Alto Adige – 22.9.2023
Se ne andava trent’anni fa (il 23 settembre 1993), in silenzio, dopo una vita regalata al bene comune, ovvero al bene di tutti e di ciascuno. Don Giorgio Cristofolini, originario di Vigo Cavedine, era stato ordinato sacerdote subito dopo la guerra. La sua prima destinazione come cappellano, Predazzo, l’aveva immediatamente gettato nel mondo degli operai. Erano gli “uomini delle gallerie”, i lavoratori nei cantieri di quelle dighe idroelettriche che a metà del secolo scorso sorsero in diverse località del Trentino e dell’Alto Adige, a volte alterando drasticamente il paesaggio e la storia. “Uomini delle gallerie” erano anche i minatori di Monteneve, ai quali don Giorgio si dedicò anima e corpo per almeno quindici anni.

A Bolzano arrivò nel 1950, con la qualifica di assistente provinciale delle Acli. Ma non era uomo da stare fermo in ufficio. Partiva di buonora e si rendeva presente tra i suoi operai, i suoi minatori, in tutti gli angoli della provincia. “Uomini delle gallerie” che erano al tempo stesso “uomini dalla valigia”. Qui in Alto Adige, diceva, “hanno trovato il pane per la famiglia, che viveva sotto altri cieli. Molti, troppi in galleria hanno lasciato la vita o la salute”. Mi confidò: “Ormai è diventata un’ossessione: quando accendo la luce, il mio pensiero corre ai tanti di cui ho composto le salme all’interno della galleria”.
Quei volti, segnati dalla nostalgia, gli ricordavano il padre, partito negli anni Venti del Secolo breve per il Brasile e poi per la pampa argentina. “L’immagine di quest’uomo che gira il mondo con la valigia sulle spalle l’ho sempre avuta impressa dentro di me. È stata una molla che mi ha fatto vedere quanti altri viaggiano con la valigia sulle spalle e forse non trovano un po’ di cuore, un po’ di comprensione, qualcuno che li accolga, che gli si dimostri e che gli sia veramente amico”.
Come assistente delle Acli don Giorgio ebbe modo di dedicarsi al “bene di ciascuno”. Andava orgoglioso del fatto che i medici avessero riscontrato nei suoi polmoni un principio di silicosi. Voleva essere anche lui come gli uomini delle gallerie, come gli uomini dalla valigia, condividere con loro gioie e speranze, tristezze e angosce. Per stare con loro rischiò pure la vita. Come quella volta che stava per rimanere assiderato sui sentieri gelati di Monteneve.
Percorrendo in lungo e in largo l’Alto Adige, ne colse le ferite e ne capì le contraddizioni. Vedeva le “inequità” nelle relazioni tra i gruppi linguistici e accanto ai temi sociali si sentì chiamato a spendersi per il “bene di tutti”, affinché si trovasse, a cominciare dalla chiesa, un linguaggio comune, rispettoso delle diversità culturali. Lavorò in questo fianco a fianco a mons. Joseph Gargitter, un vescovo che aveva una visione di futuro, un uomo di vero spessore, capace di parole e di atti profetici, ben lontano da un’idea di chiesa che sia mera struttura di potere. Del resto, allora, soffiava forte il vento del Concilio.
Don Giorgio Cristofolini e il gruppo delle Acli rappresentano bene quegli altoatesini di lingua italiana che, scevri da ogni approccio nazionalistico, non avviluppati a posizioni di un potere fine a se stesso, hanno saputo fare la loro parte perché ci hanno creduto e non perché si aspettassero di ottenere qualcosa in cambio. A volte chiamati ad assumersi la responsabilità di scelte impopolari per poi essere messi alla porta con (o senza) tante grazie.
La nascita della diocesi trilingue di Bolzano-Bressanone, coincidente con il territorio e la comunità provinciale altoatesina, è anche opera di questo genere di persone. Tra loro don Giorgio ebbe un ruolo che prima o poi gli si dovrà riconoscere. L’idea di Gargitter: una diocesi nella quale ogni gruppo avesse davvero – in modo autentico e non solo apparente – gli strumenti necessari a sviluppare un’identità dinamica e plurale. Un sogno che richiede impegno e responsabilità e che merita sia consegnato alla cura di persone capaci di guardare lontano.
Uno degli strumenti di convivenza concepiti da Gargitter, affidato a don Giorgio fin dal 1965 (dopo la creazione della diocesi, nei mesi di chiusura del Concilio Vaticano II) fu il settimanale diocesano Il Segno. Perché bisognava essere pronti a “riconoscere i segni dei tempi”. Nel giornale, che diresse fino all’ultimo giorno della sua vita, il “prete in miniera” portò l’esperienza delle gallerie e dei percorsi di convivenza. Considerava l’informazione un servizio alla comunità e alla società. Aborriva i toni scandalistici e l’uso delle menzogne e delle mezze verità per guadagnare qualche lettore (e qualche lira) in più, senza riguardo per la dignità delle persone.
La sua eredità di direttore del Segno, così come me la consegnò d’un tratto in quella fine estate del 1993, consisteva in due principi: mai soffiare sul fuoco dei nazionalismi (e di qualsiasi altra forma di egoismo collettivo); sempre dare voce a chi non ha voce. “Anche se questo, inevitabilmente, ti creerà problemi”.
Grazie don Giorgio. Il tempo sarà galantuomo.