Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

QuiMedia – 21.8.2025

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col semplice buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

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