente. Le categorie più frequenti sono “povertà in generale” ed “emarginazione”, mentre tra le forme specifiche domina la povertà abitativa.

Il riferimento geografico è soprattutto all’Italia nel suo complesso, con poca attenzione alle aree urbane e nessuna alle periferie. I gruppi più citati sono le persone povere in generale, seguite da senzatetto, lavoratori, vittime di catastrofi e immigrati. Giovani, bambini e famiglie compaiono in misura minima e le persone anziane sono assenti. Quasi tutti i post (97 per cento) mancano di dati statistici.

La povertà emerge soprattutto all’interno di contenuti politici, come strumento nel dibattito tra schieramenti, mentre temi più pertinenti – economia, lavoro, questioni sociali – sono quasi del tutto assenti. Il quadro dominante è politico-economico, seguito da quello solidaristico. Quello securitario è minoritario e circoscritto ai post di cronaca.

Un terzo dei post contiene stereotipi o associazioni pregiudizievoli, collegando ad esempio la povertà a incapacità o difetti personali, spesso in toni polemici. Questa rappresentazione, per quanto sporadica, tende a riprodurre narrazioni semplificate e colpevolizzanti.

Le stagioni della povertà

Dallo studio dell’Osservatorio di Pavia risulta come il tema “poveri” diventi più notiziabile in prossimità di alcuni tempi dell’anno oppure in relazione a particolari eventi, per narrare i quali risulta opportuno, o comodo, fare riferimento a situazioni riconducibili alla povertà.

Vorrei soffermarmi su due esempi: il Natale e la morte di papa Francesco.

Papa Francesco. Non dimenticare i poveri

Già nel primo documento programmatico di Jorge Mario Bergoglio, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (novembre 2013), troviamo quell’espressione durissima a proposito dell’economia dell’esclusione: “Questa economia uccide”.

Stimolanti, per il nostro tema, le parole che seguono: “Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione”[3]. La notiziabilità della povertà e delle sue conseguenze contrapposta ai valori finanziari che sanno diventare “valori notizia”.

Ma

“oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’”.

Anche l’informazione, dunque – quando è assente o orientata solo al consumo – rischia di agire come fattore di esclusione sociale, di essere fattore della cultura dello “scarto”.

Fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco ha mostrato una forte sensibilità per il ruolo dei mass media nella società, legando la comunicazione alla dignità delle persone, specialmente dei più poveri. Nel marzo 2013, incontrando i giornalisti[4], sottolineava quanto il loro lavoro fosse indispensabile “per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea” e, in questo senso, fondamentale anche per dare visibilità a quelle realtà che rischiano di rimanere nascoste. Era il preludio di una visione molto chiara: i media non possono limitarsi a raccontare la realtà “dall’alto”, ma sono chiamati a far emergere anche le storie degli ultimi.

Questa prospettiva è sviluppata con profondità nel Messaggio per la 48ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2014[5], nel quale Francesco parla della comunicazione come servizio alla “cultura dell’incontro”. In questo testo denuncia “lo scandalo di un divario crescente tra l’opulenza dei ricchi e la miseria assoluta dei poveri”, ricordando come tale contraddizione sia spesso visibile anche nelle nostre città. I media, in questo contesto, possono diventare ponti: strumenti che promuovono la vicinanza, la solidarietà e l’ascolto reciproco. La comunicazione, sostiene, deve aiutarci a “sentirci famiglia umana”, creando legami capaci di superare indifferenza e isolamento.

Negli anni successivi, questo legame tra comunicazione e attenzione ai poveri diventa sempre più esplicito. Nel Messaggio per la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2021[6], Francesco invita i comunicatori a “venire e vedere”, cioè a uscire dai propri schemi e incontrare le persone “dove e come sono”. Non basta riportare notizie tramite filtri e analisi astratte: occorre toccare con mano la vita reale, soprattutto quella di chi vive nelle periferie esistenziali e sociali. Solo così i media possono evitare di guardare il mondo con gli “occhi dei più ricchi” e diventare invece strumenti per far conoscere la vita dei più fragili, restituendo loro voce e dignità.

