Da: Paolo Valente, Porto di Mare, Trento 2005
Prima di passare oltre è opportuno soffermarsi brevemente su di un altro cruento episodio avvenuto a Lasa il 2 maggio 1945. Nei pressi del paese, a Cengles, si trova una polveriera nella quale sono costrette al lavoro coatto un certo numero di persone. Si tratta principalmente di militari e civili italiani, tra cui alcune donne, reclutati a Merano e in val Venosta. Il deposito è presidiato da un gruppo di militari tedeschi. Il 2 maggio il comandante della polveriera fa trapelare la voce dell’imminente cessazione delle ostilità, fissata alle due del pomeriggio. Nell’incertezza della situazione una dozzina di lavoratori italiani procede al disarmo dei militari che non oppongono resistenza e si impadronisce del deposito. Uno di loro avrebbe inforcato la moto per recarsi a Merano a chiedere rinforzi al CLN. L’uomo è intercettato e arrestato.
Nel pomeriggio giunge da Silandro una colonna militare tedesca che in seguito si dirige a Cengles e circonda il deposito. I rivoltosi cedono le armi dopo brevi trattative. Si noti che a questo punto è già entrato in vigore l’armistizio firmato a Caserta. Nel frattempo a Lasa è in corso una riunione del locale SOD. Gli animi sono tesi. È viva la preoccupazione per possibili incursioni partigiane dalla Valtellina. Alcuni dei presenti propongono un’azione preventiva contro la popolazione italiana di Lasa. I prigionieri catturati, undici, sono intanto condotti sulla piazza del paese. Quello arrestato in motocicletta ha subito un tentativo di linciaggio, un altro sta per avere la stessa sorte per iniziativa di un ufficiale della gendarmeria militare. Parte della popolazione collabora, altri prendono le distanze.

Passano le ore ed è ormai sera. Alla riunione del SOD è prevalsa la linea dura. I prigionieri sono portati a quattrocento metri dal villaggio, presso una casetta dell’ANAS. Lì avviene la strage. I malcapitati sono fucilati l’uno dopo l’altro. Sfuggono alla tragica fine in due: il primo riesce a scappare, il secondo cade svenuto e per miracolo non è colpito dalle pallottole. Si contano dunque nove cadaveri[1]. Ad essi si aggiunge, poco dopo, quello dell’ex medico condotto di Lasa, sorpreso da due militi del SOD mentre torna da una visita domiciliare: in passato si sarebbe messo in evidenza per i suoi sentimenti antitedeschi ed il suo atteggiamento sprezzante nei confronti della popolazione locale. La sua uccisione è dunque un atto di vendetta[2].
C’è un legame con i fatti del 30 aprile a Merano? Probabilmente non con l’evento in sé, quanto piuttosto con la locale rete di gruppi patriottici. Sembra infatti che alcuni dei protagonisti della vicenda siano membri della resistenza meranese. Ad esempio l’uomo partito in motocicletta sarebbe stato iscritto “alla locale associazione partigiana”[3]. Uno dei caduti, Sartori, avrebbe ospitato nel suo locale di “dopolavoro” a Merano le riunioni clandestine dei gruppi dei volontari[4]. In ogni caso tutti gli uccisi, tranne il medico, vengono trasportati al cimitero di Merano e lì sepolti il 10 maggio[5].
Secondo la ricostruzione postuma di Antonio Calò, infine, l’azione sarebbe stata addirittura programmata analogamente ad un’incursione, poi non effettuata, al deposito d’armi di San Zeno. Scrive Calò nella sua cronistoria[6]:
Fra i tanti gruppi merita di essere ricordato quello di Lasa (…). Il nazista aveva accumulato immensi depositi di esplosivi, armi, munizioni e materiale vario al quale era adibito personale italiano reclutato a Merano e nelle valli circostanti. Detto personale, con comunanza di spirito e fine patriottico, operava già da lungo tempo in relazione con noi; in un colloquio avvenuto il 28 aprile 1945, venne studiato di comune accordo, sin nei più minuti particolari, il modo di salvare e nello stesso tempo di impossessarsi della polveriera. (…) Ma la trama, purtroppo, venne scoperta. L’infame spionaggio al soldo del nemico controllò il nostro movimento, riferì, ed alcuni patrioti vennero catturati e fucilati senza parvenza di processo.
Se è appurato il legame tra alcune delle vittime di Lasa con la resistenza meranese, la ricostruzione dei motivi dell’arresto da parte di Calò suscita serie perplessità. Può essere che esistesse un piano per la presa della polveriera, ma sembra che l’iniziativa del 2 maggio sia poi stata frutto di una serie di circostanze che il 28 aprile non potevano essere previste.
[1] Mario Abolis, Battista Alghisi, Emilio Beriola, Italo Carlin, Antonio Di Lorenzi, Bonaventura Epis, Rocco Lo Rocco, Gino Magro, Fabio Sartori.
[2] IL medico si chiama Michele Indovina. I fatti sono ricostruiti in S. Neri, Passaggio segreto, Bolzano 1989, pp. 105 ss.; Ph. Trafojer, Das Massaker von Laas, in “Der Vinscher”, 2.11.2001.
[3] S. Neri, Passaggio segreto, Bolzano 1989, p. 108.
[4] Intervista a I. A., 15.10.2004.
[5] Cimitero di Merano, Registro dei defunti dal 1940 al 1961.
[6] ASBz, fondo Comm. Gov., fald. 329, “Brigata Merano”, cronistoria della vita partigiana svoltasi a Merano dal settembre 1943 al 4 maggio 1945, Antonio Calò, 12.6.1945.