Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.
Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”
Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.
In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.
In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, su tutto il pianeta.