Nel 2023, una riflessione pastorale della Santa Sede sull’uso dei social media[7] riprende e approfondisce il pensiero di Francesco: i media digitali – si afferma – possono dare voce “ai poveri e ai marginalizzati” e permettere ai “senza voce” di essere finalmente ascoltati. Una prospettiva che deriva dal Messaggio del 2014, in cui il Papa metteva la comunicazione in relazione alla parabola del buon Samaritano: un gesto di cura che si china sulle ferite dell’altro, specialmente del più vulnerabile.

Nel Messaggio per la 58ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2024[8], Francesco introduce un nuovo elemento: l’impatto delle tecnologie, e in particolare dell’intelligenza artificiale, sulla qualità umana della comunicazione. Il Papa avverte che rischiamo di vivere in un mondo “ricco di tecnologia ma povero in umanità”. Questa riflessione, pur non riferendosi direttamente ai poveri in senso materiale, estende la categoria di “povertà” all’ambito comunicativo: una società tecnologicamente avanzata ma incapace di ascoltare e accogliere rischia di impoverire ulteriormente chi è già fragile, rendendolo invisibile.

Infine, il Messaggio per la 59ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2025[9] rappresenta una sintesi del pensiero di Francesco. Qui egli denuncia la concentrazione del potere informativo in poche mani, che controllano enormi quantità di dati e influenzano il modo in cui la realtà viene percepita. Critica la comunicazione aggressiva, polarizzata, fatta di slogan che semplificano la complessità e alimentano divisioni. E allo stesso tempo invita i comunicatori a “disarmare la comunicazione”, scegliendo toni miti, responsabili, capaci di ascoltare il “grido degli ultimi”. Raccontare le storie dei più vulnerabili – afferma – non è solo un dovere professionale, ma un servizio alla verità e alla giustizia. Una società che presta attenzione ai poveri attraverso il racconto mediatico diventa meno sorda e meno indifferente.

In sintesi: la comunicazione è una forma di incontro e di cura, i media hanno la responsabilità di dare voce ai poveri e non solo ai potenti, la tecnologia può lasciarsi guidare dalla sapienza del cuore. Una comunicazione ostile, manipolata o polarizzata ferisce soprattutto i più fragili. Raccontare i poveri significa costruire una società più giusta e più umana.

Che il mondo della comunicazione, come risulta dall’indagine, abbia aperto uno spiraglio sui poveri in occasione della morte di papa Bergoglio è in qualche modo un omaggio al suo pontificato, vissuto all’insegna di quelle parole, sussurrate dal cardinale Claudio Hummes il giorno dell’elezione di Francesco: “No te olvides de los pobres!”[10]

Tutti buoni a Natale

Il Vangelo è l’esempio più paradossale di una notizia – “vangelo” (euangelion) significa proprio “buona notizia” – che resta attuale anche a due millenni di distanza dai fatti. Perché la Buona Notizia non sta nei fatti in quanto tali ma in ciò che essi rappresentano.

La “notizia” del Natale non consiste nell’evento puntuale della nascita di un bimbo a Betlemme, ma nella realtà, sempre presente, di un Dio che è amore. Il resto è conseguenza. Ma è tanta la necessità di collegare l’evento della nascita del Salvatore alle dinamiche del comunicare che, nel racconto di Luca[11], a un gruppo di pastori – i poveri? –, appare proprio un professionista della comunicazione – l’angelo, ovvero il messaggero – ad annunciare “una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.

