Cercasi comunità creativa e attenta

Vita Trentina – 17.5.2022

Icona di riferimento la “moltiplicazione dei pani”. Forse è necessario porre l’accento sulla “divisione dei pani” (meglio: sulla “condivisione”) affinché il dialogo sinodale si concentri maggiormente su ciò che abbiamo già e su ciò che ci impegniamo a fare, anziché su ciò che ci manca e che chiediamo ad altri.

Il documento di sintesi della diocesi di Bolzano-Bressanone per il cammino sinodale si apre con l’ammissione che “la chiamata al Sinodo ci ha colti di sorpresa”. Ma, si avverte subito, “non impreparati”. Del resto il Sinodo diocesano svoltosi tra il 2013 e il 2015 si era chiuso proprio nella prospettiva di rendere la “sinodalità” lo stile ordinario delle dinamiche comunitarie.

Ora però “all’annuncio del Sinodo dei Vescovi si è reagito con una certa diffidenza”. Di fatto la partecipazione a questo nuovo percorso è stata assai inferiore rispetto alle aspettative. Certamente ciò è attribuibile a una molteplicità di cause. Secondo i dati dell’Istituto di statistica della Provincia di Bolzano però la fiducia degli altoatesini nelle autorità religiose dal 2015 a oggi – cioè negli anni successivi al Sinodo – è calata dal 58,9 al 29 per cento.

I risultati dei dialoghi presinodali sintetizzati nel documento pubblicato alcuni giorni fa, riportano uno scenario fatto di luci e ombre e non offrono piste innovative. Tutto appare in qualche modo già sentito e già detto. Non emergono i tratti del volto di una comunità cristiana capace di annunciare la Buona Notizia alle donne e agli uomini di oggi, quelli che in questi giorni si pongono le domande fondamentali rispetto alla propria vita e alla propria vocazione.

Se l’ascolto è “atteggiamento di fondo della fede, nel quale si realizza il senso stesso dell’essere Chiesa”, il rischio è quello di una richiesta di ascolto autocentrata. Non sono io che mi metto in ascolto, ma sono io che voglio essere ascoltato. Un atteggiamento che determina la difficoltà di promuovere lo sviluppo di comunità cristiane che si coagulino attorno all’ascolto per eccellenza, quello della Parola, per poi interpretare alla luce della Parola stessa la vita quotidiana. In modo creativo. Ed essere così lievito nella Chiesa e sul territorio. D’altra parte “la richiesta di un ascolto in grado di innescare un cambiamento viene rivolta con forza alla curia diocesana, al Vescovo, all’episcopato in generale, alla Chiesa universale”. Interessante l’idea di organizzare in futuro delle “Giornate diocesane dell’ascolto”.

Nel dibattito presinodale ritornano i cosiddetti “temi sovradiocesani”, ovvero “l’ammissione di divorziati risposati alla comunione, il riconoscimento delle coppie omosessuali, l’ammissione di donne al sacramento dell’ordine, la questione del celibato e altre ancora. Sono temi sui quali una chiara maggioranza di fedeli chiede e si attende delle riforme”. In particolare “la dottrina sull’omosessualità e sull’identità di genere e l’impossibilità per le donne di accedere all’ordine sacro viene percepita da ampie parti del popolo di Dio come escludente, come anche l’approccio alle persone divorziate risposate. Molti ritengono che la dottrina della Chiesa su questi temi sia in contraddizione con il principio della pari dignità di ogni essere umano, radicata nell’amore creatore di Dio. Per questa presunta contraddizione la Chiesa perde di credibilità e per molte persone questo diventa un ostacolo per accogliere il vangelo”.

Benché in generale emerga la necessità di “cambiare modello” ovvero di “superare un modello spiccatamente clericale”, le parrocchie restano “un importante punto di riferimento della vita dei paesi e dei quartieri”, dove “offrono orientamento ed appartenenza, tramite la celebrazione della liturgia e dei sacramenti”, si prendono “cura di chi ne ha bisogno” e “danno un contributo significativo alla coesione sociale”.

Ciò nonostante le difficoltà della vita ecclesiale si riscontrano proprio a livello parrocchiale dove “si assiste attualmente ad un calo senza precedenti della partecipazione, soprattutto delle famiglie”. Se nei Consigli pastorali parrocchiali, là dove si sono regolarmente costituiti, c’è una “buona prassi di discernimento e di processi decisionali”, tuttavia si chiede di riformare il modello. “Istituire un ministero per la guida della comunità permetterebbe di liberare i preti da tante preoccupazioni di carattere amministrativo permettendo loro di concentrarsi sulla cura delle anime”. E “se invece di pensare ad un ministero guida si provasse a ripensare l’ordine sacro?”

La difficoltà nel leggere la realtà nella sua interezza e concretezza storica è evidente nelle scarse riflessioni dedicate alle dinamiche della convivenza dei gruppi linguistici, elemento identificativo della vocazione di questa diocesi trilingue. Il Sinodo diocesano aveva deciso l’unificazione negli uffici diocesani, prima separati per lingua. “L’attuazione di questo passo è conclusa e mette in evidenza in modo nuovo le questioni della collaborazione e degli equilibri nella scelta delle persone e nei contenuti del lavoro”. Nessuna parola sul fatto, invero assai preoccupante, che a livello di guida della diocesi e di direzione dei vari ambiti della pastorale la parte di lingua italiana è stata completamente cancellata. Questa circostanza getta una luce sinistra su tutto il rapido processo di unificazione e sulla vita della diocesi stessa.

Anche per il tema degli abusi emerge una certa fatica a chiamare le cose col loro nome. Essi non si limitano alle molestie sessuali, ma comprendono gli abusi di potere, le prevaricazioni e l’arroganza degli uomini di Chiesa. La mancata trasparenza e il timore persistente a fare luce su quanto accaduto in passato sottolinea la difficoltà a riflettere su quanta violenza sia anche oggi presente nei metodi, nelle relazioni, nella comunicazione, spesso tendenti – malgrado il dichiarato – al non ascolto e all’umiliazione delle persone, senza prendere sul serio i loro bisogni.

Siamo come i discepoli di Emmaus – immagine proposta nelle conclusioni del documento diocesano – che se ne vanno tristi nella direzione sbagliata, incapaci di ascoltare chi li accompagna. Cleofa e tutti noi riconosceremo la nostra autentica vocazione – tornare sui propri passi, sporcarsi le mani, condividere ciò che abbiamo e ciò che siamo – solo nell’atto dello spezzare il pane, ciò di donare la nostra vita per gli altri.

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