Era il 2013. Invitammo una serie di persone di varia estrazione ma di sicura sensibilità alla voce dello Spirito a riflettere attorno all’episodio narrato da Giovanni, quello della donna samaritana che incontra Gesù nei pressi del villaggio di Sicar. Tra i due nasce un dialogo dalle battute vivaci, intriso di spirito ecumenico. Proprio sui messaggi espressi in relazione al dialogo ecumenico e interreligioso vertono i contributi da me poi raccolti e pubblicati nel volume “Al pozzo di Giacobbe. Il dialogo rivoluzionario tra Gesù e la Samaritana”.
Mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, scomparso questa mattina all’età di 99 anni, era tra le persone invitate a partecipare. Non esitò a dare il suo assenso e a scrivere il suo contributo. Un testo che introduce, come suo solito, con una barzelletta. Don Luigi era uomo di vero spirito.

Il libro contiene, oltre le sue, le riflessioni degli studiosi della Bibbia Paolo De Benedetti e Bruno Maggioni, del monaco brasiliano Marcelo Barros, dei teologi Carlo Molari, Franco Mosconi, Brunetto Salvarani e Lilia Sebastiani, del vescovo burkinabé Joachim Ouédraogo, del vescovo beninese Paul Kouassivi Vieira e dei vescovi italiani Vincenzo Paglia e Michele Tomasi, delle pastore protestanti Odja Barros, Lidia Maggi, Letizia Tomassone, dei missionari Bruna Menghini, Gioele Salvaterra e Renato Kizito Sesana, della biblista indiana Rekha M. Chennattu, oltre a quelle di personaggi come Viviana Ballarin, Paola Bignardi, Giancarlo Bruni, Arrigo Chieregatti, Luigi Sandri e Maria Voce.
Ripropongo qui il contributo di mons. Luigi Bettazzi, un suo particolare dono ai volontari del “Pozzo di Giacobbe | Jakobsbrunnen”.
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Attorno a quel pozzo la fede unisce
di mons. Luigi Bettazzi
Questo brano del vangelo di Giovanni è così famoso che si è prestato a molte ermeneutiche, perfino a quelle umoristiche, come quella del parroco che, avendo redarguito il suo viceparroco di frequentare troppo le donne ed essendosi sentito rispondere che anche Gesù lo aveva fatto, per esempio con la Samaritana, precisò che: 1) era stata una volta sola, 2) c’era di mezzo un pozzo, 3) non è detto che fosse la cosa migliore fatta da Gesù!
Certo questo brano del vangelo va inserito nei grandi temi teologici tipici di Giovanni (l’acqua, il pane, la vita, la luce…), ma, fra i tanti motivi di riflessione, due sembrano a me particolarmente importanti ed attuali. Il primo riguarda la prospettiva della salvezza. Per poter dare il suo annuncio, il suo vangelo (eu-angelion: il buon annuncio), che Dio ci ama e ci vuole tutti salvi, Gesù deve secondo la mentalità del suo popolo e del suo tempo, privilegiare il popolo ebraico (“Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”, Mt 15,24). Ciononostante egli già annuncia che trova una fede più grande al di fuori di questo suo popolo: così presso il centurione che non è degno di ricevere nella sua casa Gesù, di cui però una sola parola può salvare il ragazzo morente (Mt 8,10); così quella madre siro-fenicia cui basta una briciola di quello che cade dalla tavola dei figli (Mt 15,27).
Una singolare manifestazione di questa apertura ai non ebrei è il privilegio dato da Gesù ai samaritani, antichi ebrei mescolatisi però con gli assiri che li avevano conquistati: è un samaritano che costituirà il modello dell’amore del prossimo dopo il disinteresse del sacerdote e del levita (Lc 10,31), sarà un samaritano l’unico fra i dieci lebbrosi guariti a tornare a ringraziare Gesù (Lc 17,16). E qui una samaritana, per di più di vita non esemplare, diventa destinataria dell’annuncio fondamentale.
È proprio questo l’altro motivo che vorrei puntualizzare: la fede infatti è apertura della propria persona a Dio, a cui però seguono le modalità con cui si esprimono sia l’adesione della mente che l’adeguamento della vita, e sono queste a costituire le religioni. Non di rado peraltro può avvenire che lo svilupparsi delle religioni, con le loro concrete formulazioni, possa far dimenticare, o comunque attenuare, la forza ispiratrice della fede. Gesù non nega il valore delle religioni (tanto da precisare che il culto autentico è quello del tempio di Gerusalemme contro quello surrogato del Garizim: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei”), ma vuole richiamare fortemente il senso profondo della fede: Dio è spirito e vuole una adesione piena e interiore, “nello spirito e nella verità”. Se poi questa espressione, secondo il linguaggio giovanneo, allude alla verità che è Cristo ed allo Spirito Santo, questo verrebbe non a modificare bensì a confermare la forza radicale della fede che è apertura all’amore, realizzata nel mondo dallo Spirito Santo, e che impegna ogni momento della vita umana, così come lo è stato per Gesù Cristo nella sua vita terrena, tutta redentrice e santificatrice del creato, proprio perché trasfigurata dalla divinità ad essa inerente e, attraverso di essa, trasmessa all’intera umanità.
Credo che questi due motivi rendano più che mai attuale questo brano del vangelo di Giovanni. Se Dio è spirito, se Dio è amore, la religione in cui si articola questa fede non può contrariare l’amore. Se pensiamo a quante violenze, di ogni tipo, si sono fatte (e ancora si fanno) in nome delle religioni, vuol dire che in esse ha preso il sopravvento l’aspetto terreno sulla loro ispirazione divina. E dobbiamo deplorare che anche il Cristianesimo non sia rimasto esente da questa contraddizione, partendo dalle Crociate, arrivando alle Inquisizioni. Ma dobbiamo prolungare l’esame di coscienza ai nostri giorni. Perché questa contraddizione non rimanga, penso, ad esempio, come la “nuova evangelizzazione”, che sta così a cuore al Pontefice (tanto da avere costituito per essa una nuova Congregazione vaticana e di avere indetto un Sinodo episcopale), dovrebbe partire proprio da lì, per vedere quali sovrastrutture – mentali e pratiche – si debbano purificare perché appaia davvero il principio fondamentale dell’amore.
E credo che la prima purificazione da compiere sia quella di abbandonare il principio che il fine giustifica i mezzi, mentre sono proprio i mezzi distorti a distorcere anche la comprensione e l’accoglienza del fine: credo che anche le cose più atroci compiute in passato e quelle più devastanti compiute anche in seguito, siano state realizzate “a fin di bene”, con i risultati che tutti tocchiamo con mano!
Questo si collega intimamente al primo motivo, che è il “farsi prossimi a tutti”, proprio a cominciare dai nemici, dalle persone più squalificate, da quelle umanamente meno simpatiche: le religioni dividono, la fede profonda e l’amore ci uniscono. Sullo stesso piano religioso gli incontri interreligiosi di Assisi ce lo confermano. Ma è sul piano umano, più profondo, che la Parola di Dio ci annuncia (Mt 25,31) che viene ammesso al regno di Dio – cioè alla realtà come Dio la vuole – solo chi dà da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, il vestito agli ignudi (il lavoro?) e così via, anche se non l’ha fatto con motivazioni cristiane (“quando mai ti abbiamo visto?”), perché in ogni fratello povero c’è Cristo.
Questa è la grande testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare, questa è l’evangelizzazione a cui principalmente deve impegnarsi. Se la chiamano “nuova” è perché troppo spesso l’abbiamo dimenticata o non abbiamo saputo farla vedere con evidenza.
Più attuale di così?!
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