Ancora una volta un evento che, all’apparenza, non conta assolutamente nulla, se osservato secondo le categorie e le dinamiche della comunicazione. Un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia, nella periferia delle periferie. Notiziabilità zero. Eppure, quell’immagine – “il segno” – è così potente da essere ancora lì, dopo venti secoli, a raccontare di superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, potenti rovesciati dai troni, umili innalzati, affamati ricolmati di beni, ricchi rimandati a mani vuote[12]. Un mondo alla rovescia, “segno” della possibilità di una comunicazione diversa, per la quale gli “scarti” denunciati da Francesco, tornano al centro del discorso e “la pietra che i costruttori hanno scartato” diventa “la pietra angolare”[13].

La tendenza dei media a parlare di povertà in prossimità del Natale potrebbe essere legata al significato più profondo di questa ricorrenza. In questo periodo, povertà, esclusione e disuguaglianze appaiono con maggiore evidenza, quasi come uno scandalo. Il mutamento di sguardo che caratterizza l’attesa del Natale nasce infatti dal cuore stesso dell’Evento: la Parola che si fa carne[14].

Inutile dirci che tutto ciò alimenta pure quel buonismo natalizio da quattro soldi, che brucia come un fuoco di paglia tra la vigilia e il giorno di Natale, per dissolversi il 26 dicembre, quando giunge l’orrore della lapidazione di Stefano a ricordare che Incarnazione e martirio sono le facce di una stessa medaglia.

La povertà tra narrazione e raccolta fondi

Sono frequenti gli appelli[15], rivolti soprattutto ai cristiani, a distinguere con nettezza tra il Natale consumistico e il tempo che fa memoria della nascita di Cristo. È vero, d’altra parte, che molte organizzazioni, anche di ispirazione cristiana, approfittano proprio dello “spirito del Natale” (quello che rende tutti più buoni e generosi) per proporre campagne di raccolta fondi. Sono a volte queste stesse organizzazioni, in un’ottica di fundraising, a diffondere un’immagine della povertà – e soprattutto dei poveri – modulata per stimolare la propensione al dono.

Quando la rappresentazione della povertà non è pensata in una prospettiva informativa o come strumento di denuncia e di advocacy, ma è proposta in modo da suscitare pietà o sensi di colpa, quando viene utilizzata strategicamente per dare sfogo alla generosità dei donatori, c’è chi parla di “pornografia della povertà”. Al di là delle considerazioni etiche sull’uso strumentale della povertà anche “a fin di bene”, questo tipo di rappresentazione inquina l’informazione sulla povertà e contribuisce alla creazione di stereotipi che ne determinano la cronicizzazione.

È paradossale che le organizzazioni che ricorrono al poverty porn siano poi in prima linea nel denunciare il mondo dei media che si dimentica dei poveri. Occorre quindi prestare molta attenzione al tipo di narrazione – dall’uso delle immagini ai numeri urlati – adottata nelle campagne di fundraising, perché essa può diventare parte del problema che si dichiara di voler risolvere con i fondi raccolti[16].

La complessità invisibile

Ci sono differenze, nel parlare di povertà (o di altri temi grandi e complessi), tra telegiornali, talk-show e post sui social media. Cambiano gli spazi a disposizione così come le velocità. Il telegiornale, soprattutto quando si tratta di notizie legate alla cronaca, ha la necessità di dire qualcosa già nella prima edizione. Questo significa, spesso, riportare solo un aspetto della questione: quello che si è fatto in tempo a documentare. Ne deriva la tendenza a semplificare il contesto. Anche i telegiornali, tuttavia, quando si tratta di servizi pianificabili – come quelli natalizi – o di approfondimenti, hanno la possibilità (e la capacità) di recuperare spessore e restituire ai temi complessi tutta la loro complessità.

L’arte del professionista della comunicazione consiste proprio nel rendere la complessità accessibile al grande pubblico senza scivolare in semplificazioni stereotipate. In questo, il talk-show è avvantaggiato: dispone di tempi più lunghi, sia nella preparazione che in studio, di più voci, e può inserire servizi, schede informative e altri materiali di contesto. Non a caso, nei talk-show esaminati, prevale un approccio multidimensionale (59 per cento), che riconosce la povertà come fenomeno complesso legato a salute, istruzione, relazioni sociali e partecipazione politica. Resta comunque significativo che nel 41 per cento dei casi la povertà sia presentata in un’ottica unidimensionale, quasi sempre economica.

