Intervento introduttivo al Festival Sabir, Prato (PO) – 18 aprile 2024
Gli anniversari servono per fare memoria.
Il primo anniversario di cui parlare oggi è il decimo anno del Festival Sabir. Esso cade in una stagione densa di eventi drammatici che stanno sfidando le democrazie e stanno mettendo a rischio i diritti umani in ogni parte del globo.
Abbiamo da poco “celebrato” il secondo anniversario di una guerra, in Ucraina, che in realtà dura da almeno dieci anni.
Lunedì scorso abbiamo ricordato un anno di guerra in Sudan. Una guerra che ci dice le decine di conflitti dimenticati in Africa e in tutto il mondo.
Ancora. Proprio il 18 aprile del 2015, 9 anni fa, persero la vita in mare forse mille persone, bambini, donne uomini. Forse la più grande delle tante e troppe stragi lungo i viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo.
Il 7 aprile ricorrevano i sei mesi di un conflitto – in Terra Santa – che in realtà dura da oltre 70 anni e ha radici nei secoli e addirittura nei millenni passati.
La Caritas ha avuto anche le sue vittime a Gaza. Pensiamo in particolare a Viola, una tecnica di laboratorio di Caritas Gerusalemme di 26 anni, che è rimata uccisa sotto le bombe insieme al suo bambino e al marito, il 20 ottobre.
Allo stesso modo, un mese dopo, Issam, farmacista nei programmi per la salute di Caritas Gerusalemme, è morto con i suoi due figli, la madre, le sorelle e il fratello.
Entrambi erano sfollati.
Diciamo questi due nomi per tutte le vittime innocenti di tutte le guerre.
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Tutte queste guerre hanno per prima conseguenza migliaia, spesso milioni di persone sfollate. Persone in cerca di protezione, perché non hanno più una casa a cui ritornare o un luogo sicuro dove vivere.
Sono tutte situazioni che interpellano direttamente la Caritas, meglio “le” Caritas ai vari livelli: diocesani, locali, regionali, nazionali, internazionali.
La Caritas non è di per sé un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo che ha come mission l’animazione delle comunità. Ogni guerra distrugge in primo luogo le relazioni e la comunità. Ogni ricostruzione è efficace se portata avanti da una comunità che si rimette in piedi.
Papa Francesco ha indicato le quattro parole – che sono soprattutto quattro azioni – con cui andare incontro alle persone in fuga: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.
Sono tutte azioni che interpellano la comunità cristiana, ma soprattutto la comunità civile e le istituzioni. Quella che la nostra Costituzione chiama “la Repubblica”.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Articolo 3).
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Articolo 2).
“La Repubblica” siamo noi, i cittadini e le istituzioni. Le istituzioni e i cittadini, i territori, quella dimensione che chiamiamo “comunità” e che, come Caritas, siamo chiamati ad animare.
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C’è un altro anniversario che ricorre esattamente oggi. È la fondazione della “Pontificia commissione di assistenza ai profughi” (PCAP). Essa fu costituita da monsignor Ferdinando Baldelli, su incarico di papa Pio XII, proprio il 18 aprile 1944. Oggi, 80 anni fa. La “Pontificia commissione di assistenza ai profughi” (PCAP), sarebbe diventata l’anno dopo la ““Pontificia commissione di assistenza” (PCA) e nel 1953 la “Pontificia Opera di assistenza” (POA).
La POA fu sciolta da Paolo VI nel 1970. Ma fu dalle ceneri della POA, nel 1971, che nacque la Caritas Italiana, con un radicale cambio di paradigma. Non più un ente assistenziale, ma un organismo di promozione e animazione.
“La Caritas Italiana”, dice il nostro statuto, “è l’organismo pastorale costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana al fine di promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”.
Ma è interessante ricordare oggi che questa storia che evolve nella Caritas, è cominciata durante una guerra. Il 18 aprile 1944, prima ancora che Roma fosse liberata. Durante una guerra e con i profughi nel focus.
Racconta don Primo Mazzolari in un suo libro che ripercorre questa storia:
“In poche settimane la PCAP non solo riuscì ad assistere circa 200.000 profughi, schedandone circa 70.000; Ma quando Roma risultò completamente isolata dal resto del Paese e la sua popolazione venne a trovarsi in condizioni di estrema penuria, chi le risparmiò la tragedia della fame, fu proprio lo strumento caritativo voluto da Pio XII”[1].
Ci troviamo oggi in una situazione simile a quella dell’ultimo dopoguerra. Il papa la definisce la “Terza guerra mondiale a pezzi”.
I profughi sono le vittime e sono la conseguenza di un mondo che, come nel Novecento, non è stato in grado di darsi istituzioni internazionali efficaci, fondate su una partecipazione vera di tutti, sulla condivisione delle responsabilità e su un multilateralismo che, citando ancora Francesco, “non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile”, capace di sviluppare “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”[2].

[1] Primo Mazzolari, La carità del papa. Pio XII e la ricostruzione dell’Italia (1943-1953), ed. Paoline 1991.
[2] Papa Francesco, Laudate Deum, 35.