Il lupo, come nelle favole, torna a essere il pericolo numero uno. Per un allevatore certo non è bello vedere il proprio bestiame minacciato e aggredito. E i rappresentanti politici di categoria, per sfuggire al lupo, vanno sul sentiero della semplificazione e, secondo i canoni di storia e tradizione, optano per soluzioni facili.
Ma la soluzione facile di solito non è affatto una soluzione. E il lupo è la metafora della difficoltà – o della non volontà – di accogliere il nuovo (e la complessità), di conciliare esigenze diverse, di sviluppare l’idea di una “casa comune”, di cambiare per crescere, di darsi gli strumenti per con-vivere. È metafora di quel conservatorismo politico, culturale ed etnico (völkisch) che rende bene in cartolina, ma nella realtà soffoca la libertà e il pieno sviluppo della persona umana.
Oggi le favole si chiamano “bufale” (o fake). Restano però popolate dal lupo, almeno da quando la belva è tornata a popolare anche das allerschönste Stück del mondo. A noi piacciono molto gli animali feroci, quando li teniamo in gabbia o allo zoo, ma non li vogliamo affatto vedere nel loro ambiente naturale. Ci piacciono gli animali di cui ci nutriamo. Noi li possiamo uccidere e lo facciamo ogni giorno, il lupo e l’orso invece no. Loro sono cattivi.

I lupi (analogamente a orsi e linci) sono scomparsi dalle valli altoatesine poco dopo la metà dell’800. Sterminati dai cacciatori di lupi. Tra gli ultimi quelli che furono avvistati in val di Funes a fine secolo, provenienti dalla Carinzia, contro i quali si scatenò – con echi mediatici – una battuta di caccia all’ultimo sangue.
Se i lupi continuano effettivamente a popolare più le favole (e le bufale) che non le nostre contrade, è un tema che potrà essere oggetto di uno studio scientifico sulla comunicazione. Qui solo alcuni interrogativi e pensieri senza pretese.
Sappiamo davvero tutto del lupo, oppure il lupo è immagine dell’atavica difficoltà a rimodulare il nostro modo di vivere in un mondo che cambia? Non è forse il simbolo dell’incapacità di instaurare con l’ambiente (che ci dà vita) un rapporto di rispetto, anziché di sopraffazione e violenza? È la natura che violenta l’uomo o viceversa? È davvero il lupo, oggi, il problema numero uno nei rapporti tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e i suoi simili?
Il filosofo Thomas Hobbs, nella sua opera De Cive (Il cittadino), citando un’opera di Plauto (Asinaria, ovvero la commedia degli asini), usò l’espressione: “Homo homini lupus”. Che cosa avrà voluto dire?
