La violenza resta violenza

Vita Trentina – 20.6.2021

“La violenza resta violenza. Anche dopo 60 anni”. L’affermazione è di per sé quasi ovvia. Se non che essa si riferisce alla stagione degli attentati nel Sudtirolo degli anni Sessanta. Proprio in questi giorni ricorrono i sessant’anni dalla cosiddetta “Notte dei Fuochi”. Alla sera della domenica del Sacro Cuore, quando in Alto Adige le montagne si accendono dei tradizionali fuochi, fu programmata e messa in atto una serie di attentati a tralicci dell’alta tensione, con l’intenzione di bloccare la produzione della Zona industriale di Bolzano e di attirare sulla questione sudtirolese l’attenzione internazionale. Era la notte tra l’11 e il 12 giugno del 1961.

La valutazione dei cosiddetti “Anni delle bombe” è da sempre controversa. Il mix tra storia e politica non ha aiutato a trovare una chiave di lettura condivisa. In sostanza c’è chi afferma che senza gli attentati oggi non ci sarebbe l’autonomia e chi invece sostiene che l’autonomia è indipendente dagli attentati e, anzi, questi ultimi ne hanno rallentato e rischiato di compromettere l’evoluzione.

Oggi in molti chiedono di sviluppare una memoria condivisa rispetto a quegli eventi, come anche su tutto ciò che è accaduto nel corso del ‘900. Una memoria condivisa però non è frutto di un compromesso al ribasso, ma si deve fondare solamente sulla verità. Gli storici, in questo, possono aiutarci più dei politici, che tendono a narrazioni funzionali alla propria parte e perciò ideologiche.

“La violenza resta violenza. Anche dopo 60 anni”. Questa è la lettura che dà della Notte dei Fuochi il direttore del Dolomiten Toni Ebner (restando fedele a una consolidata posizione espressa dai suoi predecessori contemporanei ai fatti di cui si parla), nell’articolo di fondo pubblicato sabato scorso. Uno scritto molto deciso, ispirato agli studi dello storico Rolf Steininger (di cui si pubblica in questi giorni un lungo intervento dal titolo “Die Feuernacht und was dann?”). È vero, l’azione del giugno 1961 fece scalpore, ma mise a repentaglio l’esito delle giuste richieste dei sudtirolesi. “L’Alto Adige divenne una polveriera” e “varie forze in Austria, Germania e Italia cercarono di accendere la miccia per far scoppiare la guerra civile”. Ciò che magari iniziò per spinte idealistiche, “finì nel terrore”. Azioni che provocarono 33 morti, più di 60 feriti, famiglie distrutte, l’umiliazione della tortura, le dure condanne al carcere e molto altro.

Secondo Ebner “le vittime degli anni delle bombe furono le famiglie di entrambe le parti che dovettero piangere dei morti. E vittime furono le madri e i padri, le mogli e i figli degli attentatori”, mentre “gli strateghi sedevano nei loro uffici a Innsbruck e mandavano padri di famiglia e i loro figli obbedienti con dinamite e detonatori a far saltare in aria gli obiettivi prefissati”. “Seguì inesorabile l’identificazione, per molti la tortura e la prigione – per i burattinai a Innsbruck cominciò la carriera”.

Conclude Ebner: “Gli attentati e la violenza ad essi legata non devono essere esaltati. Va pensato piuttosto a coloro che hanno sofferto, e in parte ancora soffrono, a causa degli attentati”.

Questo per la storia. Passiamo alla politica. Sostenere che oggi l’autonomia non ci sarebbe se non ci fosse stata la dinamite non è solo un’affermazione falsa sul piano storico, ma è anche gravemente irresponsabile sul piano politico. Dare il messaggio che in un contesto democratico può essere necessario ricorrere alla violenza per raggiungere i propri obiettivi è la negazione del metodo democratico e la morte della politica. Prima ancora che una memoria condivisa è necessario intendersi su cosa è lecito e cosa non lo è in un sistema democratico. Perché se diciamo che è legittimo ricorrere alle bombe, allora dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze di questa affermazione. Altrimenti resta vera solo una cosa: che “la violenza resta violenza. Anche dopo 60 anni”.

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