Il 5 settembre si celebra la Giornata dell’Autonomia. Solo un rito di poco interesse riferito a un tema che appassiona solo gli storici? Magari fosse così. L’Autonomia è oggi più che mai una risposta possibile, forse doverosa, a molte delle crisi che insanguinano il mondo e che si fondano, in buona parte, sul nazionalismo.

Ucraina e Israele/Palestina sono due esempi che, pur con le loro differenze e particolarità, contengono molti elementi che ritroviamo nella storia altoatesina: la negazione dell’altro, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche, l’arroganza del più forte, lo spostamento dei confini, la volontà di dividere, l’erezione di muri.
Hanno in comune anche altri aspetti. Ad esempio, la presenza di persone – sempre minoritaria, in questi casi – che indicano nel vivere insieme la soluzione, anziché nella separazione. Persone convinte che uno Stato laico e democratico debba essere in grado di garantire pari diritti a tutte le minoranze che in esso convivono, a tutte le espressioni culturali, linguistiche, religiose.
C’è poi, da ricordare e da sottolineare, il ruolo delle Istituzioni sovranazionali nella vicenda altoatesina. Furono le Nazioni Unite negli anni Sessanta a riportare Austria e Italia al tavolo delle trattative. Fu il processo di unificazione europea a offrire ai due Stati un linguaggio comune. Oggi ONU e UE sono in crisi. Speriamo sia una crisi di crescita.
Infine, il ruolo della diplomazia e della politica. Mentre qualcuno fece ricorso alle armi e altri rivendicavano la loro supremazia culturale, un patto internazionale – l’Accordo Gruber-Degasperi firmato appunto il 5 settembre del 1946 – pose le basi dell’Autonomia. All’indomani di una tragica guerra. La politica, pur non essendo sempre all’altezza (nemmeno oggi), fu però capace di produrre e attuare lo Statuto di Autonomia (1948) e la sua riforma (1972).
Niente di tutto ciò è esportabile? Almeno l’idea di fondo – vivere insieme è meglio – forse sì.