Il 24 febbraio del 1945, esattamente 80 anni fa, la salma esanime di Josef Mayr-Nusser veniva ritrovata nel vagone del treno che lo stava portando, con altri condannati, al lager di Dachau. Si era rifiutato, da solo, di pronunciare il giuramento di fedeltà incondizionata a Hitler. Una storia solo apparentemente lontana.

Il ritorno in Europa e nel mondo dei fascismi e della follia politica ci riporta direttamente agli anni nei quali Mayr-Nusser si formò e maturò le sue convinzioni. Si tratta dell’Alto Adige degli anni Trenta, stretto tra due dittature imperialiste che stavano preparando il conflitto più devastante che la storia abbia mai conosciuto. Che lui, in quel contesto, trovasse il coraggio di dire no al neopaganesimo nazionalsocialista, al razzismo, all’etnocentrismo e ai nazionalismi, significa per noi che pensare è pur sempre possibile e che il pensiero si può tradurre in scelte responsabili.
Un mondo, quello di Pepi Nusser, preso tra il dilagante individualismo amorale e le appartenenze cieche a masse senza volontà, manipolate dalla propaganda, nemica di ogni verità. In questa situazione i giovani attorno a Josef (e a don Josef Ferrari, loro assistente) scoprivano la dimensione comunitaria. Non la “comunità etnica”, che esclude e imprigiona, ma la comunità nella quale ognuno è un dono per l’altro, in cui si leggono e interpretano insieme i segni della storia e ci si assume ognuno la propria personale responsabilità. “Due mondi si stanno scontrando”, aveva scritto Josef alla moglie Hildegard dal campo di addestramento delle SS dove si trovava suo malgrado.
Josef Mayr-Nusser non fu un eroe solitario e nemmeno l’eroe di un giorno soltanto. È un testimone vero. Fu uno che allenò, mai da solo, la sua coscienza a distinguere, per quanto è possibile, il bene dal male. Ecco, proprio questo lo rende così distante dal mondo dei folli nel quale ci troviamo a vivere noi, donne e uomini del terzo millennio, ma ce lo porta al tempo stesso così vicino, come una risposta autentica, reale, al nichilismo senza speranza di un’umanità che ha bisogno, per preservarsi dalla rovina, di tanti Pepi Nusser e del loro umile coraggio.