Merano sotto pandemia. 185 anni fa

Vita Trentina – 23.5.2021

Le pandemie sono un fenomeno ricorrente. Come quella del colera che seminò morte tra Asia e Europa lungo i primi decenni dell’800. Nella nostra regione arrivò nel 1836, proprio 185 anni fa. Colpì dappertutto, ma noi racconteremo ciò che successe nell’antica capitale del Tirolo.

1836. Un anno davvero tragico per Merano e dintorni. Già nel pomeriggio del 12 giugno la città è terrorizzata da una scossa di terremoto accompagnata da un boato che fa tremare tutte le case. Quasi un’avvisaglia di un’estate da incubo durante la quale semina morte il cosiddetto “colera orientale”. Scoppiata già nel 1823 sul mar Caspio, l’epidemia si era estesa nell’Europa del Nord, fino all’Inghilterra, da cui era passata in Francia. Nel 1831 è a Vienna e nel 1835 nell’Italia centrale.

Nel luglio del 1836 il colera si diffonde velocemente in Lombardia e da lì nel Veneto e poi in Trentino: a Riva, in Valsugana, nelle Giudicarie. Si dice che sia l’estate particolarmente torrida seguita ad un rigido inverno a favorire il propagarsi della malattia.

Comunque sia, il 12 luglio giungono a Merano alcuni profughi dalla bassa valle dell’Adige. Pochi giorni dopo in città si parla animatamente dei casi di colera riscontrati ad Ala, Riva, Trento e Tione. Il panico si estende a macchia d’olio. Così quando il 17 luglio giungono in città altri 14 fuggiaschi la tensione è palpabile. Alle 10.30 viene convocata una seduta straordinaria del consiglio comunale, in occasione della quale il giudice provinciale Valentin Kleinhanns spiega che le istituzioni locali nulla possono fare per respingere chi si presenta alle porte della città né hanno il potere di chiudere l’accesso alla zona. Non resta che denunciare al giudizio provinciale ogni arrivo di forestieri. In tal modo, il 22 giugno, può essere respinto un bresciano approdato sulla piazza della Posta.

I profughi italiani che in quel momento si trattengono a Merano, scrive il cronista (nella fattispecie J. J. Jordan, allora ingegnere civile), ricevono dalla loro terra notizie assai brutte, secondo le quali il colera impazza nelle zone di Udine, Verona, Brescia e Tione.

Ben presto si apprende che la malattia ha colpito presso Salorno e pure a Santa Maria in val Monastero. È il 23 luglio. Merano è stretta nella morsa.

Il colera arriva nel Meranese in agosto. Dapprima a Lagundo, dove in pochi giorni muoiono 50 persone, poi a Cermes, a Marlengo, a Maia. Il 24 agosto, annota Jordan: “In campagna, soprattutto a Maia Bassa, la situazione è particolarmente grave: fino a questa sera vi sono morte in tutto 65 persone, a Lagundo 90. A Cermes e a Marlengo è peggio di prima. In città ci sono davvero molti malati, ma finora sono morte solo una o due persone (al giorno, ndr.), raramente di più e quasi sempre gente anziana o trascurata”.

Il 3 settembre è colpito dalla malattia anche il caffettiere Parisi che, “già di salute cagionevole”, commette l’imprudenza di recarsi a Labers, di mangiare lì frutta fresca e poi di rincasare bevendo birra ed acqua. Il personaggio in questione è il titolare di uno dei più antichi caffè della città che avrà un’importanza centrale nella vita sociale della Merano dell’800 e dell’inizio del ‘900: nelle sue sale si svolgeranno feste da ballo, spettacoli, intrattenimenti, riunioni e animate assemblee.

Tornando al colera: non è nota una cura contro la pestilenza e ci si affida a rimedi improvvisati come l’ingurgitare un cucchiaio di olio, che impedirebbe all’aria cattiva l’accesso allo stomaco, oppure l’uso dell’aceto cosiddetto “dei quattro ladri” con cui aspergere i vestiti ed il naso.

Alla fine di settembre del 1836 il colera se ne andrà così come era venuto. Quando il morbo lascerà la zona, a Merano si conteranno 34 morti, 114 a Lagundo, altrettanti a Maia, un centinaio a Lana.

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