Chiesa altoatesina tra sfiducia e paura

Vita Trentina – 17.4.2022

L’Istituto provinciale di statistica altoatesino (ASTAT) ha pubblicato i risultati di una rilevazione dello scorso febbraio dalla quale emergono informazioni da tenere in seria considerazione.

In particolare la sezione dedicata alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nelle persone che hanno un ruolo pubblico deve far riflettere. Il dato più evidente è che la fiducia dei cittadini è in calo per tutti e per tutto. Ciò riguarda nell’ordine scienziati (78%), insegnanti (68%), forze dell’ordine (68%), imprenditori (60%), dipendenti comunali (56%) e funzionari di banca (50%). L’unica categoria in risalita è quella dei medici (88%). Sotto il 50% si collocano dipendenti provinciali, sindacalisti, giornalisti, politici locali e, ultimissimi, i politici nazionali (7%). Ciò che colpisce particolarmente è il penultimo posto a cui si collocano le “autorità religiose”. Qui la fiducia si ferma al 29% (di cui: molta fiducia 4%; abbastanza fiducia 25%).

“Il fatto che il peggioramento sia generalizzato – spiega l’ASTAT – induce a considerarlo legato più a uno spostamento della posizione esistenziale [cioè verso posizioni in cui prevalgono la rabbia e la mancanza di speranza, ndr.] che ad un giudizio derivante da un’esperienza diretta. Nel complesso, i sentimenti positivi passano in quattro anni dal 62% al 54%”.

Se il calo medio di fiducia è dunque di otto punti, per quanto riguarda la Chiesa cattolica (cui è riferibile il dato sulle “autorità religiose”) si assiste invece a un crollo decisamente più pesante. Dal 55,4% del 2018 al 29% del 2022. Nel 2015 la percentuale era del 58,9%. Quindi quasi trenta punti in meno negli ultimi 7 anni.

Se l’atteggiamento sfiduciato della popolazione è in buona parte ascrivibile agli effetti che la pandemia ha avuto non solo sul fisico ma anche sulla psiche delle persone (non a caso i medici e gli scienziati sono ai vertici della classifica), questa spiegazione non sembra sufficiente per spiegare l’allontanamento tra il popolo e i suoi pastori. A meno che non si voglia affermare che mentre i “medici del corpo” (e paramedici, infermiere e così via) sono stati in prima linea nel prendersi cura delle persone, un’analoga presenza dei “medici dell’anima” non è stata sufficientemente percepita.

Si può anche dire che la sfiducia nella Chiesa cattolica risente di un trend generale che riguarda tutto il mondo e che va letto nel contesto dei processi di secolarizzazione. Certamente sarà così. La Chiesa austriaca non gode (però da decenni) di ottima salute (tranne che per alcune sue espressioni di cui è visibile l’impegno quotidiano) e quella italiana, secondo i dati più recenti (luglio 2021), ha un indice di gradimento del 42% (ma qui si parla di “molta” o “moltissima” fiducia, nel caso di Bolzano anche di “abbastanza” fiducia).

Comunque la si prenda, il dato sulla fiducia – meno 29,9 per cento in sette anni; meno 26,4 per cento in quattro anni – suscita se non altro qualche domanda. Tanto più che il periodo considerato coincide col tempo di attuazione delle decisioni del Sinodo diocesano (che si tenne tra il 2013 e il 2015).

È difficile dire quanto il brutto clima dipenda da scelte specifiche non comprese, da singole persone, dal sistema in quanto tale o dal suo contesto. Papa Francesco lo ha più volte sottolineato: la nostra non è solo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. È questa dimensione che è sfuggita? Si è continuato a difendere posizioni appartenenti all’epoca che non c’è più? Si è smarrita la capacità di scrutare e cogliere i segni dei tempi?

La nuova dimensione di Chiesa non si fonda su numeri o formule organizzative, ma sull’ascolto comune della Parola e sulla condivisione della vita. Questa necessità urgente di recupero dell’essenziale si scontra spesso, nelle nostre Chiese, con istituzioni che non sanno comunicare (perché comunicano in modo unilaterale e gerarchico) e che condizionano la partecipazione alle appartenenze (ovvero escludendo). Ciò vale tanto più in quelle situazioni, come quella altoatesina, in cui vanno messe a frutto diverse lingue e culture. Ogni collaborazione a pari dignità va costruita giorno per giorno, mai data per scontata una volta per tutte. Altrimenti la sfida della convivenza, come pare, è persa, e il lavoro di decenni buttato alle ortiche.

Gestiamo ancora costrutti ecclesiali che sono veri e propri sistemi di potere tutt’altro che inclusivi? La questione del ruolo dei laici e in particolare delle donne è in gran parte irrisolta. La tradizionale connivenza col “potere temporale” rende le nostre Chiese organiche a quell’ancien régime il cui crollo progressivo è visibile, in Alto Adige, nel recente scandalo Svp (e che altrove è crollato da un pezzo). In questo contesto un certo apparato ecclesiastico può forse ancora esibire i muscoli (in un’ottica di scambio) e apparire vitale (se ha un buon ufficio stampa), ma fatalmente smarrisce il suo slancio profetico. Profezia e potere si escludono a vicenda. Quando c’è da difendere un potere (ovviamente coltivato in buona fede, cioè a fin di bene) anche i metodi, infatti, si adeguano. L’autorità si trasforma in autoritarismo (a volte abuso di potere, violenza e sopraffazione), la fedeltà al ruolo in clericalismo, il diritto cede all’arbitrio, l’informazione si fa selettiva o manipolatoria, le relazioni sono condizionate dalla sfiducia generalizzata (che impone silenzi e omertà) e dalla paura (di perdere la propria briciola di potere), l’identità degenera nell’identitarismo (con l’uso strumentale dei “valori non negoziabili”) che a sua volta è nemico del dialogo e di una vera e trasparente comunicazione.

In tutto ciò i contenuti della fede, il dare ragione della speranza che è in noi, passano in secondo piano. Senza la fiducia e la motivazione anche la fede vacilla (Matteo 18,6), le persone si ritirano nel privato (di una rassegnazione malinconica o rabbiosa) o guardano altrove.

È il Vangelo stesso (pensiamo in particolare a Matteo 5,1-16 e a Matteo 23) a offrire diversi spunti per una verifica radicale, anche nella prospettiva dei percorsi sinodali cui siamo stati chiamati. Forse non si recupereranno i punti percentuali perduti, ma una piccola luce tornerà a risplendere davanti agli uomini.

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