La povertà non sembra essere un tema capace di attrarre i “mi piace” dei frequentatori di social media. Tra quelli considerati dall’Osservatorio di Pavia, “solo lo 0,8 per cento di 18.904 post pubblicati menziona o tratta questioni di povertà o marginalità sociale”. Una sorta di congiura del silenzio. O dell’indifferenza.

Tra i contenuti esaminati, la povertà raramente occupa una posizione centrale nei post su Facebook: nel 79 per cento dei casi compare solo come elemento secondario rispetto ad altri temi. Un post su tre include almeno uno stereotipo, cioè associa la povertà a condizioni percepite negativamente, spesso in modo da attribuire implicitamente responsabilità o colpe alle persone povere.

È necessario ripetere che semplificazioni, stereotipizzazioni e strumentalizzazioni, oltre a essere indice di scarsa qualità della comunicazione, contribuiscono al perpetuarsi di situazioni che invece vanno affrontate con rigore scientifico, quando si indaga, e nella prospettiva del bene comune, quando si passa a riflettere sulle scelte strategiche e operative.

Povertà, politica e responsabilità della comunicazione

Il tema della povertà compare soprattutto nei post di carattere politico (34 per cento), dove non rappresenta l’argomento principale ma viene utilizzato come strumento nel confronto tra partiti. Non è infrequente che la povertà venga strumentalizzata per motivi politici sia da forze governative sia da forze di opposizione. Per farlo è necessario, ancora una volta, ricorrere alle semplificazioni tipiche della comunicazione politica massmediale.

La povertà presa sul serio può essere invece un indicatore importante per orientare scelte economiche e politiche, prima ancora che sociali. I numeri della povertà misurano, ad esempio, il grado di attuazione della Costituzione repubblicana. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”[17]. Coloro che restano esclusi dal “pieno sviluppo” e dalla “partecipazione” sono i “poveri”. È la “cultura dello scarto” di cui parla papa Francesco: “Con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori”[18].

Nella sua esortazione apostolica dedicata ai poveri, Dilexi te, che rappresenta l’anello di congiunzione tra i due pontificati, papa Leone XIV riprende questi temi[19] e ricorda che

“le società in cui viviamo spesso privilegiano criteri di orientamento dell’esistenza e della politica segnati da numerose disuguaglianze e, perciò, a vecchie povertà di cui abbiamo preso coscienza e che si tenta di contrastare, se ne aggiungono di nuove, talvolta più sottili e pericolose”.

Il modo di informare e di comunicare non è neutrale di fronte alle disuguaglianze: può contribuire a ridurle o ad ampliarle. Non si tratta solo di impegnarsi concretamente per eliminare le cause strutturali della povertà, ma anche di promuovere “una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale”. Se, nel comunicare, si coltiva “l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata”, spingendo “molte persone verso una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi”, si finisce per alimentare “ideali sociali e sistemi politico-economici ingiusti, che favoriscono i più forti”.

Il nostro modo di informare, anche quando non affronta direttamente il tema della povertà, può appartenere a

“una cultura che scarta gli altri senza neanche accorgersene e tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano”.

Comunicare la povertà: le parole per dirlo

Quando si parla di povertà, chi lavora ogni giorno accanto alle persone in difficoltà è chiamato per primo a fornire un’informazione corretta, esauriente ed efficace. Il problema nasce già dalle parole che usiamo: che cosa è davvero la povertà e chi sono i poveri?

