Goffredo Fofi. Educatori minoranza etica

Ricordando Goffredo Fofi (*15.4.1937 †11.7.2025) – 20.7.2025

Al passo del Ballino incontrammo Goffredo Fofi. L’occasione, il convegno capi Agesci del Trentino Alto Adige[1]. Era domenica 23 ottobre 2011. Parlammo di educazione, di crisi, di minoranze e di nonviolenza. Di quel pessimismo attivo che assomiglia molto alla speranza.

A presentarlo Chiara Bonvicini:

Ho l’onore di presentarvi il nostro ospite, è Goffredo Fofi. Saggista, critico letterario, cinematografico, teatrale, di fumetto. Il suo pensiero è sempre attivo. È consulente editoriale, ha fondato e diretto diverse riviste. È un intellettuale sempre impegnato dalla metà degli anni ‘50 in iniziative di animazione sociale, educativa e culturale per cambiare la realtà dal basso sempre rimettendosi in discussione sia dal punto di vista teorico che pratico. Abbiamo letto il suo libro La vocazione minoritaria – intervista sulle minoranze e ci è sembrato particolarmente pertinente al nostro convegno: essere minoranza, scegliere di essere minoranza etica. Cosa vuol dire oggi essere minoranza?

L’intervista

Paolo Bill Valente. Una delle caratteristiche di Goffredo Fofi è di guardare il mondo con la curiosità di un ragazzo, attento alle sorprese, ai cambiamenti, è una persona che non vuole lasciarsi trasportare dalla corrente, che vuole dare un contributo affinché qualcosa possa cambiare. Nel libro troviamo una citazione da don Lorenzo Milani: “La cosa fondamentale è l’amore del prossimo, è l’inizio di ogni tentativo di agire nella storia per portarvi più giustizia”. Siamo a un convegno di persone che si propongono come educatori e lo fanno dopo essere stati loro stessi coinvolti in questo processo educativo.
Chi è l’educatore?

Goffredo Fofi. Una premessa: non vi aspettate granché. Io sono un empirico, non sono un teorico. La definizione di intellettuale non mi piace perché gli intellettuali mi fanno piuttosto schifo. Il mio modello di intellettuale è quello del Vangelo di Zaccheo: Gesù sta per entrare a Gerusalemme e Zaccheo si pone nel punto più avanzato e più alto per vedere il nuovo che arriva che è Gesù a dorso d’asino e può essere l’apocalisse come può essere la liberazione, l’inizio di una nuova storia. Il nuovo non è sempre positivo. Io mi sento inadeguato in tutto quello che faccio e forse è per questo che sono bravo, perché so di non esserlo. Faccio delle cose che sono superiori alle mie forze intellettuali e sulla base di un’esperienza costruita negli anni: ho iniziato a lavorare nel sociale a 18 anni con Danilo Dolci a Palermo ed è da più di 50 anni che sono sulla breccia e non ho mai smesso di cercare di fare ciò che mi sembrava alla mia portata e che mi sembrava necessario in quel momento.

L’educatore è uno che si assume una responsabilità enorme. A un convegno nei giorni scorsi riflettevamo sulla critica. Il Vangelo dice di non giudicare ma è dura non giudicare perché forse bisogna giudicare: se uno si assume una responsabilità nei confronti del presente e della collettività è giusto che giudichi, che sappia dire “Qui è giusto, qui è sbagliato, qui è il dubbio, qui è l’equivoco”, cercare di ragionare su ciò che si ha davanti per individuare quali strade sono percorribili e quali no, quali cose sono giuste e quali no, quali sono vere e quali false, quali sono belle e quali no. Sono i valori di Kant: il vero, il giusto, il bello. Essere consapevoli di dover giudicare permette di farlo meglio.

