Vita Trentina – 10.8.2025
20 settembre 1899, ore 16.35. Il treno allestito per l’occasione, partito da Bolzano, giunge al capolinea. Stazione ferroviaria dell’antica capitale del Tirolo. Sessanta colpi di mortaio ne hanno annunciato il passaggio all’ultimo ponte sul Passirio. Mentre l’orchestra esegue l’inno, l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Asburgo scende con passo elastico i ripidi gradini del vagone speciale. La città si è vestita a festa per accoglierlo. Sul piazzale della stazione è stato eretto un arco di trionfo. Un altro, oltre il fiume, lo attende all’ingresso del territorio di Maia, presidiato da variopinti saltari e da giovani damigelle vestite di bianco.
È la cronaca dell’ingresso del Kaiser a Merano, nel settembre del 1899. La stazione ferroviaria è ormai il punto d’accesso alla città. Alla fine del 1870, quando Francesco Giuseppe raggiunse la moglie Sissi che soggiornava nella conca meranese, i saluti di rito erano avvenuti ancora nei pressi della porta Bolzano, uno dei quattro varchi aperti nelle mura cittadine a partire dal Medioevo. Ancora cavalli, niente vapore.
Se la “città sul confine” ha un punto dove la frontiera si rompe, questo è la stazione. Luogo extraterritoriale, dove non sei più fuori e non sei ancora dentro. Il treno, simbolo del nuovo che avanza. La ferrovia accorcia le distanze, crea lavoro, mette in circolo le idee.
La strada ferrata aveva raggiunto Bolzano nel 1858. Il Brennero nel 1867. Nel 1879 si posano i binari da Bolzano per Merano. Il 21 agosto 1881 transita, per prova, la prima locomotiva: il viaggio tra le due città dura un’ora e mezza.
La stazione meranese sorge lungo l’attuale via degli Alpini. Sarà spostata già nel 1906 sul sito attuale, nelle sue forme Jugendstil, quando si inaugurerà la linea Merano-Malles (1° luglio). Il progetto di una prosecuzione della via ferrata fino a Landeck non troverà mai attuazione, sebbene dopo la guerra il trattato di pace tra Italia e Austria ne preveda la realizzazione. Mai avvenuta, nemmeno in tempo di Euregio.
Vecchi imperatori e poveri diavoli. I lavori per la costruzione e il funzionamento della ferrovia richiamano migliaia di lavoratori (i cosiddetti “aisenboneri”) in Alto Adige e a Merano.

Un articolo pubblicato in prima pagina dell’edizione di Fede e Lavoro del 7 aprile 1905 racconta le condizioni degli operai che lavorano alla linea ferroviaria venostana.
“Per una combinazione fortunata ho potuto compiere un giro interessante fra gli operai italiani addetti ai lavori della ferrovia in Val Venosta. Ne trovai del Trentino e dell’Italia. Saranno in tutti 4000, di cui il contingente maggiore viene fornito dal vicino Regno. Fra i nostri non sono però pochi quelli di Fiemme, Primiero e Valle di Non, che ammonteranno alla bella cifra di 700 od 800. È una stretta al cuore che si prova, passando in rassegna quelle facce abbronzite dal sole, quegli uomini dalle braccia nerborute, costretti a strapparsi dalla famiglia, per mantenerla in vita e per fare, come si dice, buona figura in quella patria, che non sa dare loro pane e lavoro”.
La stretta al cuore la si prova dopo oltre un secolo se si pensa alle migliaia di disperati che affollarono le stazioni altoatesine – questa volta quelle di Bolzano e di Brennero (e poi quelle d’oltre Brennero) – negli anni della grande “crisi migratoria” (2025-2016). Famiglie intere in fuga dalle guerre del Medio Oriente e dalla fame in Africa. Stazioni come zona franca, punto di prima accoglienza, di sosta, di ristoro, di incontro tra diseredati e cittadini increduli, ignari, con cuore e coscienza, di fronte a realtà che ieri come oggi non sanno dare “pane e lavoro”.
Proprio nelle strutture di pertinenza della stazione di Merano per anni ha funzionato un Centro di accoglienza straordinaria per persone richiedenti asilo. Chi viene, chi va, chi resta nell’attesa della buona sorte.
Nel racconto Ce n’andammo Joseph Zoderer racconta la partenza da Merano del fratello quindicenne, al tempo delle Opzioni del 1939. Un inganno.
“Di promesse ne erano state fatte tante, l’azzurro del cielo, il paradiso, ma alla fine avrebbe preferito rinunciare a tutte quelle cose e rimanersene a casa con gli amici a Merano, tanto che lo zio e la zia lo avevano dovuto portare in stazione, scortarlo per così dire, e loro – che non avevano optato tedesco ma italiano – lo avevano consegnato a papà sotto la pensilina della stazione poco prima della partenza”.
Esci dalla stazione di Merano, la città sul confine, e dalla base di pietra rosa cupo del monumento ad Andreas Hofer (inaugurato “postumo” nel 1920) ti salutano ancora le parole “für Gott, Kaiser und Vaterland”, quasi a ricordo della venuta di Francesco Giuseppe. Oppure i colori del mercato e il caos del traffico congestionato del venerdì.
Uscendo dalla parte opposta sei subito al cimitero, altro misterioso luogo di transito. Ovunque tu esca dalla stazione c’è un mondo che inizia.