Le definizioni tecniche non bastano. Dire, ad esempio, che “povertà è lo stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché in una inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale”[20], non restituisce la complessità del fenomeno. D’altra parte bisognerebbe chiedere ai 5,7 milioni di persone in povertà assoluta in Italia (dati ISTAT 2024) se si riconoscono nell’etichetta di “poveri”.

Il modo in cui si parla della povertà è essenziale per informare in modo corretto. Le organizzazioni del privato sociale lo sanno bene. Saper spiegare chi sono le persone destinatarie dei propri interventi non è però semplice. Un esempio arriva proprio dal mondo Caritas, dove talvolta si utilizza il termine “beneficiari” per indicare chi riceve aiuto. Un termine che rischia di oscurare una verità fondamentale: il primo beneficiario dell’azione della Caritas è la comunità. Siamo tutti beneficiari — diretti o indiretti — del lavoro svolto. Lo stesso vale per i volontari, che “beneficiano” delle tante proposte di formazione. Eppure non per questo vengono definiti “poveri”. Ciò mostra quanto le parole possano essere limitanti o addirittura fuorvianti.

Non tutto può essere definito con precisione. A volte le definizioni si trasformano in gabbie; altre volte si intuisce qualcosa senza trovare le giuste espressioni. Nei Vangeli, ad esempio, un concetto fondamentale come quello di “regno” non viene mai definito, ma solo raccontato: “Il regno di Dio è simile a…”. Ed è in questa prospettiva che risuona la provocazione di papa Francesco: “La povertà teorica non ci serve. La povertà si impara toccando la carne di Cristo povero, negli umili, nei poveri, negli ammalati, nei bambini”[21].

Forse la parola “poveri” non vuole essere definita, o non può esserlo una volta per tutte. E tuttavia tentare una definizione di povertà, almeno in parte, è necessario per evitare derive strumentali e per ribadire che essa esiste eccome.

È povero chi non ha il necessario per vivere dignitosamente. Ecco una sintesi possibile. Semplice solo in apparenza. Che cosa serve, infatti, per vivere in modo dignitoso? Se la “dignità che appartiene ad ogni essere umano” è “la radice dei diritti dell’uomo”[22], parlare di povertà significa considerare non solo bisogni materiali, ma anche giustizia e diritti.

Le realtà che lavorano con i poveri hanno una ulteriore responsabilità: offrire dati affidabili e non ideologici sulla situazione delle persone in difficoltà, sulle cause delle molte forme di povertà, sul mancato rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e sull’“adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”[23].

Chi opera sul campo deve poter dare ai media gli elementi necessari per comprendere non solo la povertà, ma anche le sue cause e i percorsi che permettono di uscirne. Una sfida complessa, che richiede di descrivere la multidimensionalità del fenomeno. La Caritas e realtà analoghe sono chiamate a creare un ponte tra dati e volti, tra statistiche e comunità reali, “non perdendo di vista che l’asse di ogni strategia sono le persone, con storie e volti concreti, che abitano in un luogo determinato; non sono numeri, dati o statistiche interminabili”[24].

Questo impegno si inserisce in un orizzonte più ampio. Papa Leone invita a “responsabilità e onestà nell’adempimento dei rispettivi ruoli, per costruire insieme l’informazione del futuro”. E aggiunge:

“In quest’impresa servono creatività e capacità di visione. Serve un pensiero lungimirante e costruttivo, che liberi la comunicazione dalla fretta delle mode, dalla parzialità degli interessi, dalla polemica che non educa all’ascolto. Le ‘cose nuove’ che dobbiamo affrontare chiedono pensieri nuovi e nuove prospettive, capaci di coinvolgere chi invece viene escluso o strumentalizzato da logiche di potere”.

Una sfida che riguarda non solo gli operatori dei media, ma chiunque oggi contribuisca a “mettere in circolo ‘notizie’”[25].