L’educatore si assume la responsabilità di aiutare gli altri a crescere, a trovare un loro posto nel mondo, a capire chi sono loro stessi e cosa possono dare, come possono contribuire all’ambiente in cui crescono. “Educare” significa tirare fuori dagli altri ciò che hanno di bello. In ogni individuo c’è una parte buona e una non buona: gli istinti, la voracità… Rousseau dice che, nel momento in cui un bambino afferra una cosa e dice “mio!”, comincia la tragedia della storia, dell’umanità. Il problema è come conciliare quel “mio!”, che dicono tutti e che non è eliminabile perché è la spinta vitale dell’individuo, con il “noi”, con il “tutti”, con la società. È un problema di aiutare gli altri a tirare fuori ciò che di meglio hanno e a controllare ciò che è solo brutale istinto, spinta individualistica alla sopraffazione. Non è un compito difficilissimo: i bambini sono aperti al nuovo e, se nel nuovo trovano l’allegria, la soddisfazione, la giustificazione, la compensazione ai loro bisogni, funzionano, sono disponibili e hanno un potenziale di vita associativa e collettiva.

Una delle tragedie del nostro tempo è che gli educatori hanno rinunciato a questo compito e sono diventati funzionari di un mercato. Ciò che domina le proposte educative è il messaggio di essere consenzienti al sistema e di consumare. Consumo e consenso sono le basi del nostro sistema. Oggi il consenso nei confronti del potere che ha retto l’Italia in questi ultimi trent’anni sta crollando perché è calato il consumo, perché c’è la crisi. C’è una sorta di viltà collettiva, di autocritica collettiva che gli italiani dovrebbero fare: la sinistra non si è comportata diversamente dalla destra. Io personalmente credo che in Italia sul piano politico oggi ci sono solo la destra e il centro destra, il centro non c’è e la sinistra si è suicidata sposando i modelli esistenziali, economici e culturali della destra diventando un pezzo di questo pensiero, potere unico che ci ha coperti e controllati in questo periodo.

Un grande regista cinematografico, Jean-Luc Godard nel ‘66 nel film Due o tre cose che so di lei (“lei” è la regione parigina e il film era una riflessione su una mutazione urbanistica e umana) diceva: “La pubblicità è il fascismo del nostro tempo”. Aveva ragione se noi chiamiamo pubblicità il modo in cui ci vengono proposti dei modelli, degli stili di vita ai quali dobbiamo rifarci e che hanno un peso enorme sull’infanzia. C’è una sorta di genocidio mentale, spirituale, psicologico dell’infanzia. Si salva la scuola elementare perché vi insegna chi ha un interesse reale per l’infanzia, alle medie e alle superiori ci si va per altre motivazioni, in genere gli insegnanti odiano gli allievi, non c’è l’eros pedagogico di cui parla Socrate, non c’è rapporto affettivo, non c’è rapporto di interesse reale.

Certo c’è qualcuno che si salva. Tutti noi abbiamo in mente uno-due insegnanti che nella nostra vita ci hanno insegnato a capire delle cose fondamentali. Io, per esempio, ho un debito di riconoscenza con la mia insegnante di filosofia alle magistrali di Gubbio, dichiaratamente fascista, allieva di Gentile con la quale ho litigato per tre anni consecutivi e con la quale nacque una grande amicizia continuata anche dopo la scuola. Era uno scontro in cui io cercavo di difendermi da certe cose sue e su altre capivo che aveva ragione lei. Ad esempio, tra Camus e Sartre io pensavo fosse più grande Sartre ma oggi capisco che era più grande Camus, da rileggere sono i suoi Lo straniero, La peste e L’uomo in rivolta, vi riecheggiano temi di oggi. “Mi rivolto dunque siamo”: è la formula che distingue l’uomo dall’uomo massa, pone il problema della ribellione.

Paolo Bill Valente. Molti oggi si indignano, nel tuo libro leggo: “L’indignazione è una merce molto facile da usare anche perché ti fa sentire dalla parte della ragione e ti dà un nemico con cui prendertela, ti evita di fare i conti con te stesso, con le tue complicità e menzogne. … Non abbiamo paura della parola rivoluzione. Non possiamo accettare che la società e la realtà restino come sono. Non accetto. Mi rivolto dunque siamo”. “È dall’amore del prossimo che sono date le grandi rivoluzioni sociali e politiche”. Sono frasi che stanno bene insieme e che definiscono i motivi di fondo per educare.
Quali sono i motivi di fondo che portano una persona a educare?

