L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

QuiMedia – 10.7.2025

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Michael Gaismair nella litografia di Karl Plattner

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è non ci potrà mai essere.

Lascia un commento