I professionisti dell’informazione servono

I tre ambiti indagati dall’Osservatorio di Pavia – telegiornali, talk-show e post di Facebook – costituiscono un campione significativo, ma rappresentano solo una piccola parte dell’immenso universo dell’informazione. Oggi cittadine e cittadini sono esposti a una quantità enorme di contenuti e di stimoli informativi, di fronte ai quali pochi dispongono degli strumenti necessari per selezionare, valutare e discernere. In questo contesto emergono con forza due elementi, indispensabili per dare orientamento alle persone.

Il primo fattore riguarda i professionisti dell’informazione. Mai come oggi è fondamentale che vi siano persone competenti, aggiornate, garantite nella loro professionalità da un Ordine professionale e sensibili agli obblighi previsti dalle carte deontologiche. Professionisti, cioè, che possano agire da filtro, non per indirizzare l’opinione pubblica in una direzione o nell’altra, ma per fornire ai cittadini gli strumenti indispensabili a una partecipazione informata alla vita pubblica.

I professionisti dell’informazione sono più che mai necessari. La loro scarsità[26] – spesso determinata da logiche di mercato che sembrano irreversibili e da scelte editoriali poco accorte – rende tutti più poveri. Abbiamo oggi molte più informazioni e molti meno giornalisti. Sarebbe essenziale, riprendendo l’immagine in apertura, che un’emittente televisiva avesse risorse professionali sufficienti per coprire entrambe le notizie: quella di un omicidio in un quartiere della Capitale e quella della presentazione del Rapporto povertà di Caritas Italiana.

Dare voce a chi non ha potere, dare visibilità agli invisibilizzati, oltretutto, è una misura dell’indipendenza e della libertà del giornalista.

Obiettivo di una corretta informazione è la cittadinanza consapevole. Ma attenzione,

“i professionisti dei mezzi di comunicazione sociale non sono gli unici ad avere doveri etici. Anche i fruitori hanno obblighi. Gli operatori che tentano di assumersi delle responsabilità meritano un pubblico consapevole delle proprie”[27].

Questa consapevolezza, oggi, deve recuperare la dimensione comunitaria del discernimento. Ecco il secondo fattore: la comunità. Se per il singolo individuo è difficile orientarsi nella giungla informativa, una comunità attenta alle dimensioni locale e globale, alla realtà del territorio e alle risorse di prossimità può diventare il luogo in cui avviene l’interpretazione delle informazioni. Nello spirito di Barbiana[28], dove la scuola non poteva prescindere dalla lettura quotidiana – e comunitaria – dei giornali.

Opere segno: dare volto ai dati nell’era dell’iperinformazione

Nell’era dell’iperinformazione, proprio le Caritas dispongono di uno strumento capace di dare un volto ai dati e di trasformare le statistiche in strumenti di animazione della comunità: le “opere segno”.

I progetti, le case di accoglienza e i luoghi di incontro con i “poveri” sono “segno” nella misura in cui riescono a trasmettere un messaggio. Sono opere “parlanti”, secondo papa Benedetto, perché dicono “della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana”[29]. Più dei discorsi, sono le opere a raccontare la testimonianza di carità della comunità, se lo fanno in forme adeguate ai tempi e ai bisogni, orientate allo sviluppo integrale dell’uomo, alla giustizia sociale e alla pace, con particolare attenzione agli ultimi.

Hanno inoltre una funzione pedagogica: accompagnano la comunità attraverso la pedagogia dei fatti – più che delle notizie – e la preparano a una partecipazione informata.

Guardare il mondo con gli occhi dei poveri

L’indagine dell’Osservatorio di Pavia si concentra, per la parte televisiva, sui TG e i programmi di Rai, Mediaset, La7 e Nove. Si tratta della televisione nazionale, quella generalista, “laica” – nel senso di non confessionale. Va ricordato, però, che esiste un mondo dell’informazione di ispirazione cattolica, spesso animato da uno spirito di sana “laicità”, intesa come libertà dalle ideologie e dal potere, che pone il tema della povertà tra gli assi portanti della propria strategia comunicativa.