Goffredo Fofi. Caroline Pratt in Imparo dai bambini introduce l’idea che ogni educazione è una coeducazione, ci si educa continuamente a vicenda. Dai bambini, soprattutto dai bambini poveri di Palermo e di Napoli, ho imparato tantissimo: la curiosità, la disponibilità, l’eros. I bambini hanno un forte intuito: vogliono bene se sentono che una persona è buona. Ogni forma di educazione deve essere per forza uno scambio, una coeducazione, si impara dall’altro in continuazione, si impara anche a capire se stessi e le proprie reazioni. Le provocazioni dei ragazzi sono richieste di attenzione, di affetto, di qualcosa che non hanno avuto. Educazione vuol dire educare se stessi. Se uno non “è”, cosa può dare all’altro?

Sulla rivoluzione Camus in L’uomo in rivolta scrive: “Mi rivolto dunque siamo”. Ogni rivolta, ogni presa di coscienza è inizialmente individuale. Le rivoluzioni nascono da persone che hanno subito o che hanno visto subire un’ingiustizia, il primo momento è sempre individuale e poi diventa collettivo. Camus dice che la rivolta è in nome collettivo, in nome di una solidarietà con gli altri essere umani, altrimenti la rivolta diventa un fatto volontaristico di propria affermazione contro gli altri o di violenza sugli altri.

Aldo Capitini diceva “Mi dicono che il pesce grande mangerà sempre il pesce piccolo, che ci saranno sempre i ricchi e i poveri, che ci sarà l’ingiustizia… Io non lo accetto”. La non accettazione è il momento in cui scatta la rivolta che può essere individualistica e che può anche rovesciarsi nel male: nel racconto Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist l’ingiustizia subita dal protagonista lo porta a diventare più ingiusto dei suoi persecutori. Ulrike Meinhof del gruppo terrorista tedesco post ‘68 “Baader Meinhof” si indignò di fronte al trattamento in Israele di alcuni palestinesi, fu la sua presa di coscienza politica e divenne una terrorista e, come terrorista, si comportò più ferocemente dei persecutori che aveva osservato. C’è il problema del rapporto tra fini e mezzi. “Non accetto”: la scrittrice Anna Maria Ortese, autrice di Corpo celeste, mi disse “la creazione è tarata”, ha il male dentro. Degli amici teologi mi spiegarono che questa è la lettura della Bibbia, è il riscatto dell’uomo dal male, dal peccato originale fino a Gesù che riscatta da questa tara. La rivolta consiste nel non accettare un ordine fisico e metafisico delle cose. Perché l’uomo non può volare? La rivolta ha una sua verticalità, Dante diceva “fatti non foste a viver come bruti”, la rivolta si fa con gli altri e per gli altri, altrimenti diventa una liberazione di sé all’interno di una prigione collettiva che riporta dalla parte sbagliata, dalla parte degli oppressori e non dei ribelli.

Paolo Bill Valente. Irfanka Pasagic neuropsichiatra di Srebrenica/Tuzla, vincitrice del premio Alexander Langer del 2005 dice: “Dio ha sbagliato qualcosa”. La tara è la molla del nostro impegno. Nel libro scrivi: “Non basta essere bravi (o puri) nel proprio piccolo perché nella società cambi qualcosa, occorrerebbe che la bravura di ciascuno diventasse qualcosa che agisce sulla collettività, anche oltre l’esempio”.
Quanto conta l’esempio nell’educazione? Come deve “essere” l’educatore per poter educare?

Goffredo Fofi. L’educazione è una relazione, è un rapporto, altrimenti è istruzione, è un passaggio di conoscenze. Si impara soltanto se c’è un legame tra il bambino e l’adulto e solo se il legame è costruito sulla verità. Il bambino impara da quello che l’adulto è e non da quello che dice di essere. Se questa situazione viene perpetuata si realizza uno scollamento e il bambino impara a comportarsi diversamente da quello che dice.

Paolo Bill Valente. Oggi regna un certo disorientamento rispetto ai valori e alle relazioni, c’è un’assenza di prospettive che tu denunciavi già dagli anni ‘80 riprendendo alcuni detti contadini: “Quando Pasqua viene di maggio, quando l’olivo perde la foglia, quando pisciano le galline”. Sono eventi irrealizzabili.
In questo contesto devono cambiare i contenuti o i metodi dell’azione educativa? Quale può essere la meta concreta e verificabile dell’educazione? O diversamente è solo una prospettiva, una direzione?

