Vita Trentina – 8.1.2023
I legami di papa Ratzinger con l’Alto Adige risalgono alla sua stessa storia familiare. I bisnonni di Benedetto erano l’uno, Anton Peter, di Aica, e l’altra, Elisabeth Maria, di Rasa, presso Bressanone. E proprio a Bressanone il teologo, l’arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale fu solito trascorrere periodi di vacanza. Vacanza attiva, naturalmente, come lui stesso raccontava: “A Bressanone ho scritto gran parte dei miei libri”. Ma anche: “Mi sono rilassato, ho trovato amicizie”. Parole pronunciate il 9 agosto del 2008. Per due settimane, questa volta, furono vacanze “da papa”.

Accolto dal vescovo Wilhelm Egger – che morì improvvisamente a pochi giorni dal rientro a Roma di Benedetto – il papa per due domeniche si affacciò alla finestra del Seminario maggiore di cui era ospite per la recita dell’angelus.

La prima domenica, il 3 di agosto, commentando le letture del giorno si soffermò sulla dimensione del dono. “Le cose più grandi di questa nostra vita non possono essere acquistate né pagate, perché le cose più importanti ed elementari della nostra vita ci possono soltanto essere donate: il sole e la sua luce, l’aria che respiriamo, l’acqua, la bellezza della terra, l’amore, l’amicizia, la vita stessa”. E di conseguenza “ci sono anche cose che nessuno ci può togliere, che nessuna dittatura, nessuna forza distruttrice ci può rubare. L’essere amati da Dio, che in Cristo conosce e ama ciascuno di noi; nessuno ce lo può portare via e finché abbiamo questo, non siamo poveri, ma ricchi”. Infine, poiché siamo destinatari di così grandi doni, “a nostra volta dobbiamo donare”. “Dobbiamo essere persone che donano, perché siamo persone che ricevono”.
All’angelus del 10 agosto papa Benedetto propose, traendola dalla liturgia, l’immagine della “misera barchetta” di Pietro. “Come questa barchetta, che era la Chiesa di allora, si trovava nel vento contrario della storia e come sembrava che il Signore l’avesse dimenticata. Anche noi possiamo vedervi un’immagine della Chiesa del nostro tempo”.
Nel frattempo (5 agosto), il papa era stato a Oies, paese natale di san Giuseppe Freinademetz, il quale “ci mostra che la fede non è una alienazione per nessuna cultura, per nessun popolo, perché tutte le culture aspettano Cristo e non vanno distrutte dal Signore: giungono anzi alla loro maturità”, e il giorno successivo aveva incontrato il clero diocesano nel duomo di Bressanone. Erano stati scelti alcuni sacerdoti e un seminarista per formulare delle domande al pontefice. Uno di essi il prof. Karl Golser che pose questioni sul “senso di responsabilità nei riguardi del creato” e sugli stili di vita. “La ringrazio molto, caro professor Golser: sicuramente lei potrebbe rispondere molto meglio di me a tali questioni”, disse il papa tra lo stupore di tutti. E tuttavia non si tirò poi indietro: “Proverò lo stesso a dire qualcosa”. E lo disse.
Non sapeva, Benedetto, che di lì a pochi mesi avrebbe nominato quello stesso prof. Golser a terzo vescovo della (allora) giovane diocesi di Bolzano-Bressanone.
Quando il 9 di agosto il Comune di Bressanone lo nominò cittadino onorario, Benedetto sottolineò come questa sia una terra “di incontro tra le culture: nelle tre lingue infatti – italiano, tedesco e ladino – si incontrano le culture, e l’incontro tra le culture, di cui oggi tanto abbiamo bisogno, ha una sua storia a Bressanone”. “Sappiamo”, aggiunse, “che non sempre è facile, ma che sempre è fruttuoso e ricco di doni, che aiuta tutti e ci rende più ricchi, più aperti e più umani”. Semi non ancora germogliati.
L’11 agosto, affacciandosi per l’ultima volta alla finestra del Seminario, volle ringraziare l’“esercito di angeli custodi” che gli aveva consentito di “vivere in un’isola di pace”.
“Mi mancano le parole per dire di più”, esitò alla fine. Ma le parole giuste arrivarono: “Speriamo che questi giorni siano nella nostra memoria giorni che ci aiutano anche in seguito a credere nella bellezza della vita e ad avere fiducia nel nostro futuro”.
