Una Caritas dinamica, scomoda, in uscita

Il Segno – 6.1.2021

Si chiude un anno che ci ha messo la Caritas abbondantemente alla prova. Come singole persone con le nostre responsabilità, come organizzazione con i suoi ruoli e le sue regole, come comunità con le sue potenzialità. Alla prova è stata messa la nostra umanità, la nostra capacità di essere all’altezza del tempo che siamo chiamati a vivere, la nostra volontà di dare sostanza autentica al messaggio della Caritas che è: “esserci per gli altri”.

Due virus si sono insinuati nelle nostre vite. Il primo – il Coronavirus – appartiene a quelle situazioni che non possiamo prevedere. È stato ed è una sfida da raccogliere. Abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, i nostri comportamenti.

Ma questa realtà ci sta chiedendo qualcosa di ben più profondo: abbandonare una impostazione “statica”, immobile delle attività – anche della e nella Caritas – e sviluppare un approccio “dinamico”. Una Caritas dinamica osserva attentamente quello che succede, individua i bisogni, le responsabilità, le possibili risposte. Agisce e reagisce con tempestività nelle situazioni ordinarie e in quelle inedite.

Una Caritas statica si ammala facilmente “per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (Evangelii Gaudium, 49).  Non sa vedere i bisogni degli altri, ma solo i propri, non genera nulla di nuovo. Occupa spazi e li difende chiudendosi in se stessa.

L’obbligo del distanziamento tra le persone ci ha messo di fronte a un’altra realtà, quella della solitudine. Frutto dell’individualismo esasperato (che produce anche le dinamiche dell’odio), la solitudine di tante persone trova una risposta in una comunità capace di vedere, uscire verso le periferie umane, andare incontro all’altro. La Caritas deve e vuole investire nello sviluppo di comunità accoglienti, inclusive, solidali.

Il secondo virus è quello dell’odio. Non serve descriverne le forme e le conseguenze. Ma anche alla situazione che esso ha determinato nel 2020 possiamo essere grati. Ci ricorda che l’odio e l’invidia in quanto tali sono espressione del nulla e si risolveranno nel nulla da cui nascono. Vincere il male con il bene diventa allora tanto più vero. Proprio l’approccio alla vita che si fonda sull’odio, rende oggi così necessario il messaggio della Caritas: vivere la vita come un dono da condividere con gli altri.

Di fronte al virus dell’odio chi, come la Caritas, è “disarmato”, si scopre vulnerabile. Chi cerca di fare il bene sul serio, si rende sempre vulnerabile. La debolezza deriva dal non potere né volere rispondere al male con il male. È proprio questa debolezza, questa vulnerabilità che, paradossalmente, rende forte il nostro messaggio. Come scriveva san Paolo ai suoi amici di Corinto: “…infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

Di fronte al coronavirus ci siamo scoperti fragili. Ma molti di noi – pur davanti ai limiti, alla malattia, a volte alla morte – hanno reagito con coraggio. Hanno trovato la forza nella capacità di cambiare, cioè di abbandonare posizioni di comodo e aprirci ai bisogni delle persone. Una Caritas dinamica, “in uscita”, che torna “sulla strada”, là dove vivono donne e uomini. Fuori dagli ambienti a volte asettici dei nostri uffici. Una Caritas dinamica (e non statica), che si occupa “di iniziare processi più che di possedere spazi”, privilegiando “le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (Evangelii Gaudium, 223).

Pur nel male profondo che rappresentano questi virus, la Caritas è cresciuta in umanità, in esperienza di vita. Ha fatto, malgrado le fatiche, i tranelli, le assenze, i silenzi e le omertà, molti piccoli passi nella giusta direzione.

Un grazie di cuore alla meravigliosa squadra di responsabili, collaboratori e volontari che hanno fatto sì che la Caritas si sviluppasse in senso dinamico e che hanno permessa a tutti noi, malgrado tutti gli ostacoli, di attraversare il 2020 a testa alta e con le mani nella storia.

Qualcuno in queste settimane ha detto: non aspettiamo la luce in fondo al tunnel; accendiamo la nostra luce nel tunnel. È l’augurio a tutti noi per un nuovo anno che ci trovi sempre pronti a servire le persone che incontreremo.

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