Goffredo Fofi. Il grande poeta spagnolo Antonio Machado scrive: “Caminante no hay camino, se hace camino al andar…” (Viandante non c’è cammino, la via si fa con l’andare…). Il problema è quello della direzione, in questo senso l’utopia, un ordine di valori ai quali tendere sono importanti. La teologa Maria Antonietta Potente dice che scopo dell’uomo è inventare una nuova religione perché nessuna di quelle del passato regge il passo con i tempi nuovi. Mi ricollego a Simone Weil che nel ‘44 diceva che non bisognava più pensare alla guerra ma al futuro più lontano, il compito è quello di Zaccheo, di guardare molto più avanti cercando di attraversare il tempo ponendo le basi per il futuro. Il pessimismo è relativo, il vero problema è come reagire all’analisi del presente. Il mio è un pessimismo attivo. La religione è una sfida: assumersi la responsabilità di uomini all’interno di una società di uomini.

Chiara Bonvicini. Come prendere posizione davanti all’ingiustizia che cogliamo?

Goffredo Fofi. Fondamentale è l’analisi del presente. In Italia il mondo si è risvegliato dopo trent’anni, il sistema ha un potere di ricatto e corrompe anche le situazioni più sane. Nell‘89 caddero i muri e finirono le illusioni e le speranze del dopoguerra: si è perduto su tutti i fronti. È finito l’evo moderno e inizia il postmoderno, è un’epoca nuova in cui il lavoro ha perso il suo significato e la finanza è diventata un potere assoluto. Naomi Klein mette in guardia che l’1% della popolazione mondiale controlla il 99% della popolazione mondiale. Uno studio dell’ISTAT dimostra che la distanza tra i super ricchi di oggi e la gente normale è immensamente superiore a quella tra Napoleone e un suo soldato, tra Giulio Cesare e un liberto, tra Nerone e uno schiavo… In America i ricchi possono comprare intere nazioni: è il landgrabbing (accaparramento di terre). Stare dentro la storia significa rendersi conto della mutazione che c’è stata e cercare di capire come reagire.

La crisi ci rimette in discussione totalmente e ci costringe a ragionare su quello che siamo e su quello che possiamo essere, dalla crisi deve essere tirata fuori l’energia per reagire alla crisi stessa e per proporre le soluzioni. È un’epoca entusiasmante perché permette di pensare a come contribuire alla storia. È necessario ritornare all’orizzontalità trovando delle soluzioni “dal basso” che rendono attuali le forme associative. Il capitalismo è arrivato alla frutta, ha mostrato tutto il suo orrore, quando il mondo rimane nelle mani di pochissime persone super ricche il sistema è diventato aberrante. Occorre riscoprire il mutualismo, l’associazionismo è l’unica strada che si può percorrere. L’ulteriore salto – che lascio alla Provvidenza – è come questi piccoli gruppi attivi riusciranno a coordinarsi tra loro e ad avere influenza sulla grande storia, cioè sul potere. È un’epoca totalmente nuova e dobbiamo imparare a ragionare in termini nuovi.

Paolo Bill Valente. Le minoranze: uno dei grossi problemi della nostra associazione è di trovare persone disponibili a spendersi nell’educazione.
Quali elementi fanno degli educatori una minoranza? Che cos’è una “minoranza etica”? Quali i suoi compiti? A cosa deve puntare? Quali le sue priorità?

