«Ecco la “mia” Caritas. Libera e scomoda»

Di Paolo Campostrini – 16.12.2025 – Alto Adige

Paolo Valente, meranese a Roma, è vicedirettore nazionale di Caritas Italiana, ente che coordina le 217 diocesane attive sul territorio nazionale.

Tra Bolzano e Merano è iniziata la sua vita nella Chiesa di dentro, quella nelle navate, e nella Chiesa di fuori, quella tra gli ultimi. Partendo da don Milani, don Michelini, don Bertagnolli e tanti preti di frontiera.

Insomma, lei è partito subito.

Da molto giovane.

E dove?

Nella mia parrocchia, Santo Spirito a Merano, c’era grande vitalità, soprattutto tra i giovani. Da bambino ho conosciuto il mondo scout. È un’esperienza che ti porta direttamente, man mano che cresci, ad assumerti le responsabilità del cittadino e del cristiano consapevole.

Poi?

L’impegno è maturato anche nel gruppo della Scuola Popolare, una realtà ispirata alla Barbiana di don Lorenzo Milani: la centralità della Costituzione, l’importanza della parola, il no alle guerre – con l’obiezione di coscienza – e alle disuguaglianze. 

Cos’è e cosa è stata la Caritas per lei?

Alla fine degli anni ‘80 ho aderito all’anno di volontariato sociale. Una proposta di Caritas Italiana, animata in Alto Adige da don Giancarlo Bertagnolli. Negli stessi anni a Merano don Paolo Michelini chiamava la comunità alla propria responsabilità sociale (incoraggiato dalle lettere pastorali del vescovo Wilhelm Egger). Nasceva la Caritas cittadina, luogo di impegno per molti di noi, in collaborazione con la Caritas diocesana di don Silvio Bortolamedi e Mauro Randi.

Ad un certo punto è arrivato il giornalismo. Sbocco naturale o?

Scrivendo delle nostre attività sono diventato pubblicista e così sono stato chiamato, nel 1993, prima ad affiancare e poi a raccogliere l’eredità di don Giorgio Cristofolini alla direzione del Segno. La proposta di assumere il ruolo di direttore della Caritas diocesana, nel 2014, è arrivata dal vicario don Michele Tomasi e dal mio predecessore Pio Fontana, preoccupati che l’organismo diocesano – nel frattempo unificato – potesse perdere di vista il suo compito essenziale, che è l’animazione della comunità cristiana all’amore concreto per gli ultimi. Ho detto il mio sì. incoraggiato dalle prime parole di papa Francesco e dalle novità che sembravano arrivare dal sinodo diocesano.

Solo che, ad un certo punto, è giunto lo strappo. Problemi con la Caritas bolzanina da cui è andato via?

Beh, ora vedo quei fatti sempre più come un indicatore della difficoltà della diocesi di sviluppare modi originali per valorizzare la corresponsabilità e la convivenza tra persone di lingua e cultura diversa, nel solco tracciato dai vescovi Gargitter, Egger e Golser.

E invece?

La Caritas, a tutti i livelli, deve essere libera da condizionamenti politici, etnici ed economici. Animare la comunità alla testimonianza della carità significa anche fare scelte e dire parole scomode, sapendo di dover pagare di persona. Ma i nodi pian piano stanno venendo al pettine.

E il suo ruolo oggi?

Sono vicedirettore vicario di Caritas Italiana. La Caritas nazionale – che fa capo alla Conferenza episcopale – coordina 217 Caritas diocesane e opera nella rete europea e mondiale. Come vicedirettore accompagno i colleghi nelle attività e negli sviluppi organizzativi interni e collaboro con la direzione nella rete nazionale e internazionale. I primi tre anni ho lavorato anche allo sviluppo della comunicazione e ora mi occupo, tra l’altro, del rilancio delle pubblicazioni.

Perché Bolzano, che è ai vertici della qualità della vita, guardandola con gli occhi della Caritas, ha invece vasti settori della popolazione senza casa, cibo e lavoro?

Negli ultimi decenni ovunque sono aumentate le disuguaglianze. I poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi. Bolzano non fa eccezione. Le crisi dal 2007 in poi hanno congelato i salari mentre il costo della vita è cresciuto. Il lavoro c’è, ma a volte non basta. Il mercato chiede specializzazioni che non tutti hanno.

Cosa ci manca, qui?

Allora, non c’è solo la povertà materiale, ma anche la solitudine, il disagio psichico, la povertà educativa e relazionale. La povertà, anche in Alto Adige, è sempre più multidimensionale. La pianificazione sociale da parte dell’ente pubblico è essenziale. Fondamentale è il ruolo della comunità. È nella comunità e nelle reti sociali che molte forme di disagio possono trovare risposte positive. Ecco il ruolo della Caritas e della società civile.

La nostra Diocesi che ora è in prima linea nel colpire gli abusi, si è, come alcuni sostengono, mossa con troppo ritardo. 

Gli abusi sessuali – che si trovano ahimè in tutti gli ambiti a partire dalla famiglia – sono una drammatica manifestazione dell’abuso di potere.

Come si affronta?

Personalmente non credo che la questione si risolva moltiplicando i comunicati stampa, riesumando fatti (molti dei quali presunti) del passato e con la caccia alle streghe. La tolleranza zero è da avere in primo luogo con chi oggi abusa della sua posizione di potere. Servono metodi efficaci di prevenzione: nella famiglia, nella scuola, nello sport, nella chiesa.

Il (costoso) metodo adottato finora ha portato, tra l’altro, a una condanna sommaria del passato (ad esempio di vescovi, come il fondatore della diocesi Gargitter, che vanno invece solo ringraziati per il loro impegno profetico) e a un clima di paura e sfiducia nella comunità e tra i suoi pastori.

Poi il caso don Carli. Come lo giudica?

Premetto che ritengo don Giorgio, che conosco, del tutto innocente. Per questo mi sento di dire, con tutti quelli che lo conoscono, che ha subito e sta subendo un trattamento ingiusto e, a dir poco, scorretto. È messo alla gogna come colpevole di un reato infamante, mentre in realtà è vittima di una situazione paradossale. Ma anche qui prima o poi la verità verrà a galla.

Al centro dell’impegno della Chiesa oggi deve esserci la fede e anche la società? Molti ritengono che se si trasforma solo in una ong perde il suo afflato spirituale. È un rischio?

Le ong sono una cosa buona, ma la comunità cristiana è chiamata in primo luogo a dare testimonianza della “buona notizia” (vangelo), ovvero del fatto che solo l’amore è regola della vita buona. Papa Francesco ha chiesto alla Caritas di percorrere, insieme, tre vie: quella del Vangelo, quella degli ultimi e quella della creatività. E chiedeva una Chiesa “in uscita”. È la “spiritualità della strada” così cara a noi scout. La fede senza le opere è morta, dice san Giacomo.

Come va la famiglia? Si intende la sua.

La mia famiglia (moglie, due figli, una figlia) mi aspetta a Merano ogni due settimane, quando torno da Roma per respirare l’aria della Terra tra i monti.

Interessi, spazio per il resto?

Vorrei avere più tempo per scrivere. Ci piace viaggiare e conoscere altre storie e culture. Siamo tutti impegnati nel promuovere la convivenza nello spirito di Alex Langer e a cooperare in uno stile di dialogo (interculturale e interreligioso), di scambio, senza paternalismi neocoloniali, con alcune comunità dell’Africa Occidentale. Siamo persone normali, ci piace dare il nostro contributo e vorremmo lasciare questo mondo anche solo un poco migliore di come l’abbiamo trovato.

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