Comincia fra pochi giorni l’Avvento, il periodo che conduce al Natale. Nelle città dell’Alto Adige sono già allestiti i mercatini, ovunque sistemati gli addobbi e accese le luminarie. Ma perché? Si investe sul Natale per motivi religiosi, per ragioni economiche, per dare sfogo ai buoni sentimenti o per un imperativo identitario?

Ci sono almeno due buone ragioni per abolire l’Avvento e il Natale, non perché essi siano qualcosa di cattivo, tutt’altro, ma proprio per liberarli da abusi e strumentalizzazioni.
La prima ragione è quella economica. L’Avvento è stato trasformato in una fiera del consumismo. La logica del dono è rimpiazzata da quella del profitto. Questo avviene proprio ricordando le vicende di una madre che, non trovando posto in altri alloggi, aveva dovuto partorire suo figlio in una stalla. Naturalmente non vanno demonizzati i mercatini né la tradizione dello scambio di doni. Ma senza rimuovere il senso profondo del Natale.
La seconda ragione è di ordine ideologico. Il Natale e i suoi simboli, come il presepio, sono da un lato messi in contrapposizione con la laicità di una società pluralista, dall’altro sono branditi come arma identitaria per urlare i presunti valori delle “nostre tradizioni”. Bello che l’Avvento duri quattro settimane. Il tempo necessario per capire, volendo, che la culla “al freddo e al gelo” resterà vuota se se ne perde il messaggio di pace, riconciliazione tra cielo e terra, prossimità, accoglienza e impegno personale.
Va sottolineato, a onor del vero, che il Natale – benché si collochi in un tempo, quello del solstizio d’inverno, caro anche ad altre tradizioni religiose – è una festa cristiana. Ciò non può e non deve offendere nessuno. Bello anzi poter rileggere, per descriverne il significato, le prime parole di un documento, intitolato Gaudium et spes, che il Concilio Vaticano II approvò proprio nei primi giorni dell’Avvento di esattamente sessant’anni fa: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
In questo spirito si potrebbe continuare a vivere l’Avvento e il Natale anche senza abolirli.
A tutte e tutti un buon periodo di Avvento, accomunati da ciò che “vi è di genuinamente umano”.