Goffredo Fofi. Il primo dovere di una minoranza è di essere intelligente. Sono stanco di parlare a gente buona ma stupida. C’è un dislivello tra pratiche sociali e educative elevate e livelli di comprensione del mondo bassissimi. Le minoranze all’interno della Chiesa sono le uniche che potranno portare rinnovamento, non me lo aspetto invece dalla tradizione laica della sinistra. Ed è per questo che sono venuto volentieri a discutere con voi. L’educatore si pone il compito di essere utile al prossimo, agli oppressi che non sono solo i bambini morti di fame ma sono anche i nostri bambini che sono privati dell’infanzia, della possibilità di crescere diventando se stessi, sono corrotti dalle famiglie. Oggi i peggiori nemici dei bambini sono i genitori e non la scuola. Gli oppressi siamo anche noi, siamo vittime di una stampa oscena responsabile più dei politici del disastro morale del Paese. La stampa vive del finanziamento della pubblicità che non è mai neutra, propone truffe. I prodotti sono funzionali alla distruzione del pianeta, del futuro. C’è un sistema di complicità del quale tutti noi facciamo parte. Uscirne significa prendere in mano il nostro destino, riproporci come persone pensanti che hanno il dovere di diventare intelligenti e ricominciano ad operare in funzione di ciò che possono controllare.

Il problema è ciò che si può fare nella propria comunità, è un problema di responsabilità nei confronti della propria collettività. Il rapporto tra fini e mezzi è un discorso centrale. 50 anni fa sono stato uno degli organizzatori della prima marcia della pace Perugia-Assisi ma poi ho smesso di andarci perché non vi vedevo nessun motivo di interesse politico e perché vi vedevo un tradimento dello spirito dell’iniziativa come elaborata da Capitini. Marciare per la pace non disturba nessuno, forse bisogna fare qualcosa di più. Alla manifestazione di Roma di domenica 16 ottobre 2011 il 5% era costituito da black box facinorosi, stupisce come il restante 95% non abbia saputo contrastare la violenza.

È necessario organizzarsi e proporre metodi di lotta diversi. Non mi sento più nonviolento. La nonviolenza è fatta – insegnano Gandhi e Capitini – da tre componenti: 1. non fare del male agli altri, 2. non mentire, 3. non collaborazione. La non collaborazione è la disobbedienza civile: non accettare leggi ingiuste mettendosi in campo per modificarle. Le leggi sono necessarie ma se le leggi sono ingiuste è dovere di ciascuno non accettarle anche a costo di pagare per il proprio dissenso. Noi accettiamo delle leggi inaccettabili che sono fatte dalla borghesia per difendere i propri interessi. La disobbedienza in Italia è stata praticata soltanto dai radicali (i referendum sull’aborto e sul divorzio sono un portato dell’impegno dei radicali).

Chiara Bonvicini. Ci hai detto che essere minoranza è un vantaggio per fare critica costruttiva senza aspirare a passare dalla parte della maggioranza e che è necessario essere intelligenti e cercare nuovi modi di lotta. La resilienza è la modalità di educatori che vogliono superare i momenti di debolezza con la creatività della ricerca di strade nuove? L’affettività: riferimenti valoriali in questo campo? Importanza della relazione tra uomo e donna?

Goffredo Fofi. La condizione femminile in Italia è un tema che non abbiamo affrontato, credo che non sia migliorata. I modelli imposti oggi sono peggiori. Nel cinema degli anni ‘50 c’erano molti film che parlavano delle donne in termini positivi e di emancipazione. Oggi di questo non c’è traccia. O mamme o escort. Le pari opportunità non risolvono il problema. La possibilità di inventare qualcosa di nuovo è bella. La crisi sarà terribile, molto più terribile di quanto si profila oggi. Il conflitto in Italia sarà probabilmente manipolato dai ricchi e metterà i poveri contro i poveri, gli italiani contro gli immigrati… Saranno conflitti difficili da vivere e gestire.

La sfida, la scommessa di inventare qualcosa di bello è affidata a nuclei di piccole comunità attive e aperte che si dispongono a dialogare con altre piccole comunità, che si mettono in discussione e che cercano di elaborare il nuovo. Questo è quanto si chiede agli educatori.

Paolo Bill Valente. Prendiamo nota di questi inviti: il pessimismo attivo, il realismo di fronte a una situazione che non migliorerà, partire dalla realtà per quanto essa sia negativa ed essere nuclei di minoranze attive che cercano di vivere il nuovo e rispondono alla necessità di costruire e inventare qualcosa di nuovo, anche una nuova religione come peraltro fece Gesù Cristo. È il nostro compito ed è entusiasmante.

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[1] Propedeutico alla redazione del progetto regionale 2012-2015 “Amati da Dio, fortificati per amare e costruire la giustizia”.

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