Il Segno – 3.2.2021
Solo qualche mese fa un collega giornalista al quale spiegavo che non era vero ciò che intendeva scrivere mi rispondeva citando, certo in modo inconsapevole, il governatore Ponzio Pilato: “Cos’è la verità?”
Pilato è figura tragica. Di fronte alla Verità che lo interroga, si lascia scappare quella domanda che non vuole risposta, perché cerca solo un’autoassoluzione. La verità non esiste, è questo ciò di cui si vuole convincere il funzionario imperiale. Non esistendo la verità egli non sarà colpevole della menzogna.

Di fronte a tale approccio nichilista Gesù dice: “Vieni e vedi” (Gv 1,46). “L’invito a ‘venire e vedere’, che accompagna i primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli, è anche il metodo di ogni autentica comunicazione umana. Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia è necessario uscire dalla comoda presunzione del ‘già saputo’ e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto”.
Lo scrive papa Francesco nell’introdurre il Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali pubblicato in occasione della festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
Al centro del messaggio c’è la buona comunicazione. “Venire e vedere” è il “suggerimento per ogni espressione comunicativa che voglia essere limpida e onesta: nella redazione di un giornale come nel mondo del web, nella predicazione ordinaria della Chiesa come nella comunicazione politica o sociale”, poiché “vieni e vedi” è il modo con cui “la fede cristiana si è comunicata, a partire da quei primi incontri sulle rive del fiume Giordano e del lago di Galilea”.
Il papa ringrazia i giornalisti per il loro coraggio di “andare laddove nessuno va: un muoversi e un desiderio di vedere. Una curiosità, un’apertura, una passione. Dobbiamo dire grazie al coraggio e all’impegno di tanti professionisti – giornalisti, cineoperatori, montatori, registi che spesso lavorano correndo grandi rischi – se oggi conosciamo, ad esempio, la condizione difficile delle minoranze perseguitate in varie parti del mondo; se molti soprusi e ingiustizie contro i poveri e contro il creato sono stati denunciati; se tante guerre dimenticate sono state raccontate. Sarebbe una perdita non solo per l’informazione, ma per tutta la società e per la democrazia se queste voci venissero meno: un impoverimento per la nostra umanità”.
Ma perché il giornalismo sia tale è necessario uscire dalle redazioni e “consumare le suole delle scarpe”.
“Voci attente – scrive Francesco – lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in ‘giornali fotocopia’ o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, ‘di palazzo’, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più ‘consumare le suole delle scarpe’, senza incontrare persone per cercare storie o verificare de visu certe situazioni”. È così che le cosiddette inchieste, basate su soffiate non verificate né verificabili, diventano pseudo-inchieste e i “reportage” scadono in racconti scandalistici a puntate, che non raggiungono nemmeno più lo scopo di aumentare la tiratura del quotidiano o del settimanale o l’audience di un’emittente. Ne abbiamo avuto triste testimonianza nelle settimane passate.
Il giornalismo d’inchiesta non cerca lo scandalo o il clamore, ma la verità. Con buona pace di Ponzio Pilato.