Vita Trentina – 14.8.2022
Gli orchetti vivono nei boschi oppure in luoghi isolati. Li si incontra di notte, negli angoli della cucina o nella stalla. Sono famosi per i loro dispetti. Stuzzicano le cuoche imbrattando di fuliggine i piatti del cibo o gettando fango e cenere nei candorli del latte. Appaiono dopo il tramonto e spesso se la prendono con i tiratardi.
Se vogliono, sono amici preziosi. Danno buoni consigli ai contadini e qualche piccolo aiuto. Alcuni macinano il grano durante la notte, altri suggeriscono al padrone del maso quando è l’ora di arare o di seminare, per avere un raccolto abbondante. Loro lo sanno, perché conoscono le dinamiche del tempo. In cambio prendono per sé un po’ di cereali e di lana scura. Per il resto, quello che fanno, lo fanno gratis e mai possono né vogliono essere ricompensati. Si vestono normalmente di grigio, cioè un misto, come è il loro carattere, di bianco e di nero.
Si dice che gli orchetti siano gli angeli che a suo tempo avevano partecipato alla ribellione di Lucifero, senza però esserne troppo convinti. Si erano lasciati trascinare dalla sua retorica, ma nel loro intimo non avevano mai pensato di voltare le spalle al Creatore. Così mentre Lucifero e i suoi caddero dal cielo e finirono nelle fiamme, quegli angeli un po’ farfalloni restarono appesi alle rocce e ai rami degli alberi. Divennero orchetti, costretti a vivere nelle caverne del sottosuolo fino al giorno del Giudizio.

A Saltusio, in val Passiria, viveva un orchetto assai servizievole. Sarà stato grande quanto una pigna d’abete. Bastava che il mugnaio lasciasse il grano nel mulino la sera e la mattina se lo ritrovava bell’e macinato. Ogni tanto l’omettino faceva visita alle servette nella stalla all’ora della mungitura. Le stuzzicava in ogni modo e quando loro si arrabbiavano prendeva la porta e usciva ridendo. Un giorno, avendo notato che il vestito del folletto si era fatto a pezzi, il padrone chiamò il sarto e gliene fece cucire uno nuovo. L’orchetto però raccolse il vestito, risalì la valle in lacrime fino al passo del Rombo e non si fece più vedere.
Lo stesso accadde al mulino di castel d’Aura, sopra il paese di Tirolo. Il mugnaio fece confezionare per l’orchetto che lo aiutava nel lavoro una giacca, un paio di pantaloni e delle scarpe. Poi diede tutto all’omino a ricompensa del suo lavoro. Ma l’orchetto imballò i vestiti, scoppiò a piangere, salì verso Lungavalle e sparì per sempre. La generosità non tollera alcun compenso.
Nella zona di Merano l’ultimo orchetto si è visto sul Montesole, sopra Parcines, all’inizio della val Venosta. L’orchetto, senza che nessuno gliel’avesse mai chiesto, aiutava nel pascolare le bestie. La mattina si usava dar dietro ad ogni pastore la merenda. Lui però non scendeva mai fin giù al maso. Così i contadini solevano legare la borsa col pane alle corna di un caprone. L’orchetto si era messo al servizio di quei contadini da moltissimi anni. Il suo lavoro era davvero impagabile, ma loro pensarono di doversi sdebitare. Gli fecero cucire un abito tutto nuovo e lo strinsero alle corna del caprone. Quando l’orchetto se ne avvide, ruppe in pianto e disse:
Son così vecchio da ricordare
il monte piccolo come un cerbiatto.
Il pascolo in alto io lo conosco,
nove volte prato, nove volte bosco.
Altrove, lontano, io devo andare,
or che i padroni mi hanno pagato.
Pronunciate queste parole, sparì e non tornò mai più.
[Riferimento: Paolo Bill Valente, Leggende meranesi, ed. Alpha Beta]