Corriere dell’Alto Adige – Don Paolo Renner[1], 27.2.2022
Il vescovo Ivo ha, come noto, sollevato Paolo Valente dal suo incarico dirigenziale nella Caritas diocesana e nella Fondazione ODAR. Molti sono rimasti turbati da questa decisione e mi chiedono di darne una mia lettura. Valente era stato fortemente voluto nel 2014 dall’allora Vicario generale don Michele Tomasi, ora vescovo di Treviso, che conosceva bene la sua persona e il suo impegno nel volontariato e nel giornalismo, tra l’altro quale direttore de «Il Segno».
Dopo la nomina, Valente aveva impostato un percorso pluriennale per orientare maggiormente la vocazione della Caritas a non essere un’impresa di servizi quanto un’organizzazione ecclesiale che promuovesse l’attenzione e il sostegno alle molte povertà del nostro contesto sociale. Negli anni precedenti, infatti, la Caritas aveva partecipato a gare di appalto, vincendo vari servizi e creando non poco malcontento in altre agenzie. In tal modo si era anche gettata una luce negativa sull’impegno della Chiesa in tali settori, che dovrebbe rivolgersi soprattutto alle nuove esigenze, non ancora sostenute dall’ente pubblico o da altre associazioni.
Un punto forte della svolta che Valente ha cercato di imprimere, riguardava la promozione della carità nelle comunità cristiane e anche la sensibilizzazione e il coinvolgimento di volontari nella propria azione. Non dimentichiamo che se la Caritas diocesana è un colosso con 300 dipendenti, si avvale pur sempre di un bel gruppo di circa mille volontari.
Valente ha proposto il suo progetto ai responsabili dei principali servizi, chiedendo che si operasse con maggior senso di responsabilità e motivazione. Non sempre e non tutti hanno però lavorato in maniera egregia e deontologicamente corretta. Non accettando che certi servizi venissero svolti in maniera superficiale o non incisiva, il direttore ha richiamato alcuni di tali dirigenti e uno lo ha anche sospeso dall’incarico.
Che ciò sia avvenuto creando un clima di intimidazione e di autoritarismo non corrisponde alla persona che conosco da lungo tempo e che sempre ha cercato chiarezza e confronto, anche supportato dalla sua prima collaboratrice, Verena Mengin, la quale tra l’altro è di madrelingua tedesca. E lo sottolineo per tranquillizzare coloro che vedono nell’estromissione di Valente una questione etnica. Non è così. Si tratta in realtà del confronto e della tensione che sussiste tra un modello di Caritas di stampo mitteleuropeo — basato soprattutto su operatori assunti — e quello dei Paesi del Mediterraneo, che si avvale piuttosto di volontari e persone che operano a titolo gratuito.

«Quieta non movere!» recita l’antico adagio. E per questo ora Valente paga. Ha voluto il cambiamento e lo ha ampiamente spiegato e ciò gli viene rinfacciato, a colpi di lamentele rimaste anonime e senza capi di accusa concreti e motivati. E qui mi lasciano perplesso alcune affermazioni che ricorrono nel comunicato ufficiale della Diocesi in cui si legge: «Con questa decisione, che è stata presa dopo molti colloqui e tentativi di mediazione, il vescovo Muser confida che “possano essere recuperate la fiducia e la motivazione dei collaboratori della Caritas, in particolare tra i responsabili delle singole aree del servizio Caritas”».
Una mediazione prevede che un soggetto competente metta a confronto le parti in conflitto e cerchi di condurle a un’intesa. Quando uno invece viene liquidato senza aver potuto conoscere delle accuse precise e chi le rivolge, parlare di mediazione non è corretto.

[1] Tra tante altre cose già Decano e Professore di Teologia fondamentale presso lo Studio Teologico Accademico di Bressanone.