Vita Trentina – 24.10.2021
Autunno intenso per la Chiesa diocesana di Bolzano-Bressanone. Dopo il lancio del percorso sinodale, avvenuto in forma di pellegrinaggio domenica scorsa, in questi giorni si tengono in ogni parrocchia le elezioni dei nuovi consigli pastorali. Stordite ancora dagli strascichi della pandemia, le comunità sembrano messe a dura prova. Non sempre è facile anche solo trovare un numero sufficiente di persone che diano la disponibilità a candidarsi per il consiglio parrocchiale. E i percorsi sinodali rischiano di diventare un palcoscenico per pochi, uno sforzo di scarsa efficacia.

Tutti sono ben consapevoli che non basta fare appello alla partecipazione per rimettere vitalità in organismi o organizzazioni che abbiano perso la loro forza vitale. Come ricordava papa Francesco alcuni anni fa, lo scopo dei sinodi non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”.
Se “sinodo” significa “camminare insieme”, allora la prima domanda è: chi è questa comunità che cammina insieme, da chi è mossa e verso dove si muove?
Nella giornata di apertura del Sinodo, domenica scorsa, il direttore dell’Ufficio pastorale Reinhard Demetz, ha ricordato che il papa invita a camminare assieme “all’interno di due contesti molto concreti: il primo è il mondo con le sue ferite. Siamo chiamati a metterci a servizio e rispondere alle grandi sfide che l’umanità oggi si trova davanti: la pandemia, la pace, la crisi climatica, la giustizia”. Il secondo “è il problema dell’abuso del potere e delle altre forme di abuso collegate, che ci impediscono di metterci al servizio gli uni degli altri”.
Nel suo discorso programmatico di fronte agli operatori pastorali della diocesi, a fine settembre, il vescovo Muser aveva fatto appello a un’autentica partecipazione alla creazione dei nuovi consigli parrocchiali, a una pastorale della corresponsabilità e alla necessità di mettersi in cammino. “Affinché questo riesca – aveva detto – bisogna lavorare anche sui presupposti giuridici e strutturali. Per rendere le comunità cristiane salde e impegnate attivamente nella missione, è necessario ripensare e reindirizzare anche l’attuale modello di governo della Chiesa”.
Ripensare e riformare i modelli di governo e di organizzazione, la gestione del potere all’interno della Chiesa non è cosa da poco. E non è nemmeno questione solo di oggi, se è vero che già i più stretti compagni di strada di Gesù pretendevano di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. La gestione del potere – che genera inevitabilmente abusi – è sfida perenne della comunità ecclesiale. È un tema col quale misurarsi sempre. La gestione del potere slegata dalla Buona Notizia in passato ha dato vita a “strutture di peccato” che impediscono anche oggi un’autentica partecipazione di tutti alla vita della comunità. Ne è esempio l’esclusione delle donne da determinate responsabilità, laddove il Nuovo Testamento ci dice che “non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
Il vescovo Muser, nel suo intervento, aveva messo in relazione le elezioni dei consigli pastorali parrocchiali con altre due dimensioni della vita cristiana, senza le quali la comunità non sarà mai tale e morirà.
Ricordando il Concilio Vaticano II – “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo” (DV 25) – ha rinnovato l’invito a partire sempre da un confronto comunitario con la Parola di Dio. “Vorrei incoraggiarvi a formare, non solo nelle vostre parrocchie, associazioni e comunità, ma anche nelle vostre cerchie di amici e conoscenti, piccole comunità cristiane, che si riuniscano intorno alla lettura e alla condivisione della Bibbia. Non abbiate paura di provare, iniziate semplicemente con un piccolo gruppo di persone. Approfittate degli incontri introduttivi offerti dall’ufficio pastorale, lasciatevi accompagnare dal responsabile per il settore biblico, provate questo esperimento”.
L’ultimo aspetto – che però è il primo – è la traduzione nella vita quotidiana del messaggio che si va annunciando. Se è vero che “Dio è amore”, allora nessuna comunità cristiana può vivere e svilupparsi se non nel servizio ai fratelli e alle sorelle e nella condivisione dei doni di ognuno, con tutto ciò che comporta anche in termini di impegno nel mondo per il Bene comune.
Gli spunti per un cammino di rinnovamento non mancano: la carità vissuta messa al centro dell’annuncio, delle liturgie e del servizio al prossimo; piccole comunità riunite attorno alla Parola che indica la strada; modelli di governo da ripensare radicalmente. Non facile, ma possibile e certamente necessario.