Le realtà che fanno direttamente capo alla Chiesa italiana – Tv2000, RadioInBlu, il quotidiano Avvenire, l’agenzia SIR – contribuiscono ogni giorno a far sì che si parli di povertà e se ne parli in modo generativo. Lo stesso vale per i periodici diocesani affiliati alla FISC, per le emittenti della rete Corallo, e per settimanali, mensili, pubblicazioni e siti di news e approfondimento, non solo di ispirazione cristiana, che seguono con attenzione le attività e i temi caratteristici del mandato Caritas.

Papa Francesco ha dato a Caritas Italiana una chiara indicazione rispetto alla necessità di guardare il mondo con gli occhi dei poveri. È un criterio di grande valore anche per tutti coloro che operano nella comunicazione, perché a monte di ogni attività informativa c’è quella di osservazione.

A Caritas Italiana Francesco ha indicato, per restare nella realtà, la “via degli ultimi”:

“È da loro che si parte, dai più fragili e indifesi. Da loro. Se non si parte da loro, non si capisce nulla”. “È bello allargare i sentieri della carità, sempre tenendo fisso lo sguardo sugli ultimi di ogni tempo. Allargare sì lo sguardo, ma partendo dagli occhi del povero che ho davanti. Lì si impara. Se noi non siamo capaci di guardare negli occhi i poveri, di guardarli negli occhi, di toccarli con un abbraccio, con la mano, non faremo nulla. È con i loro occhi che occorre guardare la realtà, perché guardando gli occhi dei poveri guardiamo la realtà in un modo differente da quello che viene nella nostra mentalità”. “Sono i poveri che mettono il dito nella piaga delle nostre contraddizioni e inquietano la nostra coscienza in modo salutare, invitandoci al cambiamento”[30].

Non si tratta solo di parlare dei poveri. Né tantomeno solo di farli parlare. Ma di guardare la realtà attraverso i loro occhi.

La povertà informativa

È povero chi non ha il necessario per vivere dignitosamente. Se un’informazione completa e corretta è una ricchezza, la sua mancanza rappresenta una particolare, e diffusa, forma di povertà.

Tra le cause delle “nuove ondate di impoverimento”, che riguardano non solo i “poveri” ma tutti noi – “a volte può accadere che siamo noi stessi ad avere meno, a perdere ciò che un tempo ci pareva sicuro” – papa Leone annovera “un buon livello di istruzione e di informazione”[31]. La povertà informativa ha quindi due dimensioni: i poveri sono meno informati – meno cittadini – e l’informazione sui poveri è carente o di scarsa qualità.

I media sono “possibili e potenti strumenti di solidarietà”. “La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri”. Al contrario, quando “ignorano del tutto alcuni aspetti della sofferenza umana”, “i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono alle ingiustizie e agli squilibri che causano quello stesso dolore che poi riportano come informazione”. “Contribuiscono a far sì che alcune persone siano ‘ricche’ di informazione e altre ‘povere’ di informazione, in un’epoca in cui la prosperità e perfino la sopravvivenza dipendono dall’informazione”. Per questo “le tecnologie della comunicazione e dell’informazione, insieme alla formazione nel loro uso, devono mirare ad eliminare queste ingiustizie e questi squilibri”[32].

L’informazione parziale e carente, soprattutto sui fenomeni legati alla povertà, non solo contribuisce a perpetuarla, ma diventa un fattore di disuguaglianza e impoverimento sociale, poiché la corretta informazione è alla base di ogni forma di partecipazione.

Tra gli ostacoli da rimuovere “che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione”, c’è dunque anche la povertà informativa. La rimozione di questo ostacolo “è compito della Repubblica”. Ma non spetta solo alle istituzioni: riguarda tutti i cittadini – singoli e nelle formazioni sociali – quelli che scrivono e leggono, che “mettono in circolo notizie”, condividono informazioni o le rendono accessibili, e anche chi ascolta e, dopo aver ascoltato, si alza dal divano ed esce per incontrare le storie e i volti di cui numeri e notizie erano solo un’anticipazione.

Piccola conclusione. La povertà come tabù

Ci siamo chiesti, all’inizio, se per rendere la povertà un evento “notiziabile” siano necessari criteri come attualità e novità, vicinanza geografica, portata e impatto, drammaticità e capacità di suscitare emozioni, prestigio delle persone coinvolte, possibilità di costruire una storia e conseguenze sulla vita di lettori e telespettatori.

Probabilmente la risposta è sì. La povertà assoluta, che attanaglia un decimo della popolazione in Italia (e nel mondo una persona su dieci sopravvive con meno di tre dollari al giorno), possiede tutte queste caratteristiche. È attuale, vicina, fa male, fa piangere, ha conseguenze. Si può raccontare bene, volendo, nelle sue cause e nei suoi effetti.

La povertà esiste, e può toccare chiunque, all’improvviso. È una verità che inquieta. Ed è proprio questa sua dimensione profondamente esistenziale a trasformarla, nel discorso pubblico, in un tabù: un tabù che dobbiamo imparare a infrangere.




[1] Caritas Italiana (a cura di Federica De Lauso e Walter Nanni), Fuori Campo. Lo sguardo della prossimità, ed. Palumbi, Teramo 2025.

[2] Vangelo secondo Matteo 26,11.

[3] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 24.11.2013, n. 53.

[4] Papa Francesco, Udienza ai rappresentanti dei media, 16.3.2013.

[5] Papa Francesco, Messaggio per la 48ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24.1.2014.

[6] Papa Francesco, Messaggio per la 55ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24.1.2021.

[7] Dicastero per la Comunicazione, Verso una piena presenza. Riflessione pastorale sul coinvolgimento con i social media, 28.5.2023.

[8] Papa Francesco, Messaggio per la 58ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24.1.2024.

[9] Papa Francesco, Messaggio per la 59ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24.1.2025.

[10] Papa Francesco, Udienza ai rappresentanti dei media, 16.3.2013.

[11] Vangelo secondo Luca 2,10-12.

[12] Vangelo secondo Luca 1,46-55.

[13] Salmo 118,22-23.

[14] Vangelo di Giovanni, 1.

[15] “Oggi il rischio di smarrire ciò che conta nella vita è grande e paradossalmente aumenta proprio sotto Natale: immersi in un consumismo che ne corrode il significato”, papa Francesco, Udienza generale, 20.12.2023.

[16] In particolare nel caso dell’uso di immagini di minori cfr. la Carta di Treviso (https://www.odg.it/allegato-2-carta-di-treviso)

[17] Costituzione della Repubblica italiana, art. 3.

[18] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 24.11.2013, n. 53.

[19] Papa Leone XIV, Esortazione apostolica Dilexi te, 4.10.2025, nn. 10-11.

[20] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/poverta.

[21] Papa Francesco, Udienza all’Assemblea plenaria dell’U.I.S.G., 8.5.2013.

[22] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 153.

[23] Costituzione della Repubblica italiana, art. 2.

[24] Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale dell’alimentazioni, 14.10.2022.

[25] Papa Leone XIV, Discorso ai membri dell’Advisory Board della RCS Academy, 7.11.2025.

[26] Vedi a questo proposito il contributo di Matteo Naccari contenuto in questo volume.

[27] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 562.

[28] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, LEF, Firenze 1967, pp. 26-27.

[29] Papa Benedetto XVI, Discorso alla Caritas Italiana nel 40° di fondazione, 24.11.2011.

[30] Papa Francesco, Discorso ai membri di Caritas Italiana nel 50° di fondazione, 26.6.2021.

[31] Papa Leone XIV, Messaggio per la IX Giornata dei poveri, 13.6.2025.

[32] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 561.

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