Vescovo capace di ascolto

Vita Trentina – 1.8.2021

Nel luglio di trent’anni fa si spegneva Joseph Gargitter, a cinque anni dalle sue dimissioni da vescovo di quella diocesi – Bolzano-Bressanone – alla cui nascita nel 1964 aveva dato un contributo determinante e sofferto e al cui sviluppo aveva dedicato vita e salute.

Gargitter fu un uomo capace di leggere la storia nella contemporaneità. Conobbe direttamente le dittature del Novecento e la guerra. Esercitò il suo ministero nell’Alto Adige del dopoguerra, dilaniato e da sanare rispetto alle contraddizioni dell’opzione e delle connivenze con i regimi totalitari, dei conflitti etnici di origine ottocentesca acuiti dalla scellerata politica oppressiva nazionalistica del fascismo italiano. Divenne vescovo di Bressanone raccogliendo la controversa eredità di Johannes Geisler, un pastore in balia del suo gregge, triste ostaggio del vicario generale. Vescovo, Gargitter, formatosi nella Chiesa di Pio XII e maturato in quella di Giovanni XXIII.

Non basta dire che Gargitter fu cambiato dal Concilio Vaticano II, cosa senz’altro vera. Egli fu tra coloro che condussero la Chiesa al Concilio e riempirono il Concilio di contenuti. Proprio l’esperienza altoatesina fu per lui motivo di riflessione sulla natura della Chiesa e sul suo ruolo nella storia. Terra di confine, terra plurilingue. Una realtà in primo luogo da ascoltare. L’importanza dell’uso della lingua materna nelle comunità e nella liturgia, la realtà diocesana da intendersi come Chiesa locale e non solo come ripartizione amministrativa, la gerarchia ecclesiale al servizio del Popolo di Dio, la condanna delle guerre, la nonviolenza, il dialogo interculturale e “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”, che sono “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”, poiché “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E dunque: “La comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”.

Gargitter fu un uomo consapevole della realtà in cui viveva e del ruolo a cui era chiamato. Capace di dare indicazioni pastorali ai suoi collaboratori, dopo averli ascoltati con attenzione. Capiva quale fosse la scelta opportuna per il tempo presente. Ad esempio la valorizzazione delle tradizioni linguistiche, sebbene su binari paralleli, in vista di una futura più autentica collaborazione e corresponsabilità. Le scelte lungimiranti le colgono in pochi. Si capiscono dopo. E il destino del profeta è la solitudine. Nessuno che ti dica grazie per quello che fai e per quello che sei. Un tratto estremamente evangelico. Così per Joseph Gargitter che ebbe pochi amici (ma fedeli e autentici) e molti detrattori. La diffamazione è l’arma dei vili e in quegli anni ve ne furono parecchi (come avviene in ogni tempo) sia a Bolzano che a Trento. Ma il vescovo sta dalla parte dei giusti e della verità, non di chi grida di più. La sua fede è autentica. Non si nasconde di fronte alla verità. “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”.

Gargitter descrisse il ruolo della diocesi in Alto Adige in un’intervista pubblicata dai settimanali diocesani nel 1970. “La Chiesa locale – disse –, in questi anni difficili e a volte anche estremamente duri, è stata presente sul terreno della pacificazione etnica anzitutto attraverso un magistero pastorale che è stato chiaramente impostato a obiettivi di pace e convivenza”. Aggiunse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo della Chiesa locale”. Le parole finali di un vescovo che seppe marciare spedito e seppe fermarsi: “Sono profondamente convinto che la pace è una realtà da conquistare ogni giorno. Credo ad una pace dinamica da reinventare ogni giorno, in rapporto alle situazioni nuove che si presenteranno”.

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