Vita Trentina – 4.5.2025
A differenza dei suoi predecessori, non sono molti gli elementi che legano papa Francesco all’Alto Adige. Papa Benedetto fu di casa a Bressanone prima e durante il suo pontificato, oltre ad avere ascendenti pusteresi. Giovanni Paolo II conosceva le nostre montagne e venne in visita a Pietralba nel 1988. Furono loro a nominare gli ultimi tre vescovi della diocesi altoatesina. Papa Luciani anch’egli aveva frequentato molte volte il santuario di Pietralba. Paolo VI fu determinante nella creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone, nel 1964, e Giovanni XXIII, fu lui che avviò tutto il processo assieme al vescovo Joseph Gargitter.
Ma papa Francesco? Nel dicembre del 2022 citò quello altoatesino come possibile modello di convivenza in relazione alle varie crisi con cui il mondo si trova a confrontarsi, in particolare quella ucraina. Nient’altro? Non proprio.
Il 19 marzo 2017, festa di san Giuseppe, affacciandosi su piazza san Pietro dalla finestra del terzo piano del Palazzo apostolico, disse dopo l’Angelus: “Ieri, a Bolzano, è stato proclamato beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo. Per la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto”.

In effetti Pepi – cresciuto tra le vigne del maso Nusser – era stato proclamato beato il giorno prima nel Duomo di Bolzano. La celebrazione fu presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il decreto della Congregazione che lo riconosceva come martire, un martirio avvenuto “in odio alla fede”, era giunto l’8 luglio 2016.
Fu dunque proprio papa Francesco ad attestare il “martirio” di Josef Mayr-Nusser, passaggio necessario alla beatificazione. E questo benché il giovane padre di famiglia altoatesino non fosse stato direttamente ucciso, ma morì di stenti, per le conseguenze dei maltrattamenti subiti.
Che Mayr-Nusser fosse un martire – ovvero un testimone – non c’erano dubbi tra chi conosceva la sua storia. Risuonano ovunque le sue parole: “Intorno a noi c’è il buio. Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere questo buio con la luce di Cristo, anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”. Testimonianza, martirio.
“Le coincidenze non esistono”, dice papa Bergoglio nel film “I due papi”. Una citazione apocrifa, certo. Ma c’è un filo misterioso che lega il papa argentino al martire sudtirolese. Mayr-Nusser dette la sua testimonianza – il no al giuramento delle SS a Hitler – proprio il 4 di ottobre del 1944, memoria di san Francesco d’Assisi, “uomo di povertà, uomo di pace”. E la Lettera apostolica con la quale papa Francesco lo dichiara beato porta la data del 13 marzo 2017. Papa Bergoglio era stato eletto proprio il 13 marzo, quattro anni prima e si era dato quel nome: Francesco.
“Concediamo – scriveva il papa nella Lettera – che il venerabile Servo di Dio Josef Mayr-Nusser, fedele laico, padre di famiglia e martire, il quale, fedele alle promesse battesimali, riconobbe come unico Signore Gesù Cristo, di cui fu testimone sino ad offrire la propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”.
La causa di beatificazione era stata aperta dal vescovo Wilhlem Egger il 24 febbraio 2006 (anniversario della sua morte nel treno che lo stava portando al lager di Dachau). La procedura si concluse l’anno successivo, il 19 marzo, festa di san Giuseppe. Il 27 dicembre del 2009 (compleanno del futuro beato), il vescovo Karl Golser aprì l’anno diocesano dedicato a Mayr-Nusser, da tenersi nel centenario della sua nascita.
“I martiri”, disse papa Francesco un anno fa, “non vanno visti come eroi che hanno agito individualmente, come fiori spuntati in un deserto, ma come frutti maturi ed eccellenti della vigna del Signore”.
