Vita Trentina – 25.12.2022
“Intorno a noi c’è il buio”, scriveva Josef Mayr-Nusser nel gennaio del 1938. Una meditazione, la sua, maturata durante il tempo di Natale, alle soglie dell’anno che avrebbe conosciuto avventure senza ritorno come l’annessione dell’Austria al Terzo Reich e, in Italia, la promulgazione e l’attuazione delle leggi razziali.
In questo frangente Mayr-Nusser riflette sul “buio”. È un pensiero, il suo, che si sviluppa nell’oscurità che avvolge la notte di Natale all’interno della quale, nell’esperienza cristiana, si accende inattesa una piccola luce. Piccola ma sufficiente a illuminare tutto. Ciò che conserva e trasmette questa luce nel dispiegarsi della storia umana è la testimonianza di coloro che ne hanno colto anche solo un minimo raggio.
“Intorno a noi c’è il buio. Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. In questa situazione dobbiamo dare testimonianza”. Il buio di cui parla Mayr-Nusser è la negazione della verità che degenera nell’indifferenza, nel disprezzo e infine nella persecuzione. Egli sa che ad essere perseguitato (e prima di ciò lasciato solo e insultato) è proprio il testimone. Quello che ha avuto il coraggio di alzare la mano e di parlare in mezzo al silenzio della massa e all’ignavia delle classi dirigenti.
Il messaggio che il Beato (dichiarato tale da cinque anni nel duomo di Bolzano) trasmette al suo e al nostro tempo è semplice e radicale: “In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere questo buio con la luce”. Una luce che per Josef è “la luce di Cristo”.
Significativa, ed evangelica, la convinzione di Mayr-Nusser: dare testimonianza della luce porterà a pagare di persona. Uno strumento, la testimonianza, efficace quanto al messaggio di cui si fa portavoce, ma fatale per chi ne è portatore. Lo sguardo, benché natalizio, è già rivolto alla croce. Come lo è di per sé il racconto di Natale così come è proposto dai Vangeli. Una vicenda che conduce direttamente al Venerdì Santo e alla Pasqua.

Dobbiamo vincere il buio con la luce, “anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”.
“Abbastanza strano”: Mayr-Nusser esita un istante. “Non la spada, né la violenza, né denaro, nemmeno l’influenza di capacità intellettuali e del potere spirituale, niente di tutto ciò ci è chiesto come condizione indispensabile ad erigere il regno di Cristo sulla terra. Il Signore ci ha chiesto qualcosa di assai modesto e al tempo stesso di molto più importante: dare testimonianza”.
Proprio mentre nelle chiese, a Natale, si annuncia il Verbo che si fa carne, Mayr-Nusser si esprime così: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola”. E aggiunge: “Nemmeno attraverso l’azione”. Afferma: “Spesso può essere più opportuno tacere”. E ancora: “Spesso anche la migliore azione può essere distorta”.
Si può pensare che il Beato abbia formulato questi pensieri meditando il primo capitolo del Vangelo di Giovanni: nella Parola “era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Venne Giovanni “come testimone per dare testimonianza alla luce”. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”.
Mayr-Nusser, sette anni prima del suo martirio, sa che “spesso anche la migliore azione può essere distorta”. E che “spesso può essere più opportuno tacere”. Tuttavia “sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”.
Sia chiaro: il silenzio del testimone non è il silenzio del complice. Josef Mayr-Nusser, vittima dell’abuso di potere e della violenza nazionalsocialista, non esitò a dire ciò che andava detto e a fare ciò che andava fatto. Fu lasciato solo e rese la sua anima a Dio in un carro bestiame diretto al campo di concentramento di